Articoli con tag crisi

Countdown -8: un passo alla volta

La novità è che non ci sono novità. Che il treno della crisi di Berlusconi e del suo governo procede lentamente verso il voto della settimana prossima. Che anche il penultimo finesettimana prima del voto di Montecitorio, semmai, ha fatto registrare qualche ulteriore scambio al peperoncino fra il premier e il presidente della Camera, rendendo sempre più improbabile qualsiasi recupero, umano prima ancora che politico.

Mentre si contano con il pallottoliere i casi bizzarri del calendario (i giorni del parto della mia collega Federica coincidenti esattamente con il voto) o i narcisismi dell’ultim’ora alla ricerca di mezza pagina di intervista da far vedere ai nipoti, la politica tramesta già sul dopo.

Ribadisco la mia opinione. Con un Consiglio Europeo dedicato alle nuove regole del patto di stabilità convocato 24 ore dopo la sfiducia, 120 miliardi di titoli di Stato nelle aste dei prossimi mesi, c’è poco margine per apprendisti stregoni e farfalloni del transatlantico. Una soluzione rigorosa – chiamatela istituzionale, tregua o anche Pippo – affidata alla saggezza del Capo dello Stato, che faccia posare la polvere, calmare i toni, abbassare la voce, riorganizzare i campi è ciò che serve. Ed è l’unica soluzione intermedia fra gli eventuali desideri di ribaltone (comunque negati anche oggi da Fini) e i governi fotocopia affidati alle fotocopie di Berlusconi.

Tanto più che le notizie drammatiche della cronaca – mi riferisco al rapimento/omicidio della piccola Yara o alla strage di ciclisti in Calabria – sono lì, pronte altrimenti a innescare una santabarbara di argomenti ghiotti per la cattiva politica, nonostante le parole di straordinario equilibrio dei familiari coinvolti.

Domani volo oltreoceano per la riunione annuale del Consiglio Italia – Stati Uniti.
Sono sinceramente curioso di testare personalmente un po’ di amici sulle conseguenze del ciclone Wikileaks. Inoltre al Consiglio quest’anno partecipano ospiti decisamente importanti, soprattutto interessanti da ascoltare – specie se a porte chiuse – in questa fase della vita del Paese: fra questi, Mario Draghi, Sergio Marchionne, Emma Marcegaglia.

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Countdown -11: da Varsavia con amore

Post scritto venerdi 3 e postato in ritardo a causa del fulmine che ha bloccato il server !…

 Quando i Presidenti di Camera e Senato si accordarono con il Presidente Napolitano per un calendario politico che fissava il dibattito parallelo sulla fiducia il 14 dicembre, l’opposizione obiettò garbatamente che il rinvio pareva troppo lungo. Appare evidente oggi che c’erano elementi di verità.

Scrivo da Varsavia, un tempo da lupi, -20° e neve dappertutto, mentre partecipo al Consiglio annuale del PES, dove il Pd è partito invitato. E vedo da qui online i giornali italiani.

Immagino la sorpresa – ad essere gentili – o la rabbia di chi oggi legge che la Camera sarà chiusa fino al dibattito sul voto, fino al 13 dicembre. E’ chiaro che chi ha una responsabilità politica di settore non starà certo con le mani in mano, ma è altrettanto evidente che questi dieci giorni forzati di pausa (la PdL ha chiesto questo tempo per valutare gli emendamenti di FLI sul decreto sicurezza…) sono il segno di un epilogo.

Purtroppo, nemmeno il Presidente del Consiglio e il suo “inner circle” staranno con le mani in mano. C’è il rischio che si apra il mercato. Di quelli che eccitano i giornalisti e disgustano gli italiani.

Credo ogni giorno di più che l’Italia abbia il bisogno di chiudere un ciclo.

Non si tratta del normale desiderio di chi è opposizione di avere la propria chance, ma di qualcosa di più, della percezione bruciante di vedere il proprio paese scivolare ogni giorno di più in una crisi di sistema, in una crisi che è al tempo stesso politica, istituzionale, economica e persino morale, del timore “generazionale” di lasciare a chi viene dopo un Paese prostrato, con aree di eccellenza certamente, ma anche con aree fuori controllo. Pompei, i suoi smottamenti quotidiani, come metafora dell’abbandono di un patrimonio potenziale mai usato adeguatamente.

E credo che il dato strabiliante del successo ottenuto da “Vieni via con me”, se non lo vogliamo ridurre alla celebrazione plebiscitaria dei suoi bravi conduttori, sia in realtà il segno che uno spazio di riscossa civile ci sia.

Credo altresì che il Paese abbia bisogno di una fase di riassestamento, nel centrodestra e nel centrosinistra. Perciò, credo che sarebbe assolutamente ragionevole sostenere un governo “del Presidente”, un governo – non me ne vergogno – che possa pure “commissariare” per un certo periodo la politica, assumendo il peso dell’austerità europea, modificando chirurgicamente la legge elettorale, facendo smaltire a destra l’inesorabile balcanizzazione che avverrà con il tramonto di Berlusconi e a sinistra l’ordalìa delle primarie come surrogato all’incapacità di riorganizzare il campo politico.

Se le leadership che si contendono il futuro del nostro campo sono una cosa seria, reggeranno pure fra 18 mesi. Se dovessero reagire negativamente ad un rinvio della partita, vuol dire che si tratterebbe solamente di bolle tattiche incapaci di reggere una stagione in più e sarebbe a maggior ragione giusto interrogarsi sulla solidità dell’alternativa che stiamo preparando. Non stiamo aspettando un Messia, è ovvio, ma non abbiano nemmeno bisogno del primo Mago Otelma che si presenta.

Ho già scritto cosa penso, nel metodo, di Wikileaks e di Julian Assange. Oggi trovate sui giornali italiani non tanto gli aggettivi riferiti a questo o quel leader quanto i file relativi ai rapporti fra Berlusconi e Putin, al dossier energia, al ruolo di Valentino Valentini, l’interprete divenuto mediatore degli affari di Mosca.

Lascio a voi ogni commento.

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Countdown – 22: Mara va alla guerra

Anche stamani mi sono svegliato con Alessandro Sallusti, funereo picchiatore dei giornali berlusconiani, che imperversa su qualche talk show mattutino.
Se rottamassimo anche coloro che, col ditino alzato, ci ammaestrano da anni in tv su qualsiasi argomento, il triste Sallusti andrebbe iscritto nella lista.

Il Ministro Carfagna, dopo la liquidatoria battuta di Berlusconi, è stata derubricato alla “signora Mara”, la vicina del pianerottolo con lo scopettone in mano, roba già accaduta a chiunque ha litigato con il Capo, dalla moglie, alla Mussolini (poi pentita), alla Santanchè (poi pentita), alla Brambilla (poi pentita) e via indulgendo.
Ieri, in una iniziativa del “porta a porta”, ho registrato che pochi avessero davvero seguito quale sia l’argomento del contendere fra la carfagna e il suo partito. E allora ricapitolo i fatti.
In Campania, da anni, è in corso una guerra politica ad alta intensità, prima dentro Forza Italia, oggi nel Pdl. La lista delle vittime è lunghissima.
L’ultima versione del medesimo conflitto vede da una parte il Presidente della Regione, Caldoro, assieme a Carfagna contro il segretario regionale, Cosentino, sottosegretario dimissionato dopo l’accertamento dei suoi legami con i clan camorristici, e alcuni suoi fedeli fra i quali Landolfi e Cirielli, parlamentari e presidenti di provincia. Oggetto della guerra sono i 150 milioni di euro stanziati per costruire due termovalorizzatori che dovrebbero aiutare (nel lungo periodo) a risolvere la nota crisi della monnezza. In particolare, oggetto della guerra, è chi comanda sulla decisione in questione, se i presidenti della provincia (cioè Cosentino) o il presidente della regione (cioè Caldoro Carfagna). Per capirsi, non si discute di filosofia, ma di potere, e – data la natura dei contendenti – si discute pure di come e se salvare questa roba dal controllo indiretto dei clan camorristici. Ci si arriva anche senza chiamarsi Saviano.
In un decreto “varato” (cioè approvato nelle intenzioni, ma non in un testo scritto vero e proprio) dal Consiglio del Ministri, un giorno x, il braccio di ferro è vinto dalla Carfagna: il controllo sarà della regione. Giunta la notizia alle orecchie della cordata avversaria, una delegazione formata da Cirielli e Landolfi schizza a Palazzo Chigi, incontra il capo (o qualcuno che ne fa le veci) e minaccia brutalmente incidenti nel voto di fiducia del 14 dicembre se il pendolo non cambierà direzione. Berlusconi (o chi ne fa le veci) accetta e rassicura: al momento opportuno, il testo verrà scritto in quel senso attribuendo il controllo alle provincie, cioè a Cosentino. La delegazione torna festante alla Camera, annuncia la notizia, Carfagna inorridisce, chiacchiera fitta fitta con il suo vecchio amico e corregionale Bocchino, è fotografata dal telefonino dalla Mussolini (“intelligenza con il nemico ?”), annuncia alle agenzie che voterà la fiducia ma si dimetterà da Ministro il giorno dopo, ricevendo sostegni “pesanti” come quello del Ministro degli Esteri Frattini.
Ovviamente, il giorno dopo, Mara diviene per il centrosinistra simbolo della resistenza democratica, e per il centrodestra una ex soubrette che si è montata la testa e vuole pre-candidarsi a Sindaco di Napoli capitalizzando la propria popolarità e – perché no al tempo della politica immagine ? – la sua bellezza.
Questa la cronaca dei fatti. Impossibile minimizzare. Difficile dimenticare che la denuncia dei legami fra Pdl e aree grigie dei clan sono stati oggetto di denunce incrociate in Campania e Sicilia, che Miccichè ha mollato denunciando un partito che non esiste, che tutta la prima generazione dei forza italioti di Publitalia è stata mandata a casa da questa arrembante nuova generazione di disinvolti.

PS: il termometro di inizio settimana suggerisce grandi manovre nei gruppi centristi e fra i professionisti del pendolarismo parlamentare. Seguiremo come il vecchio colonnello Bernacca l’andamento del tempo e stasera, intanto, ascolteremo l’elenco dell’onnipresente Maroni a Vieni via con me.

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Il bivio di Fini e il bipolarismo alle corde

 

un amore finito ?

un amore finito ?

In passato, davanti alle scelte fondamentali, l’attuale Presidente della Camera le aveva toppate quasi tutte: la critica al sistema maggioritario (che in realtà lo aveva poi scongelato dal limbo post-fascista); la copertura fornita a Berlusconi nell’affondamento della Bicamerale (che aveva resuscitato la leadership agonizzante di B.); il partito dell’elefantino alle elezioni europee con Mario Segni (avrebbe detto Fantozzi “una cagata pazzesca”) e via ricordando…

Il Fini versione 2009 sembra altro. Sarà il matrimonio, sarà per contrasto con la deriva patologica di B, sarà lo stato di grazia della funzione di Presidente della Camera, ma la sensibilità dimostrata verso le istituzioni, la posizione coraggiosa (per un uomo di destra come lui) sul bisogno di superare lo jus sanguinis a favore dello jus soli in materia di cittadinanza e immigrazione, alcune sottolineature recenti sulla necessità di non scambiare consenso per ragione e maggioranza per monarchia lo hanno reso simpatico anche a buona parte del popolo dell’opposizione.
Stamani, al termine della comunicazione di Maroni sui fatti di Milano, c’erano due alternative per la destra: incassare il favore politico provocato dal gesto matto di Tartaglia (l’Italia costretta a solidarizzare con B. dimenticandosi gli insulti presi fino a poche ore prima), “stroppiare” come si dice dalle mie parti. Cicchitto (ricordare sempre, tessera P2) ha stroppiato: terrorismo mediatico, clima di odio, mirino alzo zero sull’opposizione. Bersani ha volato bassissimo, con misura, non raccogliendo nessuna provocazione.
Nemmeno un’ora dopo, il Governo pone la fiducia sulla Legge Finanziaria.
Alt. Passo indietro. Con la legge attuale di bilancio, sono finite per sempre le maratone di tre mesi cui eravamo abituati negli anni 90. Poche settimane e, sant’Euro, via andare. In più l’opposizione aveva ritirato quasi tutti gli emendamenti e promesso di approvare la legge con tempo contingentato sì da arrivare comunque a giovedi 17, lo stesso tempo che richiederà ora la procedura della fiducia.
Dopo l’annuncio dell’ineffabile Vito, Fini si dà la parola e, zac zac, sottolinea il senso di responsabilità dell’opposizione, esalta il parlamento sede del confronto politico e definisce “deprecabile” il voto di fiducia richiesto, scaricando la responsabilità sul “rapporto fra governo e maggioranza”. Dibattito chiuso, maggioranza a capannello che non commenta in attesa di consultarsi con il Capo al capezzale milanese.

Lo strappo stavolta è pesante. Radio Montecitorio pronuncia la parola proibita “elezioni anticipate”.
E’ un errore di Fini ? Un atto orgoglioso ma solitario che lo suicida ? Il tradimento di Giuda che ieri abbraccia il ferito e oggi lo pugnala ?
O è l’avvertimento di chi ieri si è sentito confidare la voglia di elezioni anticipate da B. che il PdL si sarebbe rotto in questa circostanza ? O è la prova generale di terzo polo, un accrocchio che fra Casini, Montezemolo, Rutelli, preannuncia la fine precoce del bipolarismo, in omaggio alla fine del sogno democratico di impronta veltroniana ?
Fuori, nell’Italia della crisi, delle fabbriche che chiudono, degli strardinari non pagati, dei contratti non rinnovati, questo dibattito può sembrare e probabilmente è lunare, anzi (calcolando bene le distanze) marziano.
Ma nel teatrino di giro che cambia canale ogni sera mandando in scena lo stesso copione, quella di stamani è una nuova tappa del Meccano politico nazionale che segna un cambio di campo non banale. E se penso alla “discesa in campo” del Vaticano dopo l’attacco della Lega al card Tettamanzi, se penso all’insofferenza diffusa e al clima di rabbia e rancore che cova, se penso agli attacchi di B. contro le istituzioni repubblicane vagheggiando al contempo riforme costituzionali mai presentate nella sede propria del parlamento, ho l’impressione che il 2010 possa essere l’anno di una nuova resa dei conti.

Voi che dite ?

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