Oggi, la Camera dei Deputati voterà il testo della cosiddetta riforma Gelmini dell’Università.
Roma è stata blindata fin dal mattino presto. Una sensazione gratuitamente spiacevole. Via del Corso con poliziotti in assetto anti sommossa che deviano cortei di turisti e di studenti allo stesso modo; un livello di protezione del “palazzo” che non ho mai visto negli anni di attività parlamentare. Montecitorio è abituata ad avere nella grande piazza dell’obelisco cortei e presìdi variopinti che esprimono le proprie opinioni, sia che governi il centrodestra sia che governi il centrosinistra. C’è il matto che recita gli atti parlamentari fingendosi un gran retore all’interno dell’aula, c’è quello che denuncia i dispetti ricevuti dai parenti con grandi cartelli vergati a pennarello, ci sono poi le manifestazioni organizzate con fischietti e palloncini che ricevono le visite dei parlamentari incaricati di quel dossier che si intrattengono con i manifestanti ascoltandone le ragioni e pure qualche fischio.
Nel mese dedicato alla legge di stabilità, la piazza è stata un plastico esempio del progressivo sgretolarsi del consenso sociale attorno al governo: nella stessa settimana si sono alternati i parenti dei malati di SLA e i terremotati de L’Aquila, i vigili del fuoco e i lavoratori dello spettacolo, i poliziotti e i portatori di handicap. Un affresco drammatico di un Paese in difficoltà che legge dei soldi regalati alle imprese cinematografiche dell’amica bulgara del premier, del raddoppio dei finanziamenti ad alcune università private ma che si sente poi fare la predica sulla necessità di tagliare il sostegno ai portatori di handicap.
Io non credo che l’università italiana sia da difendere per come è. Assolutamente no. Troppi atenei aperti per clientele politiche e territoriali, un po’ come la moltiplicazione degli aeroporti. Troppi magheggi nell’assegnazione delle cattedre. E troppa bassa classifica nel ranking degli atenei italiani rispetto a quelli del resto del mondo. Ma non accetto – come sostiene invece il Ministro Gelmini – che coloro che protestano e occupano stiano difendendo i baroni. Mi pare una linea politica paradossale. Lo ricavo dalla marea di posta elettronica che ricevo da settimane, da studenti e ricercatori, professori associati e ordinari, una levata di scudi che ha miracolosamente compattato tutto il fronte. Lettere che raccontano usi dissennati di fondi, che spiegano come la riforma precarizzerà a vita moltissimi ricercatori e ne spingerà all’estero altri, che denunciano le molte promesse non mantenute nella riforma perché affidate a coperture virtuali sul fronte della spesa.
Fini afferma che la riforma è una delle poche cose di cui andare orgogliosi in questa legislatura. Contento lui.

Io intanto vivo una giornata di battaglia parlamentare segnata dal reiterarsi di una scena paradossale: la presidente della Commissione, Valentina Aprea, si affanna negli interventi a ripetere “il Ministro pensa, il Ministro ritiene, il coraggio del Ministro, l’opinione del Ministro..” e il Ministro è lì, davanti a me, seduto ai banchi del governo a braccia conserte, talora a chiacchiera con la compagna di banco Mara Carfagna. Ma il Ministro non parla, non spiega perché si oppone agli emendamenti dell’opposizione, non argomenta per difendere l’impianto della sua riforma. Ha tentato una sortita insolente contro il segretario del Pd dandogli di “studente ripetente” e si è presa il boomerang di ritorno. Noi, infatti, saremo poco carismatici e ci difetteranno le pailettes ma i nostri anni curvi sui banchi di scuola li abbiamo passati. E così è stato gioco facile per Bersani mettere in rete il proprio libretto universitario segnato da una sfilata di voti altissimi chiedendo semmai come mai il Ministro avesse scelto di sostenere il proprio esame di Stato a Reggio Calabria invece che a Brescia, sua città natale.
Il Ministro tace. E’ un suo diritto ma è uno schiaffo gratuito al Parlamento.
Intanto è crollato un altro edificio a Pompei. Ma il calendario parlamentare salva il disastroso Bondi. La mozione di sfiducia nei suoi riguardi verrà assorbita dalla più generale mozione di sfiducia al governo il 14 dicembre.




