E’ di Nicolai Lilin, tratta nel suo primo romanzo autobiografico “Educazione siberiana”.
Mi è tornata in mente diverse volte in questi giorni: il continuo riemergere della parola “indignazione” negli editoriali, i sondaggi che segnalano la caduta di credibilità del premier ma il congelamento dei saldi elettorali fra centrosinistra e centrodestra, il consenso che cala fra le donne ma cresce fra gli uomini (c’è chi vota col cuore, chi con la testa, chi con….), la raccolta di firme annunciata da Bersani, la via crucis dei giornali di ogni parte del mondo e delle mail degli amici da ogni parte del mondo.
Ci ripetiamo da anni che un certo tipo di centrodestra vota per Berlusconi non perché non conosce e non sa dei suoi comportamenti personali e politici, ma proprio perché sa, vi si riconosce, vi aspira. Il catalogo è noto: le regole come fastidio e le istituzioni come peso rispetto agli “animal spirits” della voglia di fare e di realizzarsi con o contro gli altri.
Ci ripetiamo pure che il centrosinistra ha rovesciato la sua ragione elettorale: vincerebbe con l’80% se votassero solo i laureati ma perde con il popolo. E infatti ci diciamo pure che la malattia contemporanea delle società di massa è appunto il populismo, virus che conosce mutazioni assortite, ma che consiste nel trasformare ogni ragione di disagio, di rancore sociale, di conflitto fra poveri in consenso sonante senza sapere o volere muovere un dito per risolvere quel disagio, per superare quel rancore, per alleviare quel conflitto. Un medico che aiuta il paziente a urlare invece che curarlo.
Personalmente sono anche un po’ insofferente quando ci viene un po’ spocchiosamente ricordato che non bisogna più attardarsi su Berlusconi, poiché il caso vuole che sia proprio il Primo Ministro l’icona, oramai più culturale che politica, che domina il campo da quindici anni. Sarebbe come chiederci di discutere del fascismo consigliando di non attardarsi su Mussolini. Ed è questa icona che detta l’agenda ai suoi e a noi, non per superiorità culturale o maggiore sveltezza ma anche e soprattutto in forza di una straripante posizione di potere nei mezzi di comunicazione. Nessun leader politico diverso potrebbe organizzare la controffensiva al sex- gate che Mediaset, Signorini, Il Giornale ecc hanno messo in campo questa settimana, solo per fare un esempio.
E’ certo – e non mi sento reticente su questo – che l’opposizione ha accusato limiti profondi di iniziativa, di agenda, di scontro interno in tutti questi anni ma non per questo, ad esempio, credo che l’alternativa a Berlusconi vada cercata nel suo campo, con le sue regole. Una tentazione che, nel centrosinistra, si affaccia sempre più spesso: la ricerca di un affabulatore, di un sogno da raccontare, di uno che “buca”.
La storia recente ci dice che i due migliori professionisti di campagna elettorale messi in campo dal centrosinistra – Rutelli e Veltroni, entrambi baciati dal ruolo di Sindaco della capitale – hanno perduto la sfida e che un professore inadatto ai canoni della comunicazione tv come Romano Prodi ha invece vinto due volte quella sfida. Perché ha giocato su un altro campo.
Chi oggi solleva il tema dell’indignazione, non lo fa per evocare un altro sogno ma per recuperare autorevolezza e dignità alla politica, attività non più associata al governo della comunità ma semmai ridotta ad intrattenimento serale. Chi riflette sull’eredità di Berlusconi è dunque consapevole che l’uscita dal berlusconismo sarà un processo lungo e faticoso, una chemioterapia capace di distruggere le cellule cancerose lasciate libere di circolare nell’organismo (la scorciatoia alla notorietà invece del merito, i padri come novelli lenoni per sollecitare maggiori compensi alle prestazioni delle figlie).
E questa cosiddetta “indignazione” dovrebbe pure costituire la ragione ultima, il servofreno capace di mettere assieme forze politiche che spontaneamente non starebbero assieme volentieri.
Anche qui, non è il caso di perderci in distinzioni sofisticate, come la disputa manzoniana se la peste fosse “sostanza o accidente” mentre Milano cadeva decimata dalla malattia. E’ in crisi la democrazia in Italia ? Magari no. Siamo davanti ad un autoritarismo da ventennio ? Sicuramente no. E’ tardiva la conversione di alcuni leader contro una politica tutta curvata alle convenienze del capo ? Sicuramente sì. Il ventennio berlusconiano ha prodotto soltanto guasti ? Per me sì, ma sono pronto a riconoscere tutta la buona fede in coloro, anche intelligenti e autorevoli, che lo hanno preferito in buona fede alla proposta del centrosinistra.
Ma questo è il momento di dire “enough is enough”, quando è troppo è troppo.
Comprendo che è impossibile convincere chi è asserragliato nel bunker. Nella dinamica parlamentare, vedo quotidianamente colleghi del PdL decisamente smarriti, coscienti del quadro degradato e deflagrato, colleghe che abbassano lo sguardo consapevoli del lupanare politico, tutte persone che poi ridiventano leoni a comando quando partecipano alle trasmissioni tv in cui la missione unica è zittire, interrompere, buttarla in caciara per lasciare nell’ascoltatore incauto l’idea di fondo che, mah, sono tutti uguali, è un gran casino, chi sa chi ha ragione.
Ma se questo non vale per il “popolo del bunker” ci pensino almeno quelli che, per età, possono stare certi che la vita, anche dopo Berlusconi, continua. Abbiamo bisogno di voltare pagina e tornare a occuparci dell’Italia.