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Ramallah tra speranza e nubi di guerra

Ramallah tra speranza e nubi di guerra

Intervista a 7per24.it

Di prima mattina ho attraversato senza troppi problemi il check point di Beit Eil, grazie ovviamente alla carta rilasciata dal governo israeliano. Ho salutato i militari. Ho fatto gli auguri di buon anno. Quello ebraico cade oggi. E ho proseguito verso il centro di Ramallah. Dovevo recarmi nel quartiere di Tireh. Non sapendo dove si trova e non avendo potuto consultare la mappa sull’ipad ho fatto alla vecchia maniera. Ho chiesto informazioni. Trecento metri dopo il posto di blocco israeliano, ho accostato e domandato dove si trovasse Tireh. Certo di essere nella direzione opposta. Ho fermato il primo palestinese che ho incontrato, un uomo sulla cinquantina, il quale molto gentilmente è salito a bordo e mi ha accompagnato. Così ho conosciuto Jibril operaio edile, che non parla italiano e molto poco l’inglese. Ho capito che aveva quattro figli. Durante il tragitto mi ha fatto vedere il cantiere dove ha lavorato sino all’anno scorso o forse due anni fa. Va beh, si trattava di un centro commerciale a sei piani. Mi ha ripetuto la parola boor venti volte prima che capissi che voleva dire poor in inglese, povero in italiano e disgraziato in tutte le altre lingue del mondo. La parola era riferita ai palestinesi. Nel mentre una nuovissima vettura BMW metalizzata ci ha sorpassato. Ed io ho fatto notare a Jibril che il guidatore non era sicuramente povero. Con un cenno della testa ha confermato la mia teoria. Questa è la Palestina, c’è chi viaggia su auto sportive costose e chi prende un passaggio su una piccola vettura affittata, altrimenti avrebbe camminato o aspettato parecchio tempo per un mezzo pubblico, dove sarebbe stato stipato come una sardina, senza aria condizionata e con oltre 30 gradi di temperatura. Quando ci siamo lasciati mi ha stretto fortemente la mano, ho provato una naturale simpatia per lui. Con molta probabilità non rivedrò mai più Jibril. Però mi ricorderò sempre che gli devo un favore. Grazie a lui sono arrivato addirittura in anticipo all’inaugurazione della Camera Arbitrale Internazionale. La prima in Palestina. È un progetto italiano cofinanziato dalla Regione Umbria. Read the rest of this entry

Global PD n.4 – 17.07.2013

Global PD n.4 – 17.07.2013

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“Hanno paura della cultura e pensano che Dio manderebbe le bambine all’inferno solo perché vanno a scuola”

(Malala, discorso alle Nazioni Unite, 12 luglio 2013)

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Il 9 ottobre 2012, un talebano salì su uno scuolabus che riportava a casa alcune giovani studentesse in Pakistan. Ne identificò una in particolare, Malala, divenuta famosa ancora bambina, a soli 11 anni, per un suo blog in lingua urdu pubblicato dalla BBC che si batteva per il diritto allo studio delle ragazze. Le sparò alla testa ma la ragazza miracolosamente sopravvisse. Non sono state così fortunate le 14 studentesse di medicina, a Quetta, sempre in Pakistan, una delle città in cui con maggior forza si è radicata la propaganda qaedista in rotta dall’Afghanistan: pochi mesi fa, un altro talebano ha fatto saltare con una bomba l’autobus che le riportava a casa dall’Università.

Imparare a leggere e scrivere, studiare, emanciparsi è una scelta insostenibile per i talebani indottrinati nelle madrasse qaediste in cui i versetti del Corano si imparano a memoria senza saper leggere.

Malala ha pronunciato venerdì scorso uno straordinario discorso alle Nazioni Unite: “Voglio far sentire la mia voce non perché posso gridare, ma perché coloro che non l’hanno possano essere ascoltati. (…) Quando eravamo nello Swat, ci siamo resi conto dell’importanza dei libri e delle penne quando abbiamo visto le armi. I saggi dicevano che la penna uccide più della spada ed è vero. Gli estremisti hanno paura dell’istruzione, hanno paura delle penne e dei libri, hanno paura delle donne. Per questo fanno saltare scuole in aria tutti i giorni. Per questo uccidono i volontari anti-polio nel Khyber Pukhtoonkhwa e nelle Fata; hanno paura dell’uguaglianza e del cambiamento”.

A 16 anni, Malala è oggi la più giovane candidata al premio Nobel per la pace. Anche se non lo dovesse vincere, il suo messaggio è arrivato al mondo con una forza straordinaria.

 

Ci stiamo occupando, da quando è nato il governo, di tentare di ridare un futuro alla Somalia, un Paese legato alla storia italiana in modo peculiare. Siamo nel bel mezzo di una sequenza di conferenze diplomatiche, Londra a maggio, Bruxelles a settembre e poi sempre nello stesso mese a New York, quest’ultima da noi convocata. Per questo fine, sarò là l’ultima settimana di agosto, fra Somalia, Kenya, Gibuti, Uganda, per agevolare il decollo della Conferenza. Dobbiamo cercare di ricostruire le condizioni base della sicurezza a Mogadiscio, riconciliare la capitale con le regioni del Puntland, del Somaliland, e oggi anche del Jubaland, in un quadro unitario e federale, costruire un’intesa regionale con gli influenti vicini, soprattutto Kenya ed Etiopia.

Anche la Somalia ha i suoi talebani, gli Shabab, i jihadisti africani contro i quali combattono il contingente Amisom delle Nazioni Unite, ma anche i militari kenyani ed etiopi. Anche nel loro caso, la storia di Malala dice qualcosa. Pure i giovani Shabab temono i libri più delle armi. I libri non li hanno mai sfogliati, le armi le hanno imbracciate da quando erano bambini, combattendo per questo o quel signore della guerra o solcando il Golfo di Aden imbarcati sulle navi pirata. Questa “generazione perduta” deve essere sconfitta con le armi sul terreno, ma deve poi essere riconquistata a una vita alternativa.

 

Il nostro Paese – per quanto tragico e paradossale possa sembrare – ha molte belle storie da raccontare in questa direzione.  Pur piagato dal femminicidio che ha già ucciso qui, da noi, oltre 70 donne in questa prima metà dell’anno, l’Italia (grazie alla sua cooperazione) ha dato vita all’estero a centri di recupero dalla violenza sulle donne che sono divenuti esempi per un’intera regione, come il centro di Betlemme, così come ha costruito il cosiddetto “Giardino delle Donne” a Kabul, un’esperienza straordinaria che andrò a visitare (assieme a molte altre cose) in Afghanistan ai primi di settembre.

 

Brutta storia, invece, quella che ha tenuto banco in questi giorni e che riguarda un’altra donna, Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Ablyazov, riparata a Roma dopo un soggiorno londinese, segnalata alla polizia italiana con modalità inconsuete dall’ambasciatore kazako, fermata con uno spiegamento di forze degno di miglior causa ed espulsa in tempi record assieme a una figlia piccola con un provvedimento convalidato da quattro autorità giudiziarie (fra le quali due dedicate alla tutela dei minori), riportata su un aereo privato che l’ha ricondotta ad Astana. La relazione Pansa, piaccia o no, ha dimostrato con chiarezza che tutto questo è avvenuto senza alcun coinvolgimento del livello politico. Meno che mai del Ministero degli Esteri che, potrà sembrare assurdo, non ha per legge alcuna competenza sui processi di espulsione, anche se dal 2 giugno segue incessantemente la vicenda e che ha garantito assistenza giudiziaria alla signora anche in questi giorni ad Almaty.

Dispiace personalmente avere ascoltato ieri attacchi al Senato e alla Camera sull’agenda di queste settimane in materia di diritti umani. Siamo un Paese impegnato fortemente su questo tema, abbiamo ospitato negli ultimi decenni profughi e asilanti provenienti da ogni disastro politico del pianeta, siamo motivati a migliorare quelle situazioni che ci vedono ancora inadempienti davanti agli organismi internazionali, siano esse le nostre carceri o i CIE in cui sono trattenuti gli immigrati clandestini. Però ho avuto in proposito proprio la settimana scorsa, a Ginevra, colloqui fruttuosi con l’Alto Commissario per i Diritti Umani Navy Pillay e con l’Alto Commissario per i Rifugiati Antonio Gutierrez, che ci hanno ribadito l’apprezzamento per quanto in poche settimane stiamo facendo nelle aree di conflitto, nella diversa politica sui famigerati “respingimenti in mare”, nell’assistenza straordinaria in alcuni Paesi (quando ci vuole, ci vuole).

 

 

 

C’è un pizzico di “global” anche nella sensazione suscitata dalla visita “riservata” (non poi tanto, a dire il vero) di Matteo Renzi ad Angela Merkel. Se la missione non è rimasta riservata, immagino che lo saranno invece i contenuti, che mi sarebbe invece piaciuto conoscere. Anche perché ricordo quando nella precedente competizione per le primarie, alcuni leader di partito ironizzavano sui contenuti di un possibile colloquio fra Renzi e la Merkel. Ora che è avvenuto, cercherò di soddisfare la mia curiosità andando direttamente alla fonte.

Nella mia regione di origine, in Toscana, la locandina di un importante quotidiano ha però sparato così a caratteri cubitali: “Renzi incontra la Merkel. Inizia il tour europeo”. Più Coldplay che Partito Democratico, più U2 che congresso. Soprattutto, per i destinatari dei prossimi incontri, non so se questo titolo suoni più come promessa o come minaccia. Sul fronte interno, ricordo che Pierluigi Castagnetti utilizzò come colonna sonora del congresso che lo scelse segretario del Partito Popolare, “Una vita da mediano” di Ligabue, la fatica oscura del portare palla senza magari segnare, il sudore del fare squadra. Vedo che Matteo dà invece oggi concretezza al titolo del suo primo libro “Da De Gasperi agli U2”. Con successo di critica e di pubblico. Sono sinceramente curioso di conoscere le prossime tappe di questa irresistibile ascesa del sindaco di Firenze.

Chiudo con un dubbio quasi esistenziale. I primi dibattiti estivi delle feste del Pd cui ho partecipato e le conversazioni private con gli amici mi presentano un partito in grande sofferenza per questa esperienza di governo. Si soffre il gioco a elastico di Berlusconi, il PdL di lotta e di governo, la non-vittoria di febbraio. Ma non si esita a riconoscere che Letta funziona bene, che rassicura, che si muove disinvolto sulla scena internazionale e dà fiducia al Paese. E così molti suoi ministri. Infine, che in fondo, con quei risultati e con il comportamento di Grillo, non ci sono comunque alternative a questo esecutivo.  Nell’ultimo mese – così dicono i sondaggi – il centrosinistra tradizionale è ridiventato prima coalizione nel Paese e – due settimane dopo – il Pd è ritornato primo partito. Anche se è giusto ricordare il monito di Shimon Peres che “i sondaggi sono come i profumi, cioè vanno annusati e non bevuti”, hanno più ragione i militanti in sofferenza o gli elettori meno appassionati di politica che chiedono un governo che funzioni?

Possiamo dunque fare in modo che il Congresso cerchi di riconciliare i militanti e i cittadini, il partito e il Paese? Con questo obiettivo in mente, anche le missioni istituzionali di Letta e i tour di Renzi, e magari le iniziative di altri candidati, avrebbero tutte il sapore dell’impegno di un Paese stanco di leccarsi le ferite e desideroso di voltare pagina. Tutto insieme.

 

Buona settimana.

Lapo