Monthly Archives: giugno 2011

A ciascuno il suo referendum

A ciascuno il suo referendum

Questo articolo sul referendum costituzionale in Marocco esce domani su Europa.

Il Marocco vota oggi per il referendum sulle modifiche costituzionali annunciate nel discorso del 15 marzo da re Mohammed VI. Si tratta di un pacchetto che prevede, fra l’altro, sia il rafforzamento dei poteri del Primo Ministro che sarà scelto sempre dal Re ma nel partito che ha vinto le elezioni sia l’introduzione di un forte decentramento regionale. Un percorso, insomma, che conduce verso una monarchia costituzionale di tipo più classico.

Il Marocco e l’Algeria, sua vicina, sono stati in questi mesi sotto l’occhio attento degli analisti internazionali. In molti si affrettarono a inizio d’anno a prevedere – dopo la caduta della Tunisia, dell’Egitto e lo scoppio della violenza in Libia – un rapido effetto domino che avrebbe coinvolto l’intera costa settentrionale. La cronaca ha registrato invece qualche manifestazione di piazza, alcune anche molto partecipate, ma niente che abbia davvero messo in pericolo la stabilità dei due regimi; perfino l’attentato tragico di Marrakech, sette anni dopo le bombe di Casablanca, è stato considerato più un episodio singolo che il frutto di un’azione strategica.
I due Paesi condividono alcune caratteristiche della regione, le tendenze demografiche, una generazione in cerca di sbocchi, una diffusione crescente della rete e dei social network, una forte orgoglio nazionale radicato nella propria peculiare storia, ma differiscono per alcuni elementi sostanziali.
In Marocco, re Mohammed VI è considerato discendente diretto del Profeta, assommando quindi il ruolo di “Capo di Stato e comandante dei credenti”: fuori dalle etichette, il giovane sovrano è considerato un punto di equilibrio largamente riconosciuto; si sottolinea che le sue riforme, ad esempio l’avviamento delle donne all’educazione scolastica, i programmi per combattere la povertà nei villaggi berberi siano piaciuti più al popolo che all’establishment. Insomma, vuoi per i lunghi periodi della sua formazione trascorsi all’estero vuoi per fiuto politico, il re sembra aver giocato d’anticipo sulla piazza, offrendo un pacchetto di riforme prima che l’opposizione definisse una piattaforma. E’ ovvio che il referendum ha i suoi avversari, che hanno manifestato numerosi nelle piazze del Marocco il 19 giugno e che ritengono insufficienti le aperture della monarchia.
In Algeria, il Presidente Bouteflika ha proposto un processo che porterà a nuove elezioni l’anno prossimo e che rinnoverà il quadro dirigente. L’Algeria ha pagato negli anni 90 uno spaventoso tributo di sangue alla guerra civile che vide contrapposti il Gruppo Islamico Armato e l’esercito, che sospese i risultati delle elezioni ritenendosi il depositario di una tradizione nazionale laica costruita nella guerra d’indipendenza. Proprio questa fase drammatica della storia recente – secondo molti – avrebbe dissuaso la società algerina nei primi mesi del 2011 a riaprire una fase che poteva condurre ad esiti sconosciuti.
I due grandi Paesi maghrebini “competono” fra loro nel mostrarsi ad Europa e Stati Uniti come il campione ideale della sponda sud per attrarre investimenti, per stringere accordi con l’Unione, per combattere la minaccia del fondamentalismo. Proprio quest’ultimo tema dovrebbe in realtà essere una preoccupazione dell’intera comunità occidentale se è vero che nel Sahel, fra Mali e Mauritania, una versione in franchising di Al Qaeda ha creato delle zone franche di riorganizzazione capaci di muoversi in libertà nella fascia sub-sahariana fino al Corno d’Africa.
Inoltre, Algeria e Marocco sono da anni divisi politicamente sul destino del Sahara Occidentale e sull’esito da dare alla complessa questione dei Sahrawi dei quali Algeri si è fatta paladina sul palcoscenico politico.
Noi abbiamo detto fin dall’inizio che stavamo dalla parte delle rivoluzioni arabe. Non abbiamo mai inteso con questo che la rivolta fosse l’unica modalità per provocare un cambiamento in quella regione. Ma abbiamo sottolineato che un cambiamento capace di dare risposte solide alla domanda di libertà e pluralismo e a quella concreta di sviluppo e lavoro avrebbe chiuso positivamente la fase dell’eccezionalismo arabo e avrebbe riportato invece quel mondo dentro una cornice condivisa. Traguardo importante, soprattutto, per quel braccio teso sul Mediterraneo che è l’Italia.
In sei mesi sono caduti entrambi i punti di vista “estremi”: non è vero che si stava meglio quando si stava peggio, non è vero che la costruzione delle nuove democrazie sia facile e divertente come una passeggiata di salute. La democrazia esige una sua fatica.
Per quanto ci riguarda, noi continuiamo a scommettere su questa stagione e guardiamo con interesse ai risultati del referendum e soprattutto alle modalità della sua eventuale attuazione.
Verrà poi un secondo tempo. Non solo nuovi e diversi rapporti fra noi e i Paesi della sponda sud ma un aiuto a costruire fra loro quell’integrazione regionale che oggi manca, quei rapporti orizzontali che furono decisivi da noi per chiudere la stagione delle guerre mondiali e per aprire la storia della Comunità poi divenuta Unione Europea.

Fuori dalla palude

Fuori dalla palude

E’ facile essere rimproverati di moralismo quando si affronta il tema dell’etica pubblica. Il rimprovero può avere il sapore gradasso delle provocazioni di Ferrara (un capolavoro il suo gruppo improvvisato e denominato dei “liberi servi di Berlusconi”) o l’alzata di spalle imbarazzata del “così fan tutti”, del “vivi e lascia vivere”. In fondo, in un tempo di crisi e di incertezza, ciascuno si arrangia come può e la spregiudicatezza dei poteri forti suona come un “tana libera tutti” per chiunque altro.
Personalmente invece vivo con un inedito disagio, perfino fisico, questo tempo che ci porta verso la pausa estiva. Avevo poco più di 25 anni quando cadde rovinosamente la Prima Repubblica e venne a galla, in pochi mesi, un quadro devastante di illegalità diffusa, di finanziamento illecito, in gran parte rivolto ai partiti senza però escludere clamorosi arricchimenti personali, di competizione economica drogata da finti appalti e da creste sistematiche sui denari spesi in lavori e forniture pubbliche. Fu, com’è noto, l’inizio della stagione di Mani Pulite che segnò una frattura nella storia della politica italiana, paradossalmente ricomposta due anni dopo proprio nella figura di Silvio Berlusconi, uno dei maggiori benefattori e beneficiati del sistema precedente.
Sono passati quasi altri venti anni. Sulla distanza da quel mondo non occorre dilungarsi.
La nostra Europa è seduta su una montagna di dimensioni ciclopiche che è la somma dei debiti sovrani, migliaia di miliardi di euro, debiti accumulati negli anni per finanziare il cosiddetto modello sociale europeo cui si aggiungono quelli recentemente contratti per pagare le rovinose avventure finanziarie di banche e fondi, cui si aggiungono quelli cautelativi messi da parte per tranquillizzare i “mercati”, per evitare nuove aggressioni speculative. E’ un bivio drammatico che mette a rischio il progetto europeo e il destino italiano. Come gli altri progressisti europei, condivido che sia un progetto monco e rischioso quello che si limita a tagliare ciecamente dappertutto, non preoccupandosi del rilancio dell’economia. Per la semplice circostanza che deficit e debito sono un numero percentuale che vede al denominatore della frazione la crescita economica. Se si taglia ma non si cresce, debito e deficit aumenteranno comunque. E perché è troppo comoda la narrazione di un’Europa costituita da un nucleo forte che mette all’indice alcuni paesi, piccoli, periferici e cattivi sui quali scaricare l’onta della crisi, dimenticando che le proprie banche sono state intrecciate mani e piedi con le scelte che producevano quei debiti.

Con questo scenario sullo sfondo, con le mille crisi che esplodono nel pianeta (Afghanistan e Libia, Siria e dintorni), le pagine della cronaca italiana hanno scoperchiato un pentolone puzzolente i cui miasmi avvolgono come uno spirale i principali centri di potere della repubblica.
Prima ancora di verificare quanto ci sia di millantato credito, di penalmente rilevante o d’altro, quello che salta agli occhi dall’intreccio di fatti assai diversi fra loro (Bisignani e la P4, il caso Rubygate, la rete dell’ex magistrato on.Papa sul cui arresto decideremo a breve, i favori nel CdA Rai, gli intrecci con i vertici di grandi aziende pubbliche, nella cronaca di Roma il cosiddetto caso Pambianchi) è l’esistenza di una rete, non grande, nella quale ricorrono sovente un paio di decine di nomi, i soliti, che scambiandosi informazioni, pressioni, assunzioni strapagate, denari, avvalendosi per fini personali della posizione di responsabilità, hanno intossicato le sorgenti del sistema politico. Tutta gente che compare negli eventi della società che conta o finge di contare, tutta gente di cui si scoprono patrimoni immobiliari, macchine, barche, terreni, conti correnti, tasse evase per decine di milioni. Tutta gente che esce da un’intercettazione ed entra in un’altra.

E’ un mondo spregevole che, come uno schizzo d’inchiostro, ha sporcato un quadro intero. Che rende difficile per la generazione “senza”, senza lavoro, senza diritti, senza tutele, distinguere profili e responsabilità nell’etichetta collettiva della “casta”. Che costringe molti ad attaccare la propria speranza al “resistenzialismo” anti berlusconiano che ha lavorato nella Rai e che oggi trasloca a La7 per ignavia di Viale Mazzini e per i profumati ingaggi offerti. Che azzoppa qualsiasi idea di risanamento dei conti pubblici, se viene così immediato associare il proprio presente senza futuro, il proprio contratto da dipendente spremuto alla fonte con le immagini fastose e pompeiane di una corte che dilapida le ultime risorse dell’imperatore e del suo regno.

L’Istat ha reso noto pochi giorni fa che le entrate derivanti dalle imposte sulle persone fisiche provengono da redditi da lavoro dipendente e da pensioni per il 93% (non è un errore, il 93%) e per il 7% da lavoro autonomo. Senza etichette frettolose, c’è poi da stupirsi se anche noi abbiamo i nostri “indignados” ?

Si è detto che siamo in presenza negli ultimi mesi di un riscatto civile. Lo spero tanto. Lavoro per quello. Ho sempre scritto e detto che l’uscita dal berlusconismo sarebbe stata più lunga dell’uscita da Berlusconi. Il letamaio svelato dalle inchieste degli ultimi giorni rende sempre più urgente iniziare il lavoro di bonifica di questo Paese. Non sarà una passeggiata di salute.

Ho fatto un sogno

Ho fatto un sogno

Mi sono svegliato con un sorriso stamani. L’affluenza è al 41%. Tutti i giornali dicono che il quorum è alla portata. Gli esperti ce lo dicevano da una settimana nei loro sondaggi. Via il nucleare dall’Italia, via i pasticci sull’acqua (con la Chiesa perfino che si risveglia), via quel legittimo impedimento tronfiamente approvato un anno fa. La maggioranza già litiga (sembra l’Unione del 2007). Bossi chiede di cambiare per non morire. Zaia è andato a votare dicendo che la Padania boccheggia e non ce la fa più. Quei due simpaticoni di Briatore e Santanchè, testimoni della difesa di Berlusconi, intercettati mentre si lamentano sul premier che continua ad aprile di quest’anno a fare festini con le ragazze (ma dopo Palazzo Grazioli e Tarantini e Arcore e Rubi in quale delle case si opera ? vedi che serve avere molte proprietà immobiliari…). Non abbiamo ancora smacchiato il giaguaro ma siamo davvero a buon punto.
Buongiorno Italia. Mi sono dato un pizzico sul braccio ma è tutto vero. Sia l’affluenza che le frasi della Santanchè (lei invece è sintetica e abbonda di polimeri). E ora via a lavorare per accompagnare un pò di nuovi elettori al seggio….