Archivio per dicembre 2010

A proposito delle opposizioni

I quotidiani italiani aprono oggi tutti sulla stessa notizia, la nascita del terzo polo. Ad essere sinceri, dovremmo parlare di ri-ri-rinascita poiché, come si conviene nella politica domestica, mai parto politico fu così tante volte annunciato e replicato.
Perché allora tanta enfasi ?
Siamo davanti al primo frutto avvelenato della vittoria parlamentare di Berlusconi. La gioia, non trattenuta dal premier, della “lezione” inflitta al nemico Fini, gli annunci di una incipiente campagna acquisti invernale tra i banchi di Fli e Udc destinata a stabilizzare la maggioranza, ha prodotto meccanicamente il rinsaldarsi dei centristi che hanno da subito una prima rilevante missione: salvare Fini dal rischio di sfarinamento del suo gruppo dopo la sconfitta subìta. Ancora una volta – è un tema che si ripete negli anni – l’anomalia di Berlusconi produce una modifica dello spazio attorno a lui, provoca azioni e reazioni speculari. Ti dico che sei morto prima di nascere ? E allora io forzo i tempi della nascita per smentirti.

La formalizzazione di un accordo di consultazione, fra qualche mese magari un logo elettorale comune, costringerà i centristi ad un’unione tattico-strategica che fino ad oggi non esisteva. Troppo presto per sapere fin dove si spingerà e con quali esiti. Ho già scritto che uno spazio elettorale di insoddisfazione prodotta da uno zoppicante bipolarismo sicuramente c’è. Che Fini Casini e Rutelli, un po’ Qui Quo Qua, leaders in cerca di popolo, riescano a soddisfare questa domanda con l’attuale legge elettorale è invece tutto da dimostrare.
Se un consiglio gratuito, un commento, un suggerimento è ammesso, credo che sarebbe ora il momento per Fini di lasciare la Presidenza della Camera e lanciarsi pleno jure nella battaglia politica. Specie dopo l’annuncio di un passaggio all’opposizione e dopo il voto di martedì, sarebbe a mio avviso una mossa utile nel processo di ricostruzione del sistema politico.
L’umore nelle fila dell’Italia dei Valori è decisamente down. Non desidero rincarare la dose anche se non ci era mai sfuggito il criterio casuale di reclutamento degli eletti che Di Pietro adotta, non da oggi, nelle elezioni europee, nazionali e regionali. Con meno enfasi e minori danni, la penisola e i suoi governi locali sono pieni di Scilipoti meno famosi. Spero solo che l’umore più dimesso non passi presto e che il rapporto fra Pd e Idv possa essere rifondato rinunciando una volta e per tutte all’argomento scivoloso e avvelenato del “come si fa la vera opposizione”.
Per quanto ci riguarda
, ad oggi, alla vigilia di Natale, mentre sono tutte aperte le valutazioni sul calendario che ci aspetta, sui tempi necessari per i decreti attuativi sul federalismo, sugli esiti del Consiglio Europeo di oggi sul nuovo Patto di Stabilità, sulle finestre elettorali praticabili nella primavera 2011, suggerirei due atteggiamenti complementari.
Da un lato, la tregua del dibattito interno, specie quello abbastanza sterile ben rappresentato dalle interviste di giornata di Beppe Fioroni che spiega a battute, il giorno dopo, perché abbiamo sbagliato tutto il giorno prima; o l’accanimento oramai patologico sulle primarie, da qualche mese a questa parte ridotto a luogo dove “contarsi per contare”, cioè non destinato a competere per una posizione, ma usato per mettere sul tavolo un peso di interdizione che permetta di negoziare qualcosa su tavoli successivi. Dall’altro, la necessità di far sentire una nostra voce unitaria e forte sui temi caldi di questo inverno, la crisi, il lavoro e la giovane generazione, lo sblocco delle rigidità sociali che congelano le nostre comunità. Insomma, una campagna tematica e serena che competa per la cosiddetta “agenda setting”, cioè per la leadership nell’indicare i temi sui quali l’Italia dovrà discutere. La prima vittoria politica è sempre quella di chi impone l’ordine del giorno. In altri tempi subimmo l’agenda della sicurezza e dell’immigrazione; domani non subiamo quella dei “traditori” e della “democrazia ribaltata”. E’ l’unico modo per aprire davvero la fase nuova che il Paese attende.

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The day after

E’ una giornata strana oggi.
I blindati hanno abbandonato le strade ma il centro di Roma reca ancora le tracce degli scontri avvenuti ieri mentre intanto ricomincia lo shopping natalizio.

Alla Camera si discute il decreto rifiuti in un clima rilassato come se niente fosse accaduto.

Lo spread fra titoli italiani e tedeschi è calato; i mercati finanziari non sono appassionati ai princìpi politici e dunque ogni crisi evitata (comunque sia) e ogni elezione rinviata rasserena gli uomini in grigio e fa bene al nostro debito che al momento si attesta – parola di Draghi – a 1844 miliardi di Euro. In compenso, l’Italia ha la terza più alta pressione fiscale in Europa dopo Danimarca e Svezia (per carità di patria non paragoniamo la qualità dei servizi resi) secondo i dati Ocse di stamani; nell’ultimo anno, dal 43,3%, abbiamo fatto un nuovo passettino avanti fino al 43,5%. Adottando una vecchia propaganda berlusconiana, lavoriamo per lo Stato fino al 7 giugno di ogni anno, poi guadagniamo per noi.

E’ morto Richard Holbrooke, “bulldozer”, “gigante” della diplomazia americana, come lo definiscono i quotidiani di tutto il mondo. Lo avevo incontrato l’ultima volta alla convention di Denver che incoronò Barack Obama, parlando delle ultime novità del processo di integrazione europea.

Assange esce dalle galere britanniche ma è incerto se stia tornando in libertà o stia passando dalla padella alla brace.

A Roma infuria una polemica durissima sulle centinaia di assunzioni nepotiste e politiche compiute da Alemanno (o in nome suo) nelle collassate aziende del trasporto pubblico. L’ultima chicca di giornata è quella del capo della rivolta dei tassisti contro Veltroni, militante della Fiamma Tricolore, ora seduto in un comodo ufficio dell’Atac e promosso coordinatore del circolo Pdl di Monteverde.

Si dice in genere che, a sinistra, si è rivoluzionari a 20 anni, moderati a 30, conservatori a 40, reazionari a 50. Le carriere politiche e le redazioni dei quotidiani offrono decine di esempi. Per quanto mi riguarda, conservatore e reazionario mai, moderato sì, ma il mio itinerario sta esattamente invertendosi dopo 20 anni di impegno politico centrato sul ragionamento, la persuasione, la pazienza della parola e degli argomenti.

I giornali dedicano ampio spazio alla giornata di ieri, alla politica, al retroscena, alla cronaca.
Delle tante analisi, faccio mia – novello Frankenstein – la sintesi dei commenti di Mauro su Repubblica e di Polito sul Riformista.

Berlusconi vince ma non governa. Le elezioni sono più vicine e l’asse Berlusconi Lega è più forte. Ci sarà un’offensiva diplomatica su Casini ma è lecito dubitare dell’esito. Fini ha preso una discreta sberla. Di Pietro una ben peggiore. Il Pd esce non male dalle ultime due settimane; e perciò attaccarlo oggi, con commenti generici sul “non avevate capito niente” (Renzi) o “primarie primarie primarie” (Vendola), sembra a me un errore di posizionamento e di ennesima auto centratura. Resta vero che lo stato incompleto di costruzione di un’alternativa condivisa (ovvero la capacità di indicare una maggioranza alternativa “alla tedesca”, un possibile leader, due opzioni programmatiche oltre il berlusconismo) non ha permesso di convincere gli ultimi deputati incerti (non certo giganti della politica ma comunque deputati) e probabilmente non convincerebbe ancora la maggioranza degli italiani. Chiedere semplicemente l’apertura di una nuova fase non è bastato; è sembrata una crisi al buio, dall’esito incerto. Perciò mi ero adoperato a tentare di indicare una strada netta nei giorni scorsi.
Da qui però riparte il lavoro dell’opposizione, più grande di ieri, più articolata, spero anche meno segnata dai protagonismi individuali. Dire insieme quelle cose in più su maggioranza, leader e programma, che non si era ancora pronti a dire ieri, potrebbe farci trovare più preparati per il redde rationem elettorale che si avvicina.

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Uno sguardo sul mondo per parlare d’altro

In attesa di pensare a freddo sugli eventi di ieri, ripropongo un intervento (come i vecchi film programmati dalla Rai nelle sere d’estate) che ho svolto sulla politica estera italiana in un evento del Pd nazionale dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia.
Così sperimento pure se ho capito come si caricano i video…

Dopo la battaglia

Scrivo a sangue caldo, anzi caldissimo. E ringrazio i tanti che mi hanno scritto, sollecitato, commentato stamani nella diretta “via facebook” sul voto.
E’ finita 314 a 311. Berlusconi passa alla Camera, acquisendo oltre ai tre guitti della responsabilità nazionale (Cesario e Calearo giù usciti da tempo più il nuovo acquisto Scilipoti) tre nuovi acquisti, Razzi, Polidori e Silinquini.
In sostanza – lo dico con rabbia – l’opposizione perde a causa di due acquisizioni dall’Italia dei Valori (che valgono 4 poiché si sottraggono da una parte e si sommano dall’altra) e due da Futuro e Libertà (che però non appartenevano all’opposizione e da parte dei quali non abbiamo sopportato due anni di prediche).
Tengono la linea e la posizione tutte le partorienti e il buon democratico Fedi, in chemioterapia pesantissima, volato dall’Australia. Tiene anche Moffa, che aveva segnalato un punto politico nei giorni scorsi ma che non ha voluto allinearsi con quelli venduti stanotte su un piatto di lenticchie.
Berlusconi vince ma non governa. A partire da domani, dal decreto sui rifiuti, che non avrà maggioranza alla Camera a meno di reinchiodare alle sedie tutto il governo, dal premier in giù.
Dunque la crisi si avvita e marcisce. Non ci sarà una soluzione limpidamente parlamentare ma un’ulteriore agonia.
Non cambiano secondo me le coordinate di interpretazione date nei giorni scorsi. Il voto di oggi dà però a Berlusconi la responsabilità della guida verso le elezioni anticipate.
Il Partito Democratico ha allargato il campo dell’opposizione. Non è bastato. Ma in questo passaggio il gruppo dirigente nel suo complesso ha dimostrato un grande senso di responsabilità e ha indicato rispetto verso le istituzioni. E come la bella piazza di sabato ha dimostrato sì opposizione ma affetto sereno verso il nostro Paese, così la battaglia parlamentare ci lascia delusi ma più forti di ieri.
In politica le vittorie non sono mai definitive e lo scudetto si riassegna ogni giorno.
A settembre la sfiducia ottenne poco più di 250 voti. Oggi ripartiamo da 311.

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