Questo articolo sul referendum costituzionale in Marocco esce domani su Europa.
Il Marocco vota oggi per il referendum sulle modifiche costituzionali annunciate nel discorso del 15 marzo da re Mohammed VI. Si tratta di un pacchetto che prevede, fra l’altro, sia il rafforzamento dei poteri del Primo Ministro che sarà scelto sempre dal Re ma nel partito che ha vinto le elezioni sia l’introduzione di un forte decentramento regionale. Un percorso, insomma, che conduce verso una monarchia costituzionale di tipo più classico.
Il Marocco e l’Algeria, sua vicina, sono stati in questi mesi sotto l’occhio attento degli analisti internazionali. In molti si affrettarono a inizio d’anno a prevedere – dopo la caduta della Tunisia, dell’Egitto e lo scoppio della violenza in Libia – un rapido effetto domino che avrebbe coinvolto l’intera costa settentrionale. La cronaca ha registrato invece qualche manifestazione di piazza, alcune anche molto partecipate, ma niente che abbia davvero messo in pericolo la stabilità dei due regimi; perfino l’attentato tragico di Marrakech, sette anni dopo le bombe di Casablanca, è stato considerato più un episodio singolo che il frutto di un’azione strategica.
I due Paesi condividono alcune caratteristiche della regione, le tendenze demografiche, una generazione in cerca di sbocchi, una diffusione crescente della rete e dei social network, una forte orgoglio nazionale radicato nella propria peculiare storia, ma differiscono per alcuni elementi sostanziali.
In Marocco, re Mohammed VI è considerato discendente diretto del Profeta, assommando quindi il ruolo di “Capo di Stato e comandante dei credenti”: fuori dalle etichette, il giovane sovrano è considerato un punto di equilibrio largamente riconosciuto; si sottolinea che le sue riforme, ad esempio l’avviamento delle donne all’educazione scolastica, i programmi per combattere la povertà nei villaggi berberi siano piaciuti più al popolo che all’establishment. Insomma, vuoi per i lunghi periodi della sua formazione trascorsi all’estero vuoi per fiuto politico, il re sembra aver giocato d’anticipo sulla piazza, offrendo un pacchetto di riforme prima che l’opposizione definisse una piattaforma. E’ ovvio che il referendum ha i suoi avversari, che hanno manifestato numerosi nelle piazze del Marocco il 19 giugno e che ritengono insufficienti le aperture della monarchia.
In Algeria, il Presidente Bouteflika ha proposto un processo che porterà a nuove elezioni l’anno prossimo e che rinnoverà il quadro dirigente. L’Algeria ha pagato negli anni 90 uno spaventoso tributo di sangue alla guerra civile che vide contrapposti il Gruppo Islamico Armato e l’esercito, che sospese i risultati delle elezioni ritenendosi il depositario di una tradizione nazionale laica costruita nella guerra d’indipendenza. Proprio questa fase drammatica della storia recente – secondo molti – avrebbe dissuaso la società algerina nei primi mesi del 2011 a riaprire una fase che poteva condurre ad esiti sconosciuti.
I due grandi Paesi maghrebini “competono” fra loro nel mostrarsi ad Europa e Stati Uniti come il campione ideale della sponda sud per attrarre investimenti, per stringere accordi con l’Unione, per combattere la minaccia del fondamentalismo. Proprio quest’ultimo tema dovrebbe in realtà essere una preoccupazione dell’intera comunità occidentale se è vero che nel Sahel, fra Mali e Mauritania, una versione in franchising di Al Qaeda ha creato delle zone franche di riorganizzazione capaci di muoversi in libertà nella fascia sub-sahariana fino al Corno d’Africa.
Inoltre, Algeria e Marocco sono da anni divisi politicamente sul destino del Sahara Occidentale e sull’esito da dare alla complessa questione dei Sahrawi dei quali Algeri si è fatta paladina sul palcoscenico politico.
Noi abbiamo detto fin dall’inizio che stavamo dalla parte delle rivoluzioni arabe. Non abbiamo mai inteso con questo che la rivolta fosse l’unica modalità per provocare un cambiamento in quella regione. Ma abbiamo sottolineato che un cambiamento capace di dare risposte solide alla domanda di libertà e pluralismo e a quella concreta di sviluppo e lavoro avrebbe chiuso positivamente la fase dell’eccezionalismo arabo e avrebbe riportato invece quel mondo dentro una cornice condivisa. Traguardo importante, soprattutto, per quel braccio teso sul Mediterraneo che è l’Italia.
In sei mesi sono caduti entrambi i punti di vista “estremi”: non è vero che si stava meglio quando si stava peggio, non è vero che la costruzione delle nuove democrazie sia facile e divertente come una passeggiata di salute. La democrazia esige una sua fatica.
Per quanto ci riguarda, noi continuiamo a scommettere su questa stagione e guardiamo con interesse ai risultati del referendum e soprattutto alle modalità della sua eventuale attuazione.
Verrà poi un secondo tempo. Non solo nuovi e diversi rapporti fra noi e i Paesi della sponda sud ma un aiuto a costruire fra loro quell’integrazione regionale che oggi manca, quei rapporti orizzontali che furono decisivi da noi per chiudere la stagione delle guerre mondiali e per aprire la storia della Comunità poi divenuta Unione Europea.


