Monthly Archives: gennaio 2011

Una Repubblica fondata sulla televisione

Una Repubblica fondata sulla televisione

Il sistema dei media italiani ha molte singolari diversità rispetto all’assetto dei principali paesi europei.

La prima – e più macroscopica – è quella rappresentato dal famoso conflitto di interessi, a causa del quale il Presidente del Consiglio possiede direttamente circa il 50% dei canali e condiziona indirettamente (ma direi sempre più pesantemente) due dei tre canali pubblici, cioè l’altro 50%, pagati dai cittadini tramite il canone. Nonostante il tifo e gli incoraggiamenti militanti, La7 non è mai stato finora un progetto capace di scalfire questo duopolio dei dinosaruri siamesi. Sì, dinosauri siamesi poiché la programmazione Rai e Mediaset si specchia, si somiglia, compete con gli stessi format nelle stesse serate con un effetto appunto di legame siamese ma anche con una terribile sensazione di “già visto”. Non è casuale, se ci pensiamo bene, che un programma parlato e militante come “Vieni via con me” con l’idea delle liste da leggere e la notevole serie di ospiti di rango abbia prodotto numeri strabilianti.
Meno conosciuta ma altrettanto deformata è la raccolta della pubblicità che premia ancora una volta le società legate a Silvio Berlusconi, sia nella quantità assoluta che nella distribuzione fra tv e giornali. Si comprende con questa semplice indicazione la “fatwa” rivolta dal Premier mesi fa ai grandi investitori e indirizzata contro alcuni giornali che non sarebbero stati meritevoli di ulteriori inserzioni.
E’ davvero singolare poi che da noi la tv satellitare per eccellenza, Sky, che altrove nel mondo è oggetto di feroci attacchi politici dal momento che gioca in quei contesti una aspra battaglia in nome e per conto del magnate Rupert Murdoch, in Italia (meraviglie dei vuoti lasciati da altri in un contesto di mercato) giochi la parte della tv della libertà, del pluralismo, della buona informazione, dei film senza pubblicità.
Diverso rispetto agli altri Paesi è anche il sistema della carta stampata. Un sistema che conta tanto per la politica e poco per la gente comune dal momento che in Italia si vendono oggi lo stesso numero di copie che si vendevano nel 1939. Ci sarebbe molto da dire sugli assetti proprietari – e questo permetterebbe di capire bene perché la stampa in Italia non è libera e risponde sempre a qualche padrone, che uno lo senta vicino o lontano sempre padrone è – ma mi interessa qui sottolineare l’assenza di divisione fra giornali “popolari” e giornali “colti”. Ciò che in Francia, Germania, Inghilterra salta all’occhio in un edicola – il giornale sussiegoso ricco di editoriali e privo di figure nettamente separato da quello con le tette e il bingo in prima pagina – da noi diviene una marmellata mediana con meno tette e meno editoriali, un prodotto per tutti i palati.
L’ho fatta lunga, anzi lunghissima, per tirare fuori dalla gola ciò che da giorni sta lì incastrato, e che non mi va né su né giù. Comunque la si pensi, il nostro è davvero l’unico Paese europeo in cui i Ministri sono dalla mattina alla sera nei talk show e non alla scrivania del loro ministero, in cui il Premier – quando non altrimenti impegnato – chiama in trasmissione serale per insolentire e dare pagelle ai conduttori e agli ospiti, in cui i conduttori esprimono il loro dissenso e chiamano il pubblico alla lotta contro il direttore generale o l’azienda nella quale e per la quale lavorano. E che è, ovviamente, schierata nella lotta politica su posizione alternativa. Negli Stati Uniti esistono molti programmi in cui la gente si insulta, abbandona la trasmissione, eccita il pubblico, insolentisce i conduttori ma sono programmi esplicitamente rivolti alla fascia della programmazione trash. Mai e poi mai questi comportamenti verrebbero adottati a Crossfire, Meet the Press e altri programmi di approfondimento politico.
Insomma, siamo una Repubblica fondata sulla televisione e in più la nostra televisione è di modesta qualità. Nessuno si stupisca se le indagini rilevano anche oggi quantità impressionanti di ragazzi disponibili teoricamente a cercare il loro futuro altrove. La tv attuale non è sicuramente una ragione forte per rimanere.

Il Mediterraneo si scalda. E non è l’effetto serra.

Il Mediterraneo si scalda. E non è l’effetto serra.

Non so se nel 2012 finirà il mondo, come profetizzarono i Maya, ma è certo che l’anno avrà delle caratteristiche politiche assolutamente straordinarie. Si voterà per eleggere il Presidente negli Stati Uniti e in Russia, salirà al potere la quinta generazione in Cina con l’uscita di scena di Hu Jintao, si deciderà il futuro della Banca Centrale Europea fra Weber e Draghi, andranno all’asta titoli del debito pubblico del mondo sviluppato per un ammontare di circa 10.000 miliardi di dollari. Se non è Armageddon, fate voi.

Ma non è che anche il 2011 è iniziato scherzando. Almeno nel cortile di casa nostra, il Mediterraneo, lo spicchio di mondo sul quale si proietta il nostro Paese.

Il Mediterraneo è il luogo dove s’incontrano Europa e Islam, con le sue diverse sensibilità.
Il Mediterraneo, il mare interno più grande del mondo dal quale passa, grazie alla rinnovata centralità di Suez, circa il 18% dei traffici mondiali, ha visto raddoppiare il commercio euro-mediterraneo negli ultimi 10 anni e le esportazioni mediterranee verso l’Europa triplicare. Solo l’Italia realizza oltre 50 miliardi di interscambio commerciale, ospita quasi un milione di lavoratori mediterranei e ha visto nascere circa 30.000 nuove aziende che hanno come titolare un ex immigrato dai Paesi della sponda sud.
Il Mediterraneo è porta sud dell’Europa e uno dei crocevia delle migrazioni contemporanee.
L’Italia ha una naturale vocazione, e un interesse nazionale, a divenire l’hub per l’Europa per il commercio da e verso l’oriente e per il settore energetico, sviluppando – come ripeteva continuamente Romano Prodi – una rete di corridoi che leghi tra loro le sponde di questo mare. Ma questo mare è un «insieme» che contiene anche tante fratture che lo dividono, tanti conflitti che lo dilaniano: ieri a Cipro, nel Libano, nei Balcani, oggi ancora in Palestina, e poi nel Maghreb e in Egitto.
Si è mossa l’Albania dove è in atto (e la prova del fuoco saranno le manifestazioni di questo fine settimana, dell’opposizione e del governo) uno scontro durissimo fra Berisha, il primo ministro e Rama, sindaco di Tirana e leader dell’opposizione. Ma dove c’è anche altro: lo scollamento fra Primo Ministro e Presidente della Repubblica, fra Guardia Presidenziale ed Esercito, fra Esercito e magistratura. L’Albania balla fra inferno e paradiso, fra la retrocessione ad un clima violento e antagonista che scaricherebbe inesorabilmente le proprie tensioni interne sul vicino italiano e il paradiso dell’Unione Europeo, obiettivo per il quale è indispensabile offrire una identità credibile. Ogni inquinamento democratico, ogni scontro istituzionale, ogni violenza diventerà automaticamente una penalità per questo percorso.

Per ragioni diverse, con storie diverse, anche i Paesi della sponda sud del Mediterraneo si muovono, chiedono nuovi spazi democratici. E’ stato ed è il caso della Tunisia che ha posto fine al lungo regime di Ben Alì e che ora sta negoziando faticosamente ma in modo positivo un governo di transizione accettabile.

E’ il caso dell’Egitto, paese chiave della sponda sud con i suoi 90 milioni di abitanti, il suo ruolo strategico di guardiano di Suez e di interlocutore moderato del processo di pace palestinese. Là, tutti gli scontri e i movimenti preparano la successione che avverrà a fine anno con le elezioni presidenziali in Egitto e con la fine del lungo ciclo di Mubarak. E se non sarà il figlio Gamal, forse sarà El Baradei, già apprezzato capo dell’AIEA o nuove figure ancora non scese in campo. Ma quella scelta sarà decisiva.

Insomma, il Risiko 2012 ha un prologo mediterraneo nel 2011 dove energia, migrazioni, commerci, nuove leadership, antichi conflitti troveranno un nuovo equilibrio.
Se la vita privata del nostro Primo Ministro ce lo permette, cercheremo di occuparcene anche noi.

“La fame viene e passa. La dignità, una volta persa, non torna più.”

“La fame viene e passa. La dignità, una volta persa, non torna più.”

E’ di Nicolai Lilin, tratta nel suo primo romanzo autobiografico “Educazione siberiana”.

Mi è tornata in mente diverse volte in questi giorni: il continuo riemergere della parola “indignazione” negli editoriali, i sondaggi che segnalano la caduta di credibilità del premier ma il congelamento dei saldi elettorali fra centrosinistra e centrodestra, il consenso che cala fra le donne ma cresce fra gli uomini (c’è chi vota col cuore, chi con la testa, chi con….), la raccolta di firme annunciata da Bersani, la via crucis dei giornali di ogni parte del mondo e delle mail degli amici da ogni parte del mondo.

Ci ripetiamo da anni che un certo tipo di centrodestra vota per Berlusconi non perché non conosce e non sa dei suoi comportamenti personali e politici, ma proprio perché sa, vi si riconosce, vi aspira. Il catalogo è noto: le regole come fastidio e le istituzioni come peso rispetto agli “animal spirits” della voglia di fare e di realizzarsi con o contro gli altri.

Ci ripetiamo pure che il centrosinistra ha rovesciato la sua ragione elettorale: vincerebbe con l’80% se votassero solo i laureati ma perde con il popolo. E infatti ci diciamo pure che la malattia contemporanea delle società di massa è appunto il populismo, virus che conosce mutazioni assortite, ma che consiste nel trasformare ogni ragione di disagio, di rancore sociale, di conflitto fra poveri in consenso sonante senza sapere o volere muovere un dito per risolvere quel disagio, per superare quel rancore, per alleviare quel conflitto. Un medico che aiuta il paziente a urlare invece che curarlo.
Personalmente sono anche un po’ insofferente quando ci viene un po’ spocchiosamente ricordato che non bisogna più attardarsi su Berlusconi, poiché il caso vuole che sia proprio il Primo Ministro l’icona, oramai più culturale che politica, che domina il campo da quindici anni. Sarebbe come chiederci di discutere del fascismo consigliando di non attardarsi su Mussolini. Ed è questa icona che detta l’agenda ai suoi e a noi, non per superiorità culturale o maggiore sveltezza ma anche e soprattutto in forza di una straripante posizione di potere nei mezzi di comunicazione. Nessun leader politico diverso potrebbe organizzare la controffensiva al sex- gate che Mediaset, Signorini, Il Giornale ecc hanno messo in campo questa settimana, solo per fare un esempio.

E’ certo – e non mi sento reticente su questo – che l’opposizione ha accusato limiti profondi di iniziativa, di agenda, di scontro interno in tutti questi anni ma non per questo, ad esempio, credo che l’alternativa a Berlusconi vada cercata nel suo campo, con le sue regole. Una tentazione che, nel centrosinistra, si affaccia sempre più spesso: la ricerca di un affabulatore, di un sogno da raccontare, di uno che “buca”.
La storia recente ci dice che i due migliori professionisti di campagna elettorale messi in campo dal centrosinistra – Rutelli e Veltroni, entrambi baciati dal ruolo di Sindaco della capitale – hanno perduto la sfida e che un professore inadatto ai canoni della comunicazione tv come Romano Prodi ha invece vinto due volte quella sfida. Perché ha giocato su un altro campo.

Chi oggi solleva il tema dell’indignazione, non lo fa per evocare un altro sogno ma per recuperare autorevolezza e dignità alla politica, attività non più associata al governo della comunità ma semmai ridotta ad intrattenimento serale. Chi riflette sull’eredità di Berlusconi è dunque consapevole che l’uscita dal berlusconismo sarà un processo lungo e faticoso, una chemioterapia capace di distruggere le cellule cancerose lasciate libere di circolare nell’organismo (la scorciatoia alla notorietà invece del merito, i padri come novelli lenoni per sollecitare maggiori compensi alle prestazioni delle figlie).

E questa cosiddetta “indignazione” dovrebbe pure costituire la ragione ultima, il servofreno capace di mettere assieme forze politiche che spontaneamente non starebbero assieme volentieri.
Anche qui, non è il caso di perderci in distinzioni sofisticate, come la disputa manzoniana se la peste fosse “sostanza o accidente” mentre Milano cadeva decimata dalla malattia. E’ in crisi la democrazia in Italia ? Magari no. Siamo davanti ad un autoritarismo da ventennio ? Sicuramente no. E’ tardiva la conversione di alcuni leader contro una politica tutta curvata alle convenienze del capo ? Sicuramente sì. Il ventennio berlusconiano ha prodotto soltanto guasti ? Per me sì, ma sono pronto a riconoscere tutta la buona fede in coloro, anche intelligenti e autorevoli, che lo hanno preferito in buona fede alla proposta del centrosinistra.

Ma questo è il momento di dire “enough is enough”, quando è troppo è troppo.
Comprendo che è impossibile convincere chi è asserragliato nel bunker. Nella dinamica parlamentare, vedo quotidianamente colleghi del PdL decisamente smarriti, coscienti del quadro degradato e deflagrato, colleghe che abbassano lo sguardo consapevoli del lupanare politico, tutte persone che poi ridiventano leoni a comando quando partecipano alle trasmissioni tv in cui la missione unica è zittire, interrompere, buttarla in caciara per lasciare nell’ascoltatore incauto l’idea di fondo che, mah, sono tutti uguali, è un gran casino, chi sa chi ha ragione.
Ma se questo non vale per il “popolo del bunker” ci pensino almeno quelli che, per età, possono stare certi che la vita, anche dopo Berlusconi, continua. Abbiamo bisogno di voltare pagina e tornare a occuparci dell’Italia.