Quindici giorni fa, gli esponenti della PdL tentarono per un pò di difendere i risultati del primo turno delle elezioni amministrative sostenendo che in fin dei conti si era trattato di un pareggio fra centrodestra e centrosinistra.
Oggi pomeriggio, Pierluigi Bersani ha commentato lapidario e sarcastico “abbiamo pareggiato 4-0”. Il risultato ovviamente si ferma ai capoluoghi di regione, Milano, Napoli, Cagliari e Trieste ma uno sguardo rapido ai risultati rende evidente che il mazzo ha ben più dei quattro assi di cui si è parlato. Novara, Mantova, Pavia, Grosseto, Crotone testimoniano inequivocabilmente che si è mossa un’onda nel Paese.
Il centrosinistra governa simultaneamente i capoluoghi di regione di tutto il Nord. Un fatto mai accaduto da tantissimi anni. Conquista di slancio, con scarti fra i quindici e i venti punti, città proibite come Trieste e Cagliari, tracima a Pavia come a Gallarate, espugna Monfalcone e Gorizia lasciando presagire la prossima riconquista della Regione caduta al secondo mandato di Illy.
Laddove, come a Vercelli o Varese, il centrodestra tiene, gli scarti si assottigliano: un punto, tre punti in luoghi che in passato finivano 65 a 35. Come a Napoli con il neo-Masaniello De Magistris.
Ero stato ottimista a urne chiuse ma non occorreva né genio né azzardo. Mai si era visto il centrodestra dilaniarsi sui giornali a ballottaggi in corso, le correnti le une contro le altre, i ministri invocare l’azzeramento dei coordinatori. Poi, oggi, la sala stampa della PdL che resta chiusa affidando i commenti ai comitati locali, segno di una Waterloo che, rimuovendo la discussione sulle cause della sconfitta, indicava silenziosamente in Silvio Berlusconi lo sconfitto numero uno. Difficile metterla in altri termini: ha dettato l’agenda, ha chiesto il referendum su di sé e lo ha clamorosamente perso.
Un augurio sincero a Pierluigi Bersani. Merita il successo che ha avuto e l’unità del partito che è stata faticosamente ricreata. Le liste del Pd vanno bene – Napoli è sempre caso a parte – sia con il proprio candidato che con candidati di coalizione. I Democratici hanno giocato in squadra sia quando esprimevano il centravanti che quando tenevano il centrocampo, hanno sconfitto le paranoie berlusconiane con l’ironia, hanno pattugliato serenamente il territorio.
E’ una vittoria. Non è la vittoria. E’ indispensabile adesso non riprodurre le patologie dell’Unione. Il dato di oggi però testimonia che il populismo può essere battuto con la sua alternativa. Che si può uscire dal berlusconismo senza imitarlo. Che la partecipazione collettiva è un modello non definitivamente piegato al comunicatore demiurgo. E che il Nord – da venti anni anticipatore dei movimenti elettorali nazionali – ha compreso alla fine che “sotto il vestito niente” in tempi di crisi, in tempi che hanno bisogno di scelte politiche e non di lustrini, non paga più.
Ignoro cosa potrà succedere nei prossimi giorni. La Lega oggi ha ammesso la sconfitta girandola secca sul primo ministro. La strategia della “spallata” alla Camera del 14 dicembre scorso sarà pure fallita di poco ma la “rivincita” tramite compravendita di posti e poltrone con la squallida operazione dei “Responsabili” si è rivelata una vittoria di Pirro.
Berlusconi è da sempre uno che non si arrende. Oggi meno che mai. Per uno che da sempre vede le sue opzioni estreme oscillare dalle patrie galere al Quirinale, quella di oggi è una battuta di arresto che non ne fiacca certo la volontà.
Ma non mi sentirei di giurare la stessa cosa a proposito dei suoi e della Lega.
E ora godiamo un’altra volta. Tutti assieme. E ancora di più di quindici giorni fa.
Da domani, di nuovo al lavoro per costruire in tempi brevi l’alternativa che il Paese richiede.


