Category Archives: Partito Democratico

questioni inerenti il PD, politica interna

Filo diretto

Filo diretto

Qui di seguito trovate il link al video del mio filo diretto a Radio Radicale. Una prima parte dedicata alle principali questioni internazionali. Una seconda con le consuete telefonate senza filtro degli ascoltatori con 40 secondi di microfono libero….
A presto

http://www.radioradicale.it/scheda/333368/politica-estera-filodiretto-con-lapo-pistelli

Countdown -7: un movimento più grande

Countdown -7: un movimento più grande

Oggi sono in volo per buona parte della giornata e, fino a sabato, scriverò la notte così che il blog sarà aggiornato nel pomeriggio.

Parto mentre il termometro della crisi segna lo scontro di nervi fra Berlusconi e il terzo polo, il primo ad ostentare la faccia feroce per terrorizzare soprattutto un pò di peones preoccupati del futuro, il secondo a offrire possibilità di proseguo lungo della legislatura giurando contro i ribaltoni e offrendo salvacondotti al Cavaliere.

Convulsioni del genere ce le eravamo aspettate, anche quelle – per me un pò insopportabili – dell’intramontabile Pannella. Passeranno, quando passerà questa settimana e si alzerà il sipario del voto.

Per oggi, sposto la vostra affezionata attenzione su un intervento che Massimo D’Alema ha svolto a Varsavia e che io commento sulle colonne di Europa. La tesi di D’Alema è rintracciabile dalla sintesi che ne svolgo prima di argomentare a mia volta.

Un saluto.

“Intuisco il rischio dell’alzata di spalle. Potrei perfino prevedere le parole: “ma come, a una settimana dal voto su Berlusconi, ricominciate con la storia della collocazione internazionale del Pd e con il destino del socialismo europeo ?”.
Nel suo intervento a Varsavia, riportato sabato su questo giornale, Massimo D’Alema ha riproposto un tema sollevato anni fa in un articolo a quattro mani con Giuliano Amato: la necessità che i socialisti europei escano dal perimetro di un’autosufficienza che non vince, che il riformismo abbracci un campo più grande, che si affronti la crisi odierna mettendo mano al significato di alcuni valori fondativi e alla loro narrazione in una società cambiata.

Da allora, da quel primo intervento, formazioni progressiste non socialiste vincono e governano nelle più grandi democrazie extraeuropee, i partiti socialisti hanno perduto purtroppo la maggioranza delle proprie posizioni in Europa, il laboratorio italiano ha dato vita al Partito Democratico.
Ogni Paese combina gli ingredienti obbligatori della contesa politica (leadership, programma, legge elettorale ed eventuali alleanze, capacità e modernità dell’avversario) in modi diversi, ma da trent’anni a questa parte la politica ha conosciuto dei veri e propri cicli capaci di influenzare le singole partite nazionali. Dahrendorf decretò la fine del secolo socialdemocratico negli anni 80 ma allo scadere del millennio, i partiti socialisti e riformisti governavano nuovamente la quasi totalità del vecchio continente.
In questo decennio il pendolo ha cambiato ancora direzione producendo sconfitte disastrose a sinistra, l’emersione di una destra europea xenofoba e populista e in generale di un’onda conservatrice che ha cavalcato le paure e le ansie prodotte dalla globalizzazione, la difficoltà – quasi l’afasia – del riformismo, incapace di trovare un vocabolario – prima ancora che il consenso – per governare una crisi prodotta dalla cecità del mercatismo liberista.

Nel nostro caso, le difficoltà elettorali e politiche del Pd hanno smorzato parecchio gli entusiasmi europei che ne avevano segnato l’annuncio e la nascita.

D’Alema si esprime criticamente sull’eredità della Terza Via, troppo ottimista sulla globalizzazione, troppo subalterna al pensiero neo-liberale. Sono solo parzialmente d’accordo con lui sulla diagnosi. A meno di non sposare il penultimo Tremonti, l’ingresso sulla scena mondiale di India, Cina e degli altri giganti era in fondo inevitabile (e aggiungo doverosa a meno di non chiudere il mondo fuori da un’Europa assediata) e nessuno poteva prevedere l’ombra lunga gettata sul mondo nuovo dall’11 settembre e dalla sfida terrorista. Analogamente, lo scambio fra maggior flessibilità sul lavoro e massicci investimenti sulla formazione e l’innovazione pareva una proposta equa e lungimirante. E del resto, l’esperienza dell’Ulivo era stata debitrice e creditrice al tempo stesso di questa impostazione.

Viceversa, delle tre parole “fondative” da lui evocate (democrazia, uguaglianza, conoscenza e cultura), condivido fortemente l’enfasi posta sulla prima. Democrazia, sia chiaro, non intesa come liturgia istituzionale, come forma vuota (o svuotata ?) dell’agire politico, ma come recupero del primato della politica su quei poteri (economia e comunicazione) che nessun costituzionalista del XIX secolo poteva equilibrare e bilanciare nella scrittura delle Carte. Aggiungo che per dare un governo democratico possibile a una globalizzazione che c’è e non può essere ricacciata nella lampada di Aladino, esiste un solo spazio e un solo cantiere possibile, l’Unione Europea. Non c’é strategia di crescita, d’impulso all’innovazione, di controllo razionale delle migrazioni, di contrasto al terrorismo che non assuma l’Europa come scala minima e nuova di sovranità efficace. E non si è un partito riformista del XXI secolo se non ci si carica sulle spalle l’ambizione di un simile disegno.

Pur non avendo tempo di argomentare, segnalo a mia volta due parole fondative di un nuovo riformismo, “comunità” e “responsabilità”. Il riformismo tradizionale si è appoggiato eccessivamente, dalla creazione del welfare in poi, sulla politica della spesa, e della spesa pubblica, per promuovere le opportunità per molti. Oggi, da un lato, le regole di finanza pubblica europea non ci permettono più di dire semplicemente “più risorse per…”; dall’altro, quegli stessi ceti sociali che hanno sostenuto le politiche di spesa poiché se ne sentivano beneficiati e che, grazie ad essa, sono divenuti classe media diffusa, oggi levano il sostegno poiché timorosi di esserne divenuti i pagatori e non più i destinatari. E’ in questo senso che “comunità” e “responsabilità” diventano pietre angolari di una politica in grado di battere, culturalmente prima ed elettoralmente poi, il frutto avvelenato dell’individualismo solitario e non solidale nel quale siamo sprofondati tutti. Sia coloro che hanno beneficiato del sistema, sia i più giovani, scettici poiché consapevoli che non ne beneficeranno mai. Queste parole donano uno spessore umano alla politica, collocano il valore della giustizia oltre il mero calcolo economico sulla convenienza e la sostenibilità delle politiche, chiedono al cittadino non più solo una contribuzione fiscale ma un valore di socialità e di responsabilità.

I partiti politici europei non sono ancora all’altezza di ciò che servirebbe ma non sono nemmeno il niente su cui alcuni ironizzano. L’impegno semmai è di sottrarre quella sfera a un mandato da delegare solamente a noi, specialisti delle relazioni internazionali, per far vivere invece ogni nostra singola battaglia politica e parlamentare in una dimensione europea e internazionale.

A questo fine, il 14 e 15 gennaio, il gruppo parlamentare e il dipartimento esteri del PD organizzano a Roma la prima conferenza dei leader parlamentari progressisti, “Battere il populismo, promuovere un governo equo”.
Se il socialismo europeo dibatte sul se e sul come allargare i propri orizzonti, beh, noi abbiamo iniziato a farlo concretamente: dal Cile, dagli Stati Uniti, dal Canada, dall’Australia, dall’India, dal Sud Africa arriveranno ospiti di altissimo rango per confrontarsi con i leader parlamentari europei sulle strategie per vincere ancora dove si è governo, per tornare a vincere dove si è opposizione.

Dopo Milano

Dopo Milano

Ho scambiato qualche opinione con gli amici di Milano, ancora storditi per il risultato delle primarie di domenica, e vorrei socializzare alcune idee – decisamente random – su quanto è successo.


Sono innanzitutto personalmente rimasto colpito dal formato della competizione. Dopo tante primarie caratterizzate da uno schema – direi politically correct – con l’attenzione ad avere in lizza il giovane, la donna e tutti gli altri criteri anagrafici e di genere, Milano ha messo in pista quattro uomini, tutti fra i 50 e 60 anni, tutti stimatissimi professionisti, e nessuno ha sollevato obiezioni. Le esigenze delle città non rispondono ai criteri pettinati della politica pre-fabbricata.

 

Sono ovviamente rimasto colpito dal risultato. Ma da quali elementi del risultato ?
Innanzitutto dall’affluenza, dato non banale per capire le conseguenze del voto. A Firenze, una città di circa 350.000 abitanti parteciparono, se non erro, in 38.000 (oltre il 10% della popolazione). A Milano, oltre 1.500.000 di abitanti, hanno votato in 68.000 (fate voi la percentuale), meno degli 82.000 delle ultime primarie, molti meno dei 100.000 ipotizzati ed attesi. E’ perché a Milano non si vince mai ? I miei amici giurano di no, che anzi questa volta sembrava che fossimo nella giusta direzione e che la scelta del candidato potesse essere la scelta del sindaco vero, non dello sfidante destinato a perdere. E’ perché l’opinione pubblica non era informata ? I miei amici giurano di no, che anzi il denaro non è mancato nelle campagne dei singoli candidati e nemmeno lo spazio sui giornali e perfino i civilissimi ma competitivi confronti fra candidati.

Poi dall’esito. Un intero gruppo dirigente, cioè segretario cittadino, metropolitano, regionale, più quasi tutti i consiglieri comunali, provinciali, regionali (tranne 4 in tutto), più il capo della segreteria del segretario, già Presidente della Provincia, hanno spronato la struttura del partito e i circoli a lavorare pancia a terra per Stefano Boeri. L’anagrafe non ha salvato il fiuto del gruppo dirigente che è composto da una triade di trentenni, che ha contato sulla condivisione nella scelta dell’ottimo Pippo Civati, co-rottamatore. Eppure ? Eppure il candidato di S&L, già parlamentare due volte per Rifondazione, gradito ad una Milano colta e intellettuale, stravotato e stravincente nel centro storico dell’alta borghesia, dichiarazione dei redditi milionaria (non guasta) da avvocato penalista di grido, persona ottima, preparata e simpatica, ha battuto di 5 punti un intero partito, militanti, dirigenti, giovani e vecchi, rottamatori e rottamandi. Così oggi, inizia un doloroso dibattito interno per valutare se, primarie o non primarie, non valga la pena di buttare un occhio al candidato del terzo polo, l’ex Sindaco Albertini, che si appresterebbe a ritornare sul luogo del delitto, contando sulla disaffezione che circonda il cotonato Sindaco Moratti. Ancora una volta, la città è andata oltre i criteri pre-fabbricati.

Vogliamo dire qualcosa di Bologna ? Due anni fa vinse un Sindaco fortemente sostenuto dal partito che contava. Arrivò secondo Cevenini, amministratore serio e stimato, recordman di preferenze. La vicenda Del Bono è finita come sappiamo. E già la vicenda Cofferati era finito assai peggio delle aspettative che avevano coccolato la lunga ascesa del sindacalista da 3 milioni di persone al Circo Massimo (così le cronache mitologiche dell’epoca). Cevenini, richiamato come Cincinnato, getta la spugna per ragioni di salute e di stress. Le primarie sono nel caos. Tutti candidati, nessun candidato. Il centrodestra ricomincia a fregarsi le mani. La politica non può essere sostituita da un semplice set di regole elettorali.

Molti dicono, sempre di più, che se ci fossero le primarie per la leadership del centrosinistra, il grande favorito oggi sarebbe Nichi Vendola. Prendiamolo per buono. Può un partito, oggi al 25%, rinunciare semplicemente alla competizione per la guida della coalizione ? Limitarsi al ruolo della fanteria da prima linea ? Non ci credo. Non sarebbe il mio partito. Non sarebbe né un partito a vocazione maggioritaria né un partito con mezza spina dorsale. E se vincesse Vendola, il partito democratico assisterebbe silenziosamente allo sfilarsi del terzo polo e di Casini ? come quegli spettatori delle partite di tennis che, quando inquadrati dalla tv, girano la testa da una parte e dall’altra, meccanicamente e un po’ ebeti ?


La caduta del governo Berlusconi è più vicina ogni giorno, ma grande è la confusione sotto il cielo sulle prospettive del dopo. E attaccarsi al feticcio del partito che c’era due anni fa, ignorare i segnali di sbandamento del partito nelle grandi città, attaccarsi alla gruccia delle primarie non guardando i risultati che si stanno producendo dopo la prima onda, sarebbe secondo me un grave errore e un pessimo viatico per la grande battaglia vera che ci attende fra pochi mesi.