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«In Iran si è aperta una finestra, negoziamo prima che si richiuda»

«In Iran si è aperta una finestra, negoziamo prima che si richiuda»

Intervista a La Stampa del 08.08.2013

 

 

 

di Francesca Paci

«Oggi in Iran c’è un interlocutore e la politica ha il dovere di tentare il dialogo, anche perché la finestra aperta dalle ultime elezioni non resterà tale all’infinito».

Al telefono da Teheran il vice ministro degli Esteri italiano Lapo Pistelli tira le somme della maratona di incontri avuti nella Repubblica islamica all’indomani del giuramento del presidente Rohani, una missione voluta fortemente dalla Farnesina che mette a segno la prima visita ufficiale di un governo occidentale nel paese post Ahmadinejad.

Di che umore è l’Iran?

«Mi sembra che trasudi soddisfazione per la scelta del nuovo presidente. Anche dai colloqui con diplomatici e politici che hanno lavorato con Ahmadinejad emerge la speranza di un mutamento nei rapporti tra Iran e comunità internazionale. Per entrambi la vittoria inattesa di Rohani, un candidato dell’establishment ma non certo tra i favoriti, rappresenta la chance di uscire dalla griglia bloccata delle reciproche narrazioni canagliesche».

Ha avvertito un ammorbidimento anche nella posizione di Teheran sulla Siria, finora rigidamente filo Assad?

«Come ha sempre ripetuto Emma Bonino l’Iran, essendo parte del problema siriano, dev’essere parte della soluzione. Solo che la conferenza di pace Ginevra II è lontana, anche perché tanto il regime di Damasco quanto i suoi avversari pensano ancora di poter vincere. Rispetto a un anno fa però, ho percepito un certo realismo da parte di Teheran, la duplice consapevolezza che non si possono spostare all’indietro le lancette dell’orologio rimettendo in sella Assad e che nessuno può vincere la guerra sul terreno. Gli iraniani insistono nell’ammonirci dal sostenere dei ribelli jihadisti che poi ci si rivolteranno contro come in Afghanistan, ma paiono più realisti». Read the rest of this entry

“Il nuovo sogno arabo” – Intervista a LiberArti

“Il nuovo sogno arabo” – Intervista a LiberArti

Parte I. Le cause della “primavera araba”. Libia, Tunisia, Egitto, e le proteste in Turchia: similitudini e differenze.


D. Abbiamo assistito per decenni a manifestazioni per lo più violente in cui le “masse islamiche” bruciavano bandiere americane e israeliane gridando slogan contro l’Occidente, il capitalismo e l’imperialismo. Nel corso delle recenti rivoluzioni arabe, non abbiamo visto niente di tutto questo, ma solo tantissimi giovani che chiedevano più diritti umani, più sviluppo, più partecipazione alla vita dei loro paesi. In sintesi, più “democrazia”. Dove sono finite quelle “masse islamiche” e qual è il nuovo sogno arabo che ha sostituito quelle richieste? 

R. Innanzi tutto partiamo da un dato demografico, che può sembrare ultroneo rispetto alla domanda ma è invece fondamentale: in Italia l’età media della popolazione si aggira sui 44 anni, quella mondiale intorno ai 25, quella dei paesi arabi sui 22. Questo vuol dire che anche il modo in cui la nuova generazione che è scesa in piazza organizza la propria memoria politica e i propri riferimenti ideologici, è interamente diverso dalla generazione che quindici anni fa la precedeva. In quella società c’è un tasso di sostituzione, oltre che di crescita, davvero vorticoso, che noi non siamo abituati a concepire. Soltanto tredici anni fa, immaginavamo le opinioni pubbliche arabe come antioccidentali, anticapitaliste, influenzabili da Al Qaeda e modellate dall’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre. Dieci anni dopo, abbiamo scoperto invece una nuova generazione giovane, demograficamente cresciuta, meglio educata, che non si riconosce più in quelle vecchie ideologie o narrazioni antieuropee, antioccidentali, antimperialiste e antiamericane, e nella quale la frustrazione economica, in presenza di leadership anziane e corrotte, ha generato una tempesta perfetta di una protesta che chiedeva, con il rispetto della propria identità, di poter partecipare ai vantaggi delle società aperte e della globalizzazione. Sulla base di queste premesse ha organizzato delle rivoluzioni – che vanno molto distinte tra loro – cantando l’inno nazionale e dipingendosi le guance coi colori delle bandiere nazionali, come fanno i nostri ragazzi allo stadio. Non abbiamo visto bandiere nere di Al Qaeda in queste piazze, ma solo quelle nazionali. Da questo punto di vista, un processo al tempo stesso culturale, demografico ed economico interamente diverso da quelli che l’hanno preceduto. Eravamo noi che guardavamo con occhiali vecchi a una società che nel frattempo si era molto rinnovata. Read the rest of this entry