Dalla conferenza di Tel Aviv, dove mi trovo in questo momento, ho scritto di getto su richiesta della rivista cartacea e on line paneacqua (credo sia www.paneacqua.it) questa riflessione sul caso Battisti.
L’Italia è un paese molto amato nel mondo ma i suoi rapporti con gli altri Paesi, se esaminati sotto la lente dei processi di estradizione per reati legati alla stagione del terrorismo, sono sempre stati assai problematici. Ex terroristi, condannati per reati odiosi di sangue, sono stati trattati come romantici e perseguitati rivoluzionari sia in Francia che altrove.Purtroppo non da oggi.
E’ ovvio che il caso più eclatante e recente è stato quello di Cesare Battisti. Un ergastolo passato in giudicato per quattro omicidi. Mai una parola di ripensamento, di pentimento, di analisi critica degli anni 70, di tentato dialogo con quei familiari delle vittime in attesa di vedere applicato un verdetto della magistratura, ma solo un costante disprezzo per l’Italia, le sue istituzioni, la sua storia.
Per questa ragione, la scarcerazione decisa in ultima istanza dalla Corte del Brasile addolora e offende il nostro Paese e, come accade quasi sempre, le parole del Presidente Napolitano hanno ben colto il sentimento nazionale.
Da democratici, pur senza volere dare a tutti i costi una coloritura politica a questo complesso conflitto istituzionale, dispiace ancor più che sia stato proprio il Brasile di Lula e oggi della nuova Presidenza a chiudere la porta davanti alle richieste italiane. Come ha ricordato Napolitano in un discorso del gennaio scorso, è come se il nostro Paese – nel suo complesso – non sia stato capace nel corso di questi anni di trasmettere, di far comprendere quanto profonda e sanguinosa sia stata la ferita del terrorismo in Italia, quanto aspra la lotta ed il contrasto al fenomeno criminale e politico, quanto difficile il percorso per rimarginare le ferite. Questa difficoltà distorce l’interpretazione storica del terrorismo italiano e, assai più concretamente, nega il diritto alla giustizia dei familiari delle vittime.
Ragionevolezza e buon senso impongono che ovviamente Italia e Brasile siano e restino Paesi amici, uniti da profondi legami derivanti innanzitutto dalla presenza di una grande e operosa comunità italiana e dai vasti interessi economici comuni. Ma l’affaire Battisti allunga su questa amicizia un’ombra della quale avremo fatto volentieri a meno.
Né la storia né la cronaca si fanno con i “se”. Ma non riesco a tacitare dentro di me la convinzione che, al netto dei fenomeni di incomprensione profonda del fenomeno terroristico, le autorità brasiliane hanno potuto fare leva sulla lesionista e masochista campagna denigratoria che il Premier italiano ha, senza interruzioni negli ultimi quindici anni, rivolto contro la magistratura italiana. Politicizzata, inquinata, iniqua, ridotta ad una cripto-dittatura che coartava la libera volontà popolare, la magistratura italiana è stata la vera patologia del premier, che ne ha fatto oggetto di un imbarazzante sfogo unilaterale anche davanti al Presidente americano all’ultimo G8 di Deauville. Certamente, chi nella Corte brasiliana voleva sostenere la tesi dell’inaffidabilità giudiziaria del Paese che chiedeva l’estradizione di Battisti, ha avuto ampie rassegne stampa cui ispirarsi.
L’Italia adirà probabilmente la Corte dell’Aja. Il prof. Antonio Cassese lo aveva suggerito per primo da molti mesi. Per non perdere in questa sede, sarà opportuno che il dibattito politico nazionale non cavalchi la tigre, non usi Battisti come clava fra centrosinistra e centrodestra. E’ la dignità e l’onore ferito di un Paese che deve trovare alla Corte Europea la risposta che un Paese unito si aspetta.