Il decennio che si chiude fra pochi giorni iniziò con le ansie da “baco del millennio”, l’inconveniente numerico che avrebbe mandato in pappa i sistemi informatici del mondo, proseguì con lo shock delle Torri Gemelle, con la guerra in Afghanistan e in Irak.

Termina con le nostre truppe ancora lì, a Kabul, con i postumi della più grave crisi finanziaria del decennio, con l’Europa – che nel frattempo ha raddoppiato i suoi soci e modificato tre volte i Trattati – che cerca una sua nuova fisionomia politica. E’ stato il decennio del salto di paradigma della globalizzazione, un abbattimento di frontiere economiche, materiali, tecnologiche, immateriali che non ha precedenti nella storia, un salto che ci consegna un’Europa comunque più vecchia e più lenta e le nuove potenze emerse (per carità, aboliamo l’aggettivo “emergenti”).

Un mondo nuovo, ma per davvero, non per vezzo.
Sono cambiate le forme di aggregazione, la socialità in famiglia e con gli amici. Sono profondamente modificate le agenzie di senso tradizionali (la famiglia appunto, la scuola, il luogo in cui si vive) a vantaggio di una grande piazza informatica e mediatica nella quale ciascuno combatte la propria singola battaglia contro la paura dell’anonimato e della solitudine.

L’Italia che entra nel nuovo decennio – che ricorda i 150 anni della sua storia unitariaassomma su di sé segni di dinamismo e di creatività, che ci fanno ancora un Paese amato e stimato nel mondo grande, e segni di preoccupante stagnazione, istituzionale, politica, morale.

So che ogni volta che si tocca questo tasto, c’è il rischio di sentirsi dire che siamo noiosi e catastrofisti, troppo intellettuali e radical chic, poco moderni.

Se mi devo scegliere il personaggio, l’avatar di questa condizione, mi scelgo allora JF Sebastian, il progettista genetico affetto da sindrome di Matusalemme, splendida figura laterale di Blade Runner, circondato dai suoi giocattoli animati, capace di vivere solo a metà il tempo a lui contemporaneo della Los Angeles futura. Come scrivevamo molti anni fa in una rivista dei nostri anni ruggenti, “troppo giovane per i vecchi di oggi, troppo vecchio per i giovani di oggi”.

L’Italia di Berlusconi è una brutta Italia. Incattivita al punto che nessun confronto politico e parlamentare serve davvero a fare uscire un possibile punto di intesa relativo al bene comune. Cinica dopo anni di messaggi sul successo individuale, sulla furbizia come valore prevalente delle relazioni, sulla dissimulazione delle proprie debolezze per non offrire mai all’altro un volto che non sia uno smagliante sorriso. Disillusa sulle proprie possibilità, al punto che cresce il mantra che chi può, salvi se stesso e i propri figli dando loro una prospettiva diversa fuori dal Paese.

L’anno si chiude con un Berlusconi in sella, prigioniero – come ha dimostrato l’alluvionale e imbarazzante conferenza stampa di Natale – di un egotismo che ha raggiunto dimensioni sconosciute, lanciato sul calciomercato che gli deve consentire di conquistare una manciata di deputati, capaci di scongiurare l’ultimatum elettorale della Lega. La politica, ovviamente, sarebbe un’altra cosa, ma questo è ciò che passa il convento della comunicazione pubblica.

Il Partito Democratico non è uscito male dalla prova della mancata sfiducia ma è evidente oggi come quei poteri – che hanno comunque decretato la fine del ciclo berlusconiano – stiano investendo con notevoli pressioni su Casini e il Terzo Polo come garanzia di decente stabilità per gli anni che potrebbero mancare. Come dire “se non l’avete fatto cadere a dicembre, almeno aiutatelo a stare in piedi in modo dignitoso”.

Ed è perciò evidente che la nuova strategia di Bersani, costruire un’alleanza larga che eviti il rischio di ripetere la disastrosa esperienza dei Progressisti del 1994 sconta oggi il nuovo e prezioso protagonismo dell’Udc, che si gode esplicitamente, dopo anni di prove, quel ruolo lungamente desiderato di ago della bilancia dell’equilibrio 2011.
Non ci sono nuovi countdown, dunque. Ma gennaio si preannuncia come ennesima prova del fuoco per comprendere se si andrà ad elezioni anticipate in primavera o se la finestra tecnica elettorale si chiuderà con nuove ammuine, rinviando tutto al 2012.

Noi, se avrete voglia e pazienza, ne continueremo a parlare su queste pagine.


Un augurio di Natale in ritardo.

Per quelli di buon Anno, abbiamo ancora tempo.

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