Alla riconquista della Cirenaica mancano solo ormai Tobruk e Bengasi. Non è in discussione il se ma solo il quando e il come, ovvero il prezzo in vite umane che tutto ciò comporterà.
Gheddafi ha riconquistato la scena, militare e politica. La “comunità internazionale” esce invece di scena fra i fischi degli spettatori che sono rimasti attenti a ciò che accadeva mentre gli altri si sintonizzavano legittimamente sulla tragedia dell’Estremo Oriente.
Nella giornata di ieri, il G8 si è chiuso con un nulla di fatto, cioè con la non menzione della no-fly zone (oramai inattuale vista la situazione sul campo) e la recisa opposizione tedesca; a New York si continua a discutere su una risoluzione che forse vedrà la luce la prossima settimana; la Francia che voleva riconoscere il Consiglio di Bengasi come governo libico e si proponeva di bombardare Tripoli da sola o in compagnia si è letteralmente liquefatta dicendo laconicamente in conferenza stampa che “si riconoscono gli Stati non i governi”; la Cina è pronta a riportare i suoi 36.000 operai evacuati durante la crisi nei cantieri che attendono il disco verde della ripartenza.
Due giorni fa avevo scritto che si preannunciava la vittoria della real politik sulla speranza delle piazze arabe. Oggi possiamo dire purtroppo qualcosa di più.
L’Europa è ancora una volta nuda di fronte a se stessa. Ha sperato che, anche nel Mediterraneo, fossero gli Stati Uniti a levare le castagne dal fuoco, ad assumere in prima persona una iniziativa cui accodarsi nel quadro di un ritrovato multilateralismo. Ma la Casa Bianca, disponibile ad ogni azione, ha ricordato che il Mediterraneo è il giardino di casa nostra e che toccava agli europei decidere e a loro accodarsi e semmai sostenere. Così alla domanda “chi è pronto a muoversi?”, “chi mette gli aerei ?”, “cosa bisogna colpire ?” è seguita la commedia farsesca “vai avanti te che a me scappa da ridere”. La tragedia giapponese ha fatto il resto. Come democratici abbiamo criticato le coalizioni dei volonterosi dell’epoca di Bush in nome del multilateralismo, ma questo diverso metodo impegna comunque i singoli membri della comunità ad assumere la responsabilità, a condividere il carico (il cosiddetto burden sharing).
Questo messaggio, ovviamente, è arrivato e arriverà alle altre piazze arabe in fermento. Sorpresi forse dall’escalation verbale della diplomazia (sanzioni, embargo, no fly zone ecc), i giovani avranno capito che le parole della politica non vanno prese sul serio nemmeno quando sono pronunciate da paludati ministri degli Esteri. Meno sorpresi e più sollevati saranno invece quei regimi autocratici che, da oggi, sanno di poter usare la mano più pesante verso chi contesta il potere. Il precedente libico pesa molto.
E’ oggettivo che anche un Gheddafi vincitore nel sangue non sarà mai il Gheddafi di ieri. O meglio, è plausibile che il Colonnello si reincarni nel Gheddafi di ieri l’altro, quel paria della comunità internazionale iscritto nella black list degli Stati canaglia fino alla fine degli anni 90. Sospeso dalla Lega Araba, espulso dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, impossibilitato (se almeno fino a lì la comunità regge la posizione) ad usare i propri beni congelati all’estero, impedito dalle sanzioni a sviluppare il proprio business, Gheddafi tornerà ad essere quell’elemento di destabilizzazione che ne ha caratterizzato il lungo percorso.
Sullo sfondo di tutto, in filigrana, giganteggia il dilemma che poco meno di venti anni fa Clinton poneva alla comunità internazionale inventando la categoria dell’ “intervento umanitario”: quale è il confine fra la tutela dei diritti umani in un caso di flagrante violazione e il principio di non ingerenza negli affari interni di un Paese ? quali requisiti occorrono affinché uno o più Paesi possano assumere legittimamente il ruolo del poliziotto buono negli affari del mondo ?
Ho cercato parole per esprimere il groviglio di sensazioni che mi suscita la vicenda giapponese. Non ne ho trovate di adeguate. Le due cose che mi hanno colpito di più sono comunque l’ammirevole compostezza di quel popolo davanti alla catastrofe (e una volta tanto la parola non è inutilmente enfatica ma la descrizione di una realtà) e il tragico fato che intreccia il Giappone al potere atomico.
Per sorridere da ultimo, se possibile, segnalo il paradosso italiano fotografato da un’impareggiabile vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera di oggi. Ogni Paese europeo si interroga sulla propria sicurezza nucleare, sospende la costruzione di centrali, verifica quelle in uso; il nostro Governo annuncia fieramente che non farà marcia indietro. Già ma da che cosa ? Siamo il solo Paese nucleare senza esserlo, senza un progetto, senza un sito prescelto, senza un consenso, senza un quattrino, ma possiamo stare tranquilli perché andiamo avanti.
Il teatro berlusconiano è l’unico teatro che non chiude mai.




Facebook
Flickr
Current
YouDem