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Fra Mitt e Barack: la scelta di campo

Fra Mitt e Barack: la scelta di campo

Mitt Romney e Barack Obama hanno offerto, nelle Convenzioni di Tampa e Charlotte, due visioni assolutamente alternative del futuro degli Stati Uniti e dei modi di rispondere alle sfide che riguardano il Paese. In comune, i due raduni hanno avuto solamente il maltempo che li ha tormentati e il bisogno di offrire risposte a un’opinione pubblica che, come in Europa, soffre un momento d’incertezza.

Mitt Romney, quattro anni fa, fu escluso dalla corsa perché considerato strutturalmente inadatto: mormone, proveniente dalla destra conservatrice, gaffeur conclamato. Eppure, in una corsa dedicata prevalentemente alle questioni dell’economia, è uscito vincitore quest’anno. Ha riproposto una piattaforma di tipica destra americana: stato minimo, tagli fiscali sul segmento dei più ricchi, revisione delle scelte pro-welfare dell’amministrazione. Perfino in politica estera, argomento ostico per il ticket dell’elefantino, ha rispolverato un repertorio da guerra fredda nel rapporto con la Russia, minacce generiche ai dittatori del mondo arabo e – nei discorsi off records – una nuova preoccupante idea dei rapporti multilaterali: dalla “coalition of willings” del tempo di Bush alla “coalition of relevants”, un aggiornamento della geometria variabile con la ponderazione del peso degli interlocutori. Lo stile del Consiglio d’Amministrazione della Bain applicato agli affari globali.

Barack Obama ha rivendicato di parlare da Presidente e non solo da candidato: poche concessioni alla retorica (che nelle Convenzioni è merce abbondante e poco costosa), grande solidità dell’impianto programmatico, rivendicazione dei risultati ottenuti e consapevolezza che servono ancora quattro anni per onorare gli impegni assunti con gli americani. Read the rest of this entry

102 minuti, 10 anni fa

102 minuti, 10 anni fa

Quante volte abbiamo detto, letto, scritto “niente sarà più come prima ?”
La caduta delle Torri – nel suo “sublime orrore” – resta l’atto di guerra più visto, fotografato, filmato, raccontato, meta-narrato della storia dell’uomo. Ogni singolo abitante del pianeta che fosse in età della ragione ricorda perfettamente dove era e come visse quei 102 minuti, chi lo informò di quanto stava accadendo, attraverso quale teleschermo vide attonito il compiersi della tragedia. Nemmeno lo sceicco dei terrore aveva calcolato fino in fondo l’impatto di quel gesto, la possibilità reale del crollo dei due edifici.
Dieci anni dopo quel drammatico mattino di settembre, come è cambiato il nostro pianeta?
La minaccia terrorista del fondamentalismo e del network di Al Qaeda è probabilmente più debole: dieci anni di “guerra al terrore”, l’eliminazione dei principali capi hanno inferto colpi durissimi ad un’organizzazione che poco tempo fa levava il sonno all’intelligence dell’Occidente. Quest’anno poi, il sommovimento generazionale dei Paesi arabi ha offerto una alternativa politica pacifica e democratica alla disperazione dell’estremismo, ha proposto metodi e obiettivi diversi non riconoscendo la logica dell’annientamento del nemico, ha così isolato il reclutamento del fanatismo jihadista ad alcuni, pur importanti, Paesi rendendo improbabile quello “scontro di civiltà” di cui tanto si era parlato.
Tutto questo ha avuto però un costo molto elevato per i protagonisti dello scontro. Anche gli Stati Uniti girano la boa di questo decennio più deboli, rimanendo sì la “potenza indispensabile” di cui parlava Madeleine Albright ma uscendo stremati da uno sforzo militare ed economico il cui rapporto costi/benefici resta dubbio. Migliaia di soldati uccisi, decine di migliaia di insorgenti e civili caduti, centinaia di miliardi di dollari bruciati ogni anno, che hanno gravato il bilancio federale del gendarme del mondo.
In Europa, e non soltanto a causa delle bombe di Londra e Madrid, la paura si è insinuata con forza nell’agenda della politica di questo decennio e sono stati i partiti conservatori quelli più abili a capitalizzare questo nuovo sentimento collettivo. In ogni Paese vi è stata la disponibilità a scambiare un di meno di libertà individuale per un di più di sicurezza percepita, nel modo di viaggiare, di disporre dei nostri dati personali, di affrontare la materia dell’immigrazione e dell’integrazione del diverso da sé. Anche in questo caso, l’America, da Paese vittima dell’attacco, è stato quello più disponibile a ridiscutere principi e garanzie in nome della “homeland security”.
Il mondo non è stato più come prima, è vero, Ma anche se questo stona apparentemente con la necessità di ricordare e celebrare una ricorrenza così tragica e importante per l’immaginario collettivo del mondo, credo che la causa principale del cambiamento in corso nel pianeta non risieda in ciò che quell’atto di guerra ha svelato e comportato ma in ciò che esso ha nascosto, ha allontanato dai riflettori. All’ombra della decennale guerra al terrore, delle campagne di Irak e Afghanistan, al riparo dalla narrazione politica sul nemico fondamentalista, è proseguito impetuoso il risveglio dell’Oriente, dell’elefante indiano e del dragone cinese che hanno modificato radicalmente gli equilibri del pianeta. E proprio l’impegno economico e militare profuso dagli americani e dagli alleati europei, mentre l’Asia si concentrava sullo sviluppo economico domestico e assisteva inerte alle operazioni di polizia internazionale, ha semmai accelerato il trasferimento di potere da Ovest a Est. Un nuovo equilibrio di cui misuriamo oggi gli effetti, nei mesi in cui la capacità offensiva delle bombe è stata sostituita da quella più sottile della finanza.
E’ stato comunque il primo decennio della consapevolezza globale dell’umanità e – dato che da ogni crisi si può uscire in avanti o arretrare per paura – il nostro auspicio è che il ricordo di quel martedì mattina, di quelle vittime, ci sia oggi di stimolo per affrontare con coraggio le difficoltà davanti a noi.

Pubblicato su Europa il 10 settembre 2011

Battisti e la dignita’ ferita

Battisti e la dignita’ ferita

Dalla conferenza di Tel Aviv, dove mi trovo in questo momento, ho scritto di getto su richiesta della rivista cartacea e on line paneacqua (credo sia www.paneacqua.it) questa riflessione sul caso Battisti.

L’Italia è un paese molto amato nel mondo ma i suoi rapporti con gli altri Paesi, se esaminati sotto la lente dei processi di estradizione per reati legati alla stagione del terrorismo, sono sempre stati assai problematici. Ex terroristi, condannati per reati odiosi di sangue, sono stati trattati come romantici e perseguitati rivoluzionari sia in Francia che altrove.Purtroppo non da oggi.

E’ ovvio che il caso più eclatante e recente è stato quello di Cesare Battisti. Un ergastolo passato in giudicato per quattro omicidi. Mai una parola di ripensamento, di pentimento, di analisi critica degli anni 70, di tentato dialogo con quei familiari delle vittime in attesa di vedere applicato un verdetto della magistratura, ma solo un costante disprezzo per l’Italia, le sue istituzioni, la sua storia.

Per questa ragione, la scarcerazione decisa in ultima istanza dalla Corte del Brasile addolora e offende il nostro Paese e, come accade quasi sempre, le parole del Presidente Napolitano hanno ben colto il sentimento nazionale.

Da democratici, pur senza volere dare a tutti i costi una coloritura politica a questo complesso conflitto istituzionale, dispiace ancor più che sia stato proprio il Brasile di Lula e oggi della nuova Presidenza a chiudere la porta davanti alle richieste italiane. Come ha ricordato Napolitano in un discorso del gennaio scorso, è come se il nostro Paese – nel suo complesso – non sia stato capace nel corso di questi anni di trasmettere, di far comprendere quanto profonda e sanguinosa sia stata la ferita del terrorismo in Italia, quanto aspra la lotta ed il contrasto al fenomeno criminale e politico, quanto difficile il percorso per rimarginare le ferite. Questa difficoltà distorce l’interpretazione storica del terrorismo italiano e, assai più concretamente, nega il diritto alla giustizia dei familiari delle vittime.

Ragionevolezza e buon senso impongono che ovviamente Italia e Brasile siano e restino Paesi amici, uniti da profondi legami derivanti innanzitutto dalla presenza di una grande e operosa comunità italiana e dai vasti interessi economici comuni. Ma l’affaire Battisti allunga su questa amicizia un’ombra della quale avremo fatto volentieri a meno.

Né la storia né la cronaca si fanno con i “se”. Ma non riesco a tacitare dentro di me la convinzione che, al netto dei fenomeni di incomprensione profonda del fenomeno terroristico, le autorità brasiliane hanno potuto fare leva sulla lesionista e masochista campagna denigratoria che il Premier italiano ha, senza interruzioni negli ultimi quindici anni, rivolto contro la magistratura italiana. Politicizzata, inquinata, iniqua, ridotta ad una cripto-dittatura che coartava la libera volontà popolare, la magistratura italiana è stata la vera patologia del premier, che ne ha fatto oggetto di un imbarazzante sfogo unilaterale anche davanti al Presidente americano all’ultimo G8 di Deauville. Certamente, chi nella Corte brasiliana voleva sostenere la tesi dell’inaffidabilità giudiziaria del Paese che chiedeva l’estradizione di Battisti, ha avuto ampie rassegne stampa cui ispirarsi.

L’Italia adirà probabilmente la Corte dell’Aja. Il prof. Antonio Cassese lo aveva suggerito per primo da molti mesi. Per non perdere in questa sede, sarà opportuno che il dibattito politico nazionale non cavalchi la tigre, non usi Battisti come clava fra centrosinistra e centrodestra. E’ la dignità e l’onore ferito di un Paese che deve trovare alla Corte Europea la risposta che un Paese unito si aspetta.