Nell’estate 2006, quando esplose la guerra in Libano a seguito delle operazioni militari israeliane, il governo italiano con Massimo D’Alema – alla guida della Farnesina – assunse una forte iniziativa che portò in pochi giorni al varo della missione Unifil, a comando italiano e con la piena partecipazione dell’Unione Europea. Si trattò di un indubbio successo diplomatico che fu esplicitamente riconosciuto dall’amministrazione americana (a guida repubblicana) e di un’azione che ha aiutato concretamente sul terreno a non peggiorare uno scacchiere già in precario equilibrio.

Nella crisi libica di questi giorni, gli osservatori sono divisi sulla valutazione della strategia della Casa Bianca, se siamo cioè davanti ad una conduzione incerta del giovane Presidente o se invece la sollecitazione all’Europa ad assumersi una responsabilità piena sia la semplice applicazione di un nuovo approccio multilaterale che l’Europa, per altro, ha lungamente invocato.
E’ ovvio che personalmente propendo per la seconda ipotesi.

Non mi ha perciò sorpreso in principio il protagonismo francese di questi primi giorni. Che sia, secondo una lettura “petrolifera”, per guadagnare posizioni nel dopo Gheddafi, che sia, secondo una lettura “psicologica” per rimediare alle goffaggini mostrate nella crisi tunisina, che sia, secondo una lettura “domestica”, una tappa della lunga volata per la riconferma all’Eliseo, la Francia ha cercato di riempire un vuoto, di assumere una leadership. E’ stata favorita in questo dal suo essere comunque Paese mediterraneo; è stata favorita dal vuoto lasciato dalla Germania di Angela Merkel. Che si provi simpatia o antipatia per i cugini d’Oltralpe, la politica estera in questo tempo si gioca più sull’iniziativa che sul posizionamento statico.

Sull’altro piatto della bilancia pesa invece ed è altrettanto incontestabile che il cosiddetto “air and space control” e la catena di comando della Nato sia un valore aggiunto insostituibile per l’efficacia di qualsiasi azione militare così come è evidente che l’esperienza accumulata dalla Nato in precedenti crisi fornirebbe una soluzione migliore dell’attuale comando provvisorio anglo-franco-americano sotto il coordinamento degli Stati Uniti.

Da qui il braccio di ferro delle ultime 36 ore, con la Francia a fare la melina per mantenere una posizione preminente e l’Italia a minacciare la ritorsione suprema di negare la disponibilità delle basi.

Che sia chiaro. L’obiettivo di una linea di comando Nato è assolutamente condivisibile, come ha richiamato il Presidente Napolitano, con la doppia e non banale cautela di ottenere il consenso dei partner più riluttanti come Germania e Turchia e quello dei Paesi non Nato coinvolti come il Qatar. E, a conferma della personale valutazione sulla politica della Casa Bianca, non sono sorpreso che Obama si stia adoperando per persuadere sia la Turchia che il Qatar su questo traguardo.

Ma deve essere altrettanto chiaro che il governo deve correggere immediatamente il balletto di quest’inizio settimana, il balletto di chi partecipa alla missione ma è dispiaciuto per Gheddafi, di chi giura che non bombarderemo mai ma poi manda in tv il Ministro della Difesa a spiegare come i nostri caccia sono i soli capace di distruggere i radar libici – come ? con i consigli ? con le parole ? – di chi pare ancora tentato di scambiare un pattugliamento navale per sanzionare l’embargo con uno per respingere i profughi.
Alla schedina sì, ma nelle missioni internazionali un Paese normale non può puntare sull’1 X 2.