Intervista a Il Secolo XIX del 17.08.2014
«Senza aiuti militari sarebbe un’altra Srebrenica»
di Alessandra Costante
Armi leggere e munizioni per i soldati peshmerga che difendono dall’Isis i mille e più chilometri di frontiera del Kurdistan. Questa è la proposta che il governo porterà in Parlamento, davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Senato e Camera, convocate ieri per una riunione congiunta per mercoledì 20. «Ci sono momenti in cui ci si accorge che gli aiuti umanitari da soli non bastano, che il mondo reale richiede altro» spiega il vice ministro agli Esteri, Lapo Pistelli. All’inizio di agosto, quando l’emergenza delle popolazioni yazidi e la contestuale avanzata dei miliziani dell’Isis deflagrarono, Pistelli era ad Erbil. «Senza aiuti militari, racconteremo un nuovo massacro, come a Srebrenica diciannove anni fa».
L’Ue ha dato il suo imprimatur agli aiuti militari ai curdi. Che parte avrà l’Italia?
«Quando questa intervista sarà pubblicata, due dei sei voli umanitari previsti, saranno già atterrati a Erbil. Sono due anni che sosteniamo il Governo regionale curdo (Krg) che prima ha accolto i 250 mila profughi siriani e ora sta fronteggiando l’emergenza degli iracheni che a migliaia scappano da Mosul, Anbar e dalla piana di Ninive. Quando si spegne la luce su un conflitto perché si accende su un altro, non vuol dire che quel conflitto sia terminato ».
E l’impegno italiano limitato agli aiuti umanitari non bastava?
«L’Italia è stata la prima ad essere lì. Io ero ad Erbil quando il Papa ha lanciato il suo appello: ho lasciato la città con l’ultimo volo utile, prima che cominciassero le operazioni degli Stati Uniti. Ho visto cosa sta accadendo. Certamente il nostro impegno è soprattutto umanitario, ma quando uno è lì, si accorge che esiste una tragica realtà che gli aiuti umanitari possono solo parzialmente alleviare. Sto parlando di accogliere migliaia di persone che scappano terrorizzate davanti all’avanzata dei miliziani dell’Isis. A cinquanta chilometri da Ebril c’era un campo profughi perfettamente attrezzato e che ospitava 5 mila persone: si è svuotato in una notte, sono rimasti solo in 25, tutti gli altri sono fuggiti. “Questi ci decapitano”, gridavano. Questo è il mondo reale. E per poter garantire ad alcune minoranze di poter essere assistite e à Kurdistan di difendersi, ci vuole altro. Di qui la saggia e tempestiva iniziativa del ministro Mogherini di promuovere la convocazione di un consiglio degli esteri dell’Ue».
Ora dunque tocca all’Italia. Le commissioni di Camera e Senato sono convocate per il 20 agosto. Il governo ha già un piano?
«Noi vorremmo proporre à parlamento, che è sovrano, un’iniziativa, nei termini decisi anche dall’Ue e con il consenso di Krg e Iraq, per consentire ai peshmerga di difendere un confine di mille chilometri. Senza gli aiuti americani sullo Sinjar, che è una catena montuosa di 22 chilometri, oggi staremmo già parlando di migliaia di morti. Senza questo saremmo qui a raccontare un’altra Srebrenica».
Quali e quante armi l’Italia potrebbe inviare ai peshmerga?
«La proposta è di una fornitura costante che consenta di garantire l’autodifesa. Ma nessuno si immagini carri armati o altre cose che magari neppure abbiamo. I peshmerga sono come guerriglieri, il loro armamento è costituito da armi e munizioni leggere».
Ci sono altri Paesi che aderiscono all’operazione sdoganata dall’Ue?
«Gli Stati Uniti e la Francia, come si sa, sono già sul campo. E questa volta anche la Germania potrebbe intervenire insieme agli altri».
Ma se la situazione è tanto drammatica come viene descritta dai testimoni e dai sopravvissuti, il 20 agosto non è troppo lontano per decidere?
«No. Gli Usa stanno già intervenendo a supporto di quelle popolazioni. Certo, se fossimo rimasti fermi…»
Oltre a quello militare, c’è anche un aspetto politico: la crisi del governo di Baghdad potrebbe essere una complicazione?
«La comunità internazionale haben presente la gravità della situazione. Kurdistan e Iraq sono realtà importanti per noi. L’ambasciata italiana di Baghdad è sempre rimasta aperta, anche nei giorni più duri. E anche oggi il nostro ambasciatore è lì mentre si sta varando il governo del nuovo premier Abadi, dopo il superamento di Maliki, anche con un atteggiamento direi costruttivo dell’Iran che dell’ex premier è sempre stato sostenitore».
Ha letto le parole del deputato pentastellato Di Battista secondo cui “il terrorismo è l’unica arma di chi si ribella”?
«Spero che Di Battista sia in vacanza, che si riposi e che prima o poi torni nel mondo reale. A tutti coloro che sono attenti ai social network come Di Battista, ricorderei la campagna, che ha coinvolto anche lo star-system, sulle 250 ragazze rapite da Boko Haram; le ragazze rapite dall’Isis sono qualche centinaio in più».
Un altro parlamentare Cinquestelle, Manlio Di Stefano, ha detto che il fenomeno dell’Isis “va capito”. Visti i presupposti, non sarà una passeggiata per il governo.
«I parlamentari del M5S sosterranno la loro posizione e si assumeranno le loro responsabilità. Io ho troppo chiaro cosa sta succedendo in Kurdistan e i rischi che l’Isis comporta per tutti noi, per scherzare sul posizionamento politico di qualcuno. E importante che si accenda la luce e non si spenga più su quello che sta avvenendo a Mosul, Ninive e Erbil»
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Cordiali Saluti
Giuseppe Romeo