Oggi sono in volo per buona parte della giornata e, fino a sabato, scriverò la notte così che il blog sarà aggiornato nel pomeriggio.
Parto mentre il termometro della crisi segna lo scontro di nervi fra Berlusconi e il terzo polo, il primo ad ostentare la faccia feroce per terrorizzare soprattutto un pò di peones preoccupati del futuro, il secondo a offrire possibilità di proseguo lungo della legislatura giurando contro i ribaltoni e offrendo salvacondotti al Cavaliere.
Convulsioni del genere ce le eravamo aspettate, anche quelle – per me un pò insopportabili – dell’intramontabile Pannella. Passeranno, quando passerà questa settimana e si alzerà il sipario del voto.
Per oggi, sposto la vostra affezionata attenzione su un intervento che Massimo D’Alema ha svolto a Varsavia e che io commento sulle colonne di Europa. La tesi di D’Alema è rintracciabile dalla sintesi che ne svolgo prima di argomentare a mia volta.
Un saluto.
“Intuisco il rischio dell’alzata di spalle. Potrei perfino prevedere le parole: “ma come, a una settimana dal voto su Berlusconi, ricominciate con la storia della collocazione internazionale del Pd e con il destino del socialismo europeo ?”.
Nel suo intervento a Varsavia, riportato sabato su questo giornale, Massimo D’Alema ha riproposto un tema sollevato anni fa in un articolo a quattro mani con Giuliano Amato: la necessità che i socialisti europei escano dal perimetro di un’autosufficienza che non vince, che il riformismo abbracci un campo più grande, che si affronti la crisi odierna mettendo mano al significato di alcuni valori fondativi e alla loro narrazione in una società cambiata.
Da allora, da quel primo intervento, formazioni progressiste non socialiste vincono e governano nelle più grandi democrazie extraeuropee, i partiti socialisti hanno perduto purtroppo la maggioranza delle proprie posizioni in Europa, il laboratorio italiano ha dato vita al Partito Democratico.
Ogni Paese combina gli ingredienti obbligatori della contesa politica (leadership, programma, legge elettorale ed eventuali alleanze, capacità e modernità dell’avversario) in modi diversi, ma da trent’anni a questa parte la politica ha conosciuto dei veri e propri cicli capaci di influenzare le singole partite nazionali. Dahrendorf decretò la fine del secolo socialdemocratico negli anni 80 ma allo scadere del millennio, i partiti socialisti e riformisti governavano nuovamente la quasi totalità del vecchio continente.
In questo decennio il pendolo ha cambiato ancora direzione producendo sconfitte disastrose a sinistra, l’emersione di una destra europea xenofoba e populista e in generale di un’onda conservatrice che ha cavalcato le paure e le ansie prodotte dalla globalizzazione, la difficoltà – quasi l’afasia – del riformismo, incapace di trovare un vocabolario – prima ancora che il consenso – per governare una crisi prodotta dalla cecità del mercatismo liberista.
Nel nostro caso, le difficoltà elettorali e politiche del Pd hanno smorzato parecchio gli entusiasmi europei che ne avevano segnato l’annuncio e la nascita.
D’Alema si esprime criticamente sull’eredità della Terza Via, troppo ottimista sulla globalizzazione, troppo subalterna al pensiero neo-liberale. Sono solo parzialmente d’accordo con lui sulla diagnosi. A meno di non sposare il penultimo Tremonti, l’ingresso sulla scena mondiale di India, Cina e degli altri giganti era in fondo inevitabile (e aggiungo doverosa a meno di non chiudere il mondo fuori da un’Europa assediata) e nessuno poteva prevedere l’ombra lunga gettata sul mondo nuovo dall’11 settembre e dalla sfida terrorista. Analogamente, lo scambio fra maggior flessibilità sul lavoro e massicci investimenti sulla formazione e l’innovazione pareva una proposta equa e lungimirante. E del resto, l’esperienza dell’Ulivo era stata debitrice e creditrice al tempo stesso di questa impostazione.
Viceversa, delle tre parole “fondative” da lui evocate (democrazia, uguaglianza, conoscenza e cultura), condivido fortemente l’enfasi posta sulla prima. Democrazia, sia chiaro, non intesa come liturgia istituzionale, come forma vuota (o svuotata ?) dell’agire politico, ma come recupero del primato della politica su quei poteri (economia e comunicazione) che nessun costituzionalista del XIX secolo poteva equilibrare e bilanciare nella scrittura delle Carte. Aggiungo che per dare un governo democratico possibile a una globalizzazione che c’è e non può essere ricacciata nella lampada di Aladino, esiste un solo spazio e un solo cantiere possibile, l’Unione Europea. Non c’é strategia di crescita, d’impulso all’innovazione, di controllo razionale delle migrazioni, di contrasto al terrorismo che non assuma l’Europa come scala minima e nuova di sovranità efficace. E non si è un partito riformista del XXI secolo se non ci si carica sulle spalle l’ambizione di un simile disegno.
Pur non avendo tempo di argomentare, segnalo a mia volta due parole fondative di un nuovo riformismo, “comunità” e “responsabilità”. Il riformismo tradizionale si è appoggiato eccessivamente, dalla creazione del welfare in poi, sulla politica della spesa, e della spesa pubblica, per promuovere le opportunità per molti. Oggi, da un lato, le regole di finanza pubblica europea non ci permettono più di dire semplicemente “più risorse per…”; dall’altro, quegli stessi ceti sociali che hanno sostenuto le politiche di spesa poiché se ne sentivano beneficiati e che, grazie ad essa, sono divenuti classe media diffusa, oggi levano il sostegno poiché timorosi di esserne divenuti i pagatori e non più i destinatari. E’ in questo senso che “comunità” e “responsabilità” diventano pietre angolari di una politica in grado di battere, culturalmente prima ed elettoralmente poi, il frutto avvelenato dell’individualismo solitario e non solidale nel quale siamo sprofondati tutti. Sia coloro che hanno beneficiato del sistema, sia i più giovani, scettici poiché consapevoli che non ne beneficeranno mai. Queste parole donano uno spessore umano alla politica, collocano il valore della giustizia oltre il mero calcolo economico sulla convenienza e la sostenibilità delle politiche, chiedono al cittadino non più solo una contribuzione fiscale ma un valore di socialità e di responsabilità.
I partiti politici europei non sono ancora all’altezza di ciò che servirebbe ma non sono nemmeno il niente su cui alcuni ironizzano. L’impegno semmai è di sottrarre quella sfera a un mandato da delegare solamente a noi, specialisti delle relazioni internazionali, per far vivere invece ogni nostra singola battaglia politica e parlamentare in una dimensione europea e internazionale.
A questo fine, il 14 e 15 gennaio, il gruppo parlamentare e il dipartimento esteri del PD organizzano a Roma la prima conferenza dei leader parlamentari progressisti, “Battere il populismo, promuovere un governo equo”.
Se il socialismo europeo dibatte sul se e sul come allargare i propri orizzonti, beh, noi abbiamo iniziato a farlo concretamente: dal Cile, dagli Stati Uniti, dal Canada, dall’Australia, dall’India, dal Sud Africa arriveranno ospiti di altissimo rango per confrontarsi con i leader parlamentari europei sulle strategie per vincere ancora dove si è governo, per tornare a vincere dove si è opposizione.