lapologoL’ho promesso agli amici su Facebook e oggi -  oltre a ringraziare nuovamente i 1500 del Saschall, i tanti che avrebbero comunque voluto partecipare, i molti che ci credono e hanno voglia di unire gli sforzi – voglio condivere con voi il testo integrale della grandissima serata vissuta con voi ieri sera.

Per chi ha la pazienza di leggerlo tutto, può semplicemente cliccare qua a lato.

Veniamo da qui. Veniamo da più di 100 giorni di campagna elettorale fra i fiorentini e con i fiorentini, un viaggio nei mercati, nelle case grazie agli inviti degli amici, che siete tutti voi.

E’ stato un vero e proprio “porta a portaâ€, non quello della Tv, non quello fasullo in cui un candidato suona 3 campanelli circondato da fotografi e telecamere.

Un porta a porta iniziato da un garage di Sorgane e che mi ha portato dalle Piagge a Costa S.Giorgio, da Settignano a Porta Romana, da Castello al Galluzzo. Che mi ha fatto fermare una volta da un distinto signore in Piazza Duomo che facendomi gli auguri, mi ha detto di sapere di questa campagna nelle case e poi mi ha chiesto se casomai ero già passato da casa sua in Via Maragliano mentre era fuori.

Vi giuro: è stata una splendida fatica e una grande immersione nel cuore della città.

Vi sembrerà magari strano ma, proprio per questo abbraccio con la città, il discorso di stasera è per me diverso da quello che ho tenuto il 3 ottobre scorso al Puccini.

Perché in questi 100 giorni, le contraddizioni, i disagi, le aspettative della nostra città, i suoi sentimenti li ho capiti meglio, mi sono entrati dentro nel profondo.

Perché mancano a questo punto 30 giorni all’esame del 15 febbraio, l’esame che stabilirà chi porterà ufficialmente i colori del PD e della coalizione alle elezioni del 6 e 7 giugno.

Perché non è scontato saper raccogliere le mille domande, i dubbi, i tanti suggerimenti e aspettative raccolti fra di voi.

Ho molto pensato a quale chiave usare per il mio racconto di stasera. E non vi nascondo di avere ricevuto, come capita sempre, i consigli più disparati: fai come Obama, martella su pochi concetti, vola alto, stai basso, fai molte citazioni, non le fare, proponi una sola grande idea, mi raccomando di non dimenticare questo o quello, perché hai scritto nell’invito Firenze punto per punto e in proposito ho ricevuto fino a poche ore fa moltissimi contributi belli e utili, soprattutto – speriamo – per la fase che verrà…

Insomma, ho capito che ci sono alte possibilità di scontentare tutti stasera. Perciò siate comprensivi.

Mi conoscete abbastanza bene: sapete che non sono tipo da discorsi sull’abbassamento delle tasse o su opere irrealizzabili, un tipo da politica degli annunci e delle promesse a pioggia.

Ne ho ascoltato già uno che li batte tutti a queste primarie.

Ma la risposta non è quella cui molti di voi stanno pensando….

Parlo infatti dell’originale, di Carcarlo Pravettoni, alias Paolo Hendel, che sarà qui al Saschall con il suo spettacolo dal 22 al 24 gennaio. Ho avuto da lui anticipazioni davvero notevoli, il programma è semplice: lo stadio lo facciamo in Piazza Duomo, Piazza Signoria sarà ribattezzata Piazza Adrian Mutu, Palazzo Vecchio – che appunto è vecchio – lo abbattiamo; per risolvere il problema del traffico asfaltiamo l’Arno, così Ponte Vecchio diventa un autogrill, e poi più bagni pubblici al posto del vecchio Gabinetto Viessieux.

No. Io no. Dato che voglio convincere chi stasera non mi conosce e voglio chiedere agli altri un grande sforzo nei prossimi 30 giorni per raggiungere gli amici, gli indecisi, gli arrabbiati verso la politica, vorrei provare a fare una chiacchierata onesta sulla nostra città, che parta dai suoi e dai nostri limiti, che indichi le cose possibili e i comportamenti nuovi che dobbiamo assumere.

lapino1Punto e a capo ma assieme.

Parto dai limiti, dai condizionamenti che vengono dalla natura della nostra città e in parte anche dal nostro carattere di fiorentini.

Ho verificato che Firenze nei nostri racconti si percepisce di volta in volta come capitale di molte cose, della moda, della cultura, dell’arte, del design, del restauro, della pace, dei diritti. Talvolta è vero, talvolta è capitale di settori specialistici che non conosciamo, ma spesso non lo è più. Anzi, a dirla tutta, la nostra qualità della vita è messa in discussione proprio dal conflitto fra molte funzioni che si affollano in uno spazio stretto e molto congestionato.

Spazio stretto. Lo spazio oggi è un elemento decisivo. Firenze è una città con un vincolo territoriale forte: ha un territorio ridotto ed una popolazione media, medio piccola e nel mondo di oggi, nell’economia di oggi, la dimensione è diventata un parametro importante.

Lo è fra i Paesi: nel pianeta di oggi che viaggia verso i 7 miliardi di esseri umani, nel pianeta di Cindia, due abitanti su cinque della terra sono o indiani o cinesi e l’Europa che cinquanta anni fa era il doppio della popolazione africana si ridurrà nel 2050 ad esserne un terzo.

Lo è nei rapporti fra le economie: nell’arco di due generazioni solo un Paese europeo avrà ancora i numeri da solo per stare nel G8 e a proposito di vecchie e nuove economie si ribalterà il rapporto fra il G7 (Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Canada) e E7 (Cina, India, Brasile, Russia, Indonesia, Messico e Turchia).

Lo è per le opere degli uomini che in passato stupivano: l’edificio più alto del mondo è a Taipei, ma è già stato superato dal cantiere di uno a Dubai; la più grande raffineria del mondo è in India; Bollywood è assai più grande di Hollywood; dei dieci centri commerciali più grandi al mondo, uno solo è americano e comunque il più grande è a Pechino.

Siamo piccoli dunque.

Eccellenti, straordinari, unici…… e piccoli.

E siamo pure abbastanza vecchi. La seconda città più vecchia di Italia, con gli ultra65enni che hanno superato la popolazione sotto i 14 anni, una città dove le famiglie sono sempre più piccole, il 43,8% di una sola persona. E si tratta di un tema che ha un impatto diretto sulle risorse economiche disponibili e sulla loro destinazione: perché capite che c’è uno squilibrio enorme fra chi paga le tasse e contribuisce alla fiscalità cittadina e chi usa i servizi che sia pendolare, studente fuori sede o turista, lo squilibrio fra 360.000 e 10 milioni.

Aggiungete che la città che 7 secoli fa, con i Bardi e i Peruzzi, fu capitale finanziaria di Europa, negli ultimi 15 anni ha perso centralità nel credito, prima con la migrazione di Fondiaria a Milano, poi con la perdita di identità della Banca Toscana nella galassia del Monte dei Paschi, e infine con l’assorbimento della Cassa nell’asse Torino-Milano. Sono segnali che occorre tenere a mente per qualsiasi analisi.

Il tema stesso della fortissima immagine della città nel mondo (pensate a quenado Bob Kennedy alla conferenza stampa post alluvione disse addirittura “Firenze è del mondo perché è qui che rinasce la nostra cultura occidentaleâ€) può diventare un problema se il richiamo al passato diventa causa di blocco e di rendita e dunque mentre arricchisce una parte della città, pregiudica lo sviluppo di un’altra.

E infine, diciamolo proprio con un sorriso: siamo parecchio polemici e molto litigiosi; in una delle centinaia di mail ricevute in queste settimane, un amico che lavora all’estero e torna qua per le feste mi chiedeva “perché i fiorentini non sorridono piùâ€. Invitandomi non tanto a fare l’assessorato alla felicità (che magari ci sarà in Corea del Nord) ma ad includere nel mansionario del buon sindaco, la calma e il sorriso.

In più – così ci siamo zavorrati ben bene in partenza – anche se questo non dipende da noi l’anno che è appena cominciato è un anno di crisi economica. E la crisi nelle città, vedete, non è più una statistica o un numero ma diventa il volto e la storia di persone vere, dei lavoratori della Seves a Castello, delle centinaia di contratti a progetto non rinnovati il 31 dicembre scorso.

Il sistema economico fiorentino, che è più aperto di ogni altro sistema italiano allo scambio internazionale, è più condizionato di ogni altro dal ciclo internazionale, sia nel bene che nel male.

Tutto questo ha un impatto su un candidato.

Perché ci spinge ad usare molto buon senso, a pensare a riforme e innovazioni che non comportino necessariamente spesa ma soprattutto riorganizzazione di strumenti e coinvolgimento della società. Perché la capacità del riformismo si misura ancor di più a risorse scarse che promettendo interventi che non si possono mantenere.

lapino1Punto e a capo con le precisazioni. Ma credo fosse utile.

Fra i fattori positivi, c’è proprio quella immagine e quella apertura internazionale di prima, che ci distingue e che fa però godere a qualsiasi attività e idea qui concepita di una attenzione maggiore. Dopo Roma e Milano, Firenze è la terza area urbana italiana per apertura internazionale e la quinta per reddito. Non è un cattivo punto di partenza.

Poi ho scoperto molte altre cose che le statistiche non dicono.

Ho incontrato un patrimonio splendido di intelligenze, competenze, energie che non si sono finora esposte nel campo della cosa pubblica.

Ho scoperto che passando di corsa dall’ufficio la sera del 23 dicembre, prima di un ultimo dopo cena elettorale, c’erano cinque ragazzi incontrati in una delle case che stavano finendo, come loro spontaneo contributo senza che io ne sapessi niente, un progetto sull’innovazione a Firenze.

E che di questi episodi, utili come acqua nel deserto, in queste settimane ce ne sono stati tantissimi.

Come per esempio questa mail contenente alcune proposte per la città. Se guardate l’ora di invio vedrete che è stata spedita alle 23.59 del 24 dicembre. Naturalmente ho coperto il nome per non dover segnalare l’autore ai servizi sociali…

Insomma, con queste elezioni abbiamo una occasione inedita per rimettere sangue nuovo in questa città un po’ affaticata.

Stasera, con la vostra presenza qui, ho la conferma, ho un segno bellissimo che abbiamo lavorato bene assieme e che se continuiamo così potremmo prenderci nuove soddisfazioni.

Lavorare nel mondo globale, con la rete delle città, non deve essere diverso da come lavora oggi la ricerca scientifica, che si passa le acquisizioni dai laboratori di Sydney a quelli di Londra via web e usando il diverso fuso orario come una corsa a staffetta che non si ferma mai; la rete delle città ci dice che sono molte semplicemente le buone pratiche da imitare, le sperimentazioni fatte da altri che ci aiuteranno a capire come ben governare le città, come evitare errori, come correggere quelli fatti.

Potrei riassumere un programma e le aspirazioni dei fiorentini in due righe: vogliamo una città più vivibile per noi, per la nostra quotidianità, vogliamo una città che riprenda slancio e smalto fuori, che ci dia qualche brivido di gioia non provata.

Magari mi votate ugualmente se mi fermassi qui e vi dicessi che ci proveremo tutti assieme, affrontando i problemi che conosciamo e quelli che si presenteranno, ma credo sia dovere di un candidato alle primarie analizzare e argomentare cosa sta dietro e cosa possiamo fare assieme per fare di Firenze una città dove è desiderabile vivere e dove è bello non soltanto venire ma provare il gusto di ritornare.

La prima questione che angoscia i fiorentini – basta fermarsi in un bar ma lo confermano tutti i sondaggi di questi anni – è la mobilità e l’insieme dei problemi correlati. Verrebbe facile citare Roberto Benigni alias Johnny Stecchino che a Palermo parla del “trafficoâ€.

Firenze è una città antica, romana, 6 cerchia di mura che si sono susseguite. Nel tempo moderno è stata teatro di grandi interventi urbanistici e infrastrutturali alla fine del secolo scorso con la stagione di Firenze capitale, durante il fascismo e ha poi ricevuto adeguamenti importanti durante gli anni 50 e 60 quando con il boom c’era da far fronte all’inurbamento dalla campagna.

Se la città è un organismo vivente, questa seconda modernizzazione che è iniziata poco più dieci anni fa, è come una rivoluzione che sta provando a cambiare la città tutta insieme, una diversa struttura ossea per un corpo che altrimenti cede gravato da troppa pressione sulle stesse parti.

C’è stato e c’è molto disagio ancora per i cantieri, ma l’idea è giusta, direi necessaria ed io intendo proseguirla.

Poiché, pur con errori, ritardi, è un’idea coerente e poiché serve proprio a riportarci in linea con le altre città europee.

E’ un pacchetto che lavora su più fronti, che usa più pedali, perché non esistono ricette uniche sui mali complessi:

c’è la terza corsia dell’A1, che noi utilizziamo come circonvallazione urbana, che èa buon punto; vorrei che il Comune stipulasse una convenzione con la società autostrade per un telepass (sia quello che serve ora in ztl sia quello normale) con il quale il tratto firenze sud-firenze nord abbia per i fiorentini un prezzo convenzionato, un abbonamento agevolato;

c’è il sottoattraversamento dell’alta velocità, un tunnel di 7 km e mezzo che non passerà sotto il centro storico, ma da Castello a Campo di Marte con due gallerie parallele che, terminate le opere accessorie consentirà di tenere Firenze nella rete europea dell’alta velocità, di dotare la città di un segno moderno come la nuova stazione di Foster, di usare le 10, dico 10 stazioni ferroviarie (sms novella, campo marte, rifredi, cascine, le piagge, castello, rovezzano, statuto, san marco vecchio, leopolda) come una rete di superficie già disponibile di metropolitane urbane. Anche qui, niente di fantascientifico: così accade con la RER a Parigi o con la Schnell-Bahn a Berlino, così deve accadere a Firenze dove le ferrovie sono uno dei più importanti interlocutori dell’amministrazione.

c’è l’aeroporto Vespucci, che c’è, non può essere pensato altrove e che deve essere irrobustito in qualità, sicurezza e impatto ambientale: avremo la nuova aerostazione disegnata da uno studio inglese che migliora la lillipuziana area arrivi, il riordino della viabilità e dello snodo di Peretola (progettato ma non ancora finanziato) e che non deve fare prigioniera la popolazione di lì e il riorientamento della pista che potrà dare tranquillità a Brozzi, Peretola e Quaracchi ed eviterà il triste primato del numero più alto di voli dirottati per vento o per nebbia. Lo sviluppo del Vespucci non va frenato artificialmente, va governato. Sono contrario a molte false opinioni sulla funzione di un city airport a Firenze: un aeroporto è una delle componenti dell’immagine internazionale della città e quindi deve esserci e deve essere bello; l’aeroporto è oggi fra le prime quindici aziende della città con quasi due milioni di passeggeri, 1500 occupati diretti e 5000 indiretti, un fratturato diretto di AdF di quasi 37 milioni di euro e un valore dell’attività che sfiora i 440 milioni di euro; ha un impatto con i suoi 5000 passeggeri al giorno nettamente inferiore a quello dei Gigli con i suoi 43.000 clienti medi giornalieri; Firenze e Pisa sono oggi due strutture complementari ma non alternative: business, turismo e hub europei da noi, intercontintali e low cost a Pisa; lo sarebbero meglio se i treni del mattino e quelli della sera fossero meglio corrispondenti a quelli dei voli;

c’è la tramvia, che tanto spaventa i fiorentini, al punto tale da essere l’unica questione sulla quale giudizi positivi e negativi nei sondaggi in genere si equivalgono. A regime, un sistema tramviario con 3 linee, uno sviluppo di circa 40 km può levare il 15% del traffico di macchine di oggi; ogni tram pieno sostituisce 200 automobili, consuma da 3 a 5 volte meno e fa 11 volte meno rumore; è un pezzo della soluzione, dunque non l’unica.

Lo dico ai più preoccupati: non è un caso se 149 città in Europa hanno già fatto questa scelta, altre 18 fra cui Firenze, la stanno realizzando e molte di queste hanno deciso pure di attraversare i centri storici come premessa per una loro successiva pedonalizzazione, quel centro a traffico limitato oggi assai sforacchiato da miriadi di permessi. Spero di non peccare in ottimismo ma credo che parte consistente della diffidenza per la tramvia passerà quando ad aprile i fiorentini la potranno vedere in prova, non ancora in opera, sulla linea 1; e dico che se vinco le primarie e le elezioni convocherei immediatamente le parti coinvolte nella finanza di progetto della linea 2 e 3 (con uno speciale pensiero al passaggio in centro) per far capire con forza che la città non si può permettere la qualità e i tempi lenti dei cantieri della linea 1 e che il centro dovrà diventare un modello per velocità, pulizia e riduzione di impatto;

a proposito di pedonalizzazione, vorrei dire con un gioco di parole che le isole pedonali non saranno casi isolati: che questa scelta riguarderà anche alcune aree che sono già possibili come San Niccolò, un’incantevole rive gauche parigina qui a Firenze per ristoranti e gallerie d’arte e artisti o anche centri commerciali naturali come Via Gioberti che potrebbero sperimentare chiusure dal venerdì alla domenica prima di una decisione definitiva;

dobbiamo potenziare la disponibilità di parcheggi (anche perché in media ogni automobile resta ferma e spenta il 96% del tempo della giornata), dobbiamo farlo in particolare in alcune aree delicate della città; io sono per mandare sotto terra le macchine in Piazza del Carmine e restituire la piazza alla città; dobbiamo usare quelli che ci sono con una politica della sosta che non tolleri una doppia o tripla fila a 30 metri da un parcheggio, dobbiamo costruire nuovi parcheggi scambiatori in periferia;

quanto ai bus, oltre alla riorganizzazione man mano che la tramvia è costruita, dobbiamo aumentare le corsie protette (in Europa la media è il 18%, in Italia il 9%, a Firenze solo il 4% e sempre con interruzioni) perché basta aumentare di un solo km/h la velocità commerciale in tutta la rete e il bilancio guadagna 2,5 milioni di euro; dovremo avere un biglietto unico per spostarsi, cambiare mezzo e parcheggiare;

infine, dobbiamo lavorare sugli orari perché a Firenze dopo le 8 il trasporto pubblico più o meno scompare e diventa allora impossibile rivitalizzare il centro senza rimettere in discussione la ztl notturna; ci impegneremo perciò a prolungare il servizio notturno con servizi navetta da e verso il centro per rendere fruibile la città;

c’è da incentivare robustamente ogni forma di mobilità dolce, i mezzi elettrici – ricordo che la giunta Primicerio aveva introdotto il più alto numero di colonnine di ricarica elettrica, ben 99, molte delle quali risultano oggi inattive o inaccessibili per il parcheggio selvaggio- e la bicicletta, sia attraverso il potenziamento e la protezione dei 61km attuali di piste ciclabili, sia attraverso l’introduzione di questo agognato bike-sharing che ha avuto un impatto formidabile a Barcellona, Parigi e Lisbona e, guardate, non solo per i turisti, e che si sta sperimentando ora anche a Roma, Milano e altre città.

Ci sarebbe altro ma sulle infrastrutture mi fermo qui.

Come vedete, è una cura articolata, complessa, su cui ci sarà continuità, non di brevissimo periodo come del resto lo furono i grandi interventi del secolo passato, che regge se funziona l’insieme, ma che deve fronteggiare con urgenza numeri che parlano altrimenti di un collasso: 360.000 residenti, 200.000 auto immatricolate, 62.000 moto, circa 200.000 movimenti in attraversamento o sosta dall’area metropolitana, la seconda area in Italia dopo Milano per pendolarismo metropolitano giornaliero. E che dunque chiama in causa i nostri comportamenti, le nostre abitudini.

Questa politica deve essere attuata con intelligenza, offrendo una alternativa con una mano e chiedendo con l’altra un altro modo di vivere la nostra città. Si tratta di trarre le conseguenze dalla consapevolezza che lo spazio è una risorsa scarsa e come tale va gestito. Che non esiste cioè un diritto individuale ad un uso incondizionato della superficie.

È giusto sapere che in altre città del mondo, da Londra a Stoccolma, da Brisbane a Oslo, luoghi civilissimi, si sta sperimentando con drasticità la ricetta del cosiddetto “congestion pricingâ€: la strada è pagata mediante sistemi di caselli urbani con telecamere da tutti quelli che la usano, anche nella città non storica, e il costo aumenta se si vuole girare con il mezzo privato proprio nelle ore di punta.

Noi non siamo ancora là (prima queste politiche c’erano solo a Singapore e Hong Kong) ma è un segno dei tempi che ci fa capire perché è urgente cambiare.

Intanto, anche per alleggerire, io mi accontenterei di iniziare rimuovendo tutte le situazioni paradossali come questa: la presenza contemporanea di questi due cartelli (divieto di sosta e di fermata 24 ore al giorno e l’orario della pulizia della strada con rimozione): uno di questi due è di troppo a meno che il primo sia solo un autorevole consiglio e il secondo la minaccia che almeno una volta alla settimana si fa però sul serio.

Assumo poi l’impegno di rivedere il complesso delle tariffe della sosta, poiché molte sono le segnalazioni di contraddizioni fra le ZCS o le contestazioni al pagamento vicino agli ospedali, e di riorganizzare il sistema delle società, oggi diviso fra chi gestisce la sosta in superficie, chi gestisce quella nei parcheggi sotterranei, chi gestisce la mobilità pubblica, un frastagliamento eccessivo che genera costi e impedisce di integrare al meglio mobilità e sosta.

Credo che il trasporto elettrico e comunque il rispetto degli orari del carico e scarico merci in centro sia indispensabile se vogliamo una zona bella e vivibile. Ricordo il progetto avviato 15 anni fa sull’ecoporto, cioè su una piattaforma da mettere in periferia in cui i corrieri affidano a una cooperativa di veicoli elettrici la consegna nei negozi delle merci. L’idea qua è un po’ caduta; segnalo che a Padova funziona perfettamente. Vogliamo riprovarci ?

Il modo in cui ci muoviamo è uno degli aspetti della grande partita per l’ambiente. Una partita dalle conseguenze gigantesche che non è più nicchia e patrimonio esclusivo del pensiero ecologista, che non vive solo di divieti e preclusioni ma che può anzi alimentare una crescita economica e di opportunità di lavoro, altamente innovative e remunerative. Basta vedere quanto il prossimo presidente degli Stati Uniti Barak Obama sta puntando su questo nel suo programma e delle sue prime azioni come presidente eletto.

Le città non sono ovviamente le protagoniste esclusive di questa sfida, se non c’è un quadro di accordi internazionali che impegna gli Stati, specie le grandi potenze emergenti che sono anche grandi potenze inquinanti.

Ma le città, essendo responsabili del 70% delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, possono assumere comportamenti guida per orientare pezzi di questo modello di sviluppo. E guardate che sono oramai molte le grandi e medie città che hanno fatto di questa scelta una delle loro caratteristiche di modernizzazione, e che vengono costantemente monitorate, valutate e premiate da istituzioni, fondazioni e reti di ricerca, dall’Unione Europea alla Clinton Global Initiative: parlo sia di grandi metropoli come San Francisco, Londra, Parigi, Vancouver, Singapore, Sydney o di medie città come Malmo, Utrecht, Lione, Monaco.

Dunque diciamo punto e capo sull’ambiente.

Tante possibili iniziative.

Uso sistematico del fotovoltaico su scuole ed edifici pubblici per ridurre la dipendenza da combustibili tradizionali, incentivi veri per i privati, non un percorso a ostacoli, per spingere verso la bioedilizia e i comportamenti energeticamente virtuosi.

Gestione del ciclo dei rifiuti: proseguiamo con forza sulla raccolta differenziata che non va affatto male, confermo l’obiettivo già detto al Teatro Puccini di levare i cassonetti dal centro storico in 5 anni per estendere l’esperimento di Piazza Santa Maria Novella sulle isole interrate, così come confermo l’urgenza di dare il via alla progettazione costruzione del termovalorizzatore. Vorrei entro breve tempo in città alcune nuove isole ecologiche in cui i cittadini possano conferire rifiuti differenziati con una tessera personale a punti per avere sconti sulla tariffa, sulla Tia (come già accade in comuni metropolitani).

L’amministrazione può dare molti altri buoni esempi: vorrei a Firenze sostituire entro fine mandato, entro il 2014, tutta la nostra flotta di autoveicoli con veicoli elettrici, al massimo ibridi.

Pensateci un attimo, guardando la città dall’alto: le infrastrutture di una città non sono solo asfalto e viadotti ma anche sistemi di verde e il contrario della durezza dell’asfalto, cioè acqua.

Firenze ha uno straordinario sistema di parchi: quello storico del centro con Boboli, Belvedere e Bardini da collegare fra loro; altri punti splendidi come lo Stibbert e Villa Fabbricotti anch’essi da collegare; quello dei parchi dell’Arno (S.Andrea a Rovezzano con la connessione al futuro Parco del Mensola, l’Anconella, Lungarno Colombo, Cascine e Argingrosso, Le Piaggie); il futuro Parco della Piana, la cui dimensione non è ancora definitivamente decisa per effetto della discussione sui progetti sullo stadio.

Torniamo un attimo alle due risorse straordinarie che io trovo altamente sottoutilizzate o non utilizzate: i 63 ettari di Parco delle Cascine e l’Arno.

L’esperienza del Parco dei Renai a Signa testimonia che un verde attrezzato per una fruizione differenziata per sport, svago, intrattenimento può diventare una risorsa pazzesca, incredibile come le 18.000 presenze che ogni fine settimana caratterizzano quell’area. E non parlo di altre belle sorprese come Bilancino.

Per questo, il destino delle Cascine non sta nel dilemma fra uso (e abuso) attuale e chiusura notturna ma nella attuazione del Piano Guida che è stato già approvato: un sistema di nuove aperture, disseminazione di attività sportive e ricreative, uso per concerti e manifestazioni che, assieme alla sovrintendenza, permetta alla città (ora soprattutto che la tramvia attraverserà il Parco) di fruirne pienamente come capitava quando avevo 20 anni. Voglio attuare il progetto del Parco di Firenze sulle due sponde del fiume.

Anche sull’Arno, ogni volta che ne ho parlato, in questi mesi, ho incontrato curiosità ma anche stupore, quasi che il famoso “nastro d’argentoâ€, dai tempi dell’alluvione sia diventato solo “minaccia da controllareâ€, e che nessuna idea alternativa su questo spazio pubblico abbia mai trovato modo per andare avanti.

L’Arno è un confine, una barriera, è un segno che marca l’aldiqua e l’oltrarno, al massimo evoca la necessità di nuove passerelle pedonali e di un nuovo ponte Mantignano e Le Piagge.

Se invece guardiamo all’esperienza del Tevere (con l’estate organizzata sull’isola tiberina), al fiume Nervion di Bilbao, al Tamigi, alla Senna dei bateaux mouches, a Boston (con la navigazione tramite le chiuse), alle piscine recintate ancora sulla Senna e sulla Spree a Berlino cioè a fiumi che pur attraversando delle capitali sono balneabili, vedete che un uso alternativo è possibile.

Allora vorrei scommettere sull’obiettivo della maggiore navigabilità (pensate ai turisti che dal check point del bus arrivano fin quasi sotto Ponte Vecchio all’altezza della biblioteca nazionale invece che ammazzarsi l’estate camminando per Lungarno della Zecca), penso al riordino delle sponde, a piccoli percorsi vita, al controllo degli scarichi e alla depurazione cioè alla pulizia. Lavorerei per avere fra 10 anni un fiume almeno parzialmente balneabile. Sia nei progetti di De Carlo per Le Piagge, sia sul Piano Guida delle Cascine, il Parco di Firenze, sono state individuate aree per il Lido di Firenze, la vera e propria spiaggia sul nostro fiume. Non sarà un caso.

Al Comune si chiede di tutto, si imputa di tutto. Ne ho avuto conferma, camminando per case del popolo e mercati in questi mesi: dall’aumento della pensione minima al lavoro per i giovani.

Palazzo Vecchio assorbe simbolicamente oneri e onori di una serie lunga di istituzioni e amministrazioni dello Stato.

Il Comune è invece sul serio il punto decisivo di erogazione dei servizi alle persone, dai bisogni educativi dei più piccoli a quelli sanitari dei più anziani, dall’emergenza casa al welfare locale per chi proprio non ce la fa.

Se le infrastrutture cui ci siamo dedicati finora sono lo scheletro della città, qui parliamo del corpo, della carne che cresce su quelle ossa.

La città in questi dieci anni ha subìto una drastica metamorfosi, ce lo siamo detti tante volte in questi mesi: ha perso un abitante su 4, il 25% della popolazione, parte della quale è andata a cercare altrove una diversa qualità della vita (penso a chi va all’Impruneta o a Fiesole) parte della quale è fuggita invece da un costo troppo elevato della vita in città (preferendo Scandicci, Calenzano, Sesto, oggi anche l’empolese e il Valdarno), tutti però pendolarizzando ogni mattina con conseguente consumo di tempo, di benzina, di strade, di nervi.

Questo stile di vita agisce su di noi, ci consuma. La qualità e il tempo di questo spostamento è una delle materie più studiate nelle grandi aree urbane per trovare spiegazione anche dell’“incattivimento†delle relazioni fra di noi e credo che anche a Firenze questa sia una causa importante del nervoso che c’è. E’ anche perciò che vorrei agire per ridurre questa distanza, per riportare popolazione e residenza a Firenze.

E’ una città che ha il 26% di anziani ultra65enni, un numero che ha ampiamente superato quello dei bambini e dei ragazzi, che ha visto il raddoppio degli stranieri da 20.000 a 40.000, più del 10% della nuova Firenze, attratti dall’opportunità di lavoro in edilizia, nel terziario dei ristoranti e degli alberghi, nella cura delle persone e del lavoro domestico. In proposito, fatemi fare una parentesi: lo spostamento dell’Ufficio immigrati dalla Questura a Via della Fortezza non ha risolto il problema di una struttura che è pensata in funzione delle procedure che vi si svolgono e non degli utenti. Quando passo da lì vedo ancora lunghe code all’esterno, sotto il sole o le intemperie, di donne, bambini, anziani, uomini; l’impossibilità di fare fotocopie (a pagamento, s’intende) all’interno della struttura; l’accoglienza affidata esclusivamente alla straordinaria pazienza dei piantoni; li considero segni incompatibili con gli obiettivi di integrazione che il Comune di Firenze persegue.

Vorrei una sede con spazi di attesa coperti (e magari un’area giochi per bambini), presenza di mediatori linguistici, un progetto da coordinare con la Polizia di Stato, ma il cui promotore sarà il Comune, coadiuvato dalle comunità degli stranieri.

Abbiamo scritto nel programma del PD che il bilancio sociale del comune di Firenze è un bilancio positivo. Condivido e lo ribadisco.

L’insieme delle politiche nei confronti dei cittadini più piccoli, dei più anziani, degli stranieri, dei bisognosi segna qui un livello di umanità e di efficacia notevole. Comincia con l’aumento consistente negli ultimi anni delle opportunità nido dei piccolissimi, prosegue con l’integrazione a scuola degli stranieri e termina con una rete di servizi di socialità e di intervento socio-assistenziale per gli anziani sia autosufficienti che non. Si può e si deve sempre migliorare nella vita ma è giusto dire che si parte da una buona base.

Per domani dobbiamo favorire di più le capacità di scelta di singoli e famiglie, vale per asili nido, scuole, anziani e servizi sociali, coinvolgendo ancor più quel privato sociale, quel sistema di cooperative che rappresenta una grande ricchezza di questa città e che – lo dico sommessamente – non può fungere impropriamente anche da banca per il Comune, visti i tempi lunghissimi di pagamento che queste realtà e i ragazzi che ci lavorano devono sopportare.

Il Comune aiuta nella scelta dei servizi, nel fornire badanti formate e certificate, nell’indicare luoghi e percorsi per la risposta ai problemi anche drammatici. Dare ancor più risposta alle famiglie che hanno dei loro cari con problemi che anche quando loro non ci saranno più, ci sarà chi si prenderà cura di loro.

Lavoreremo per favorire l’inserimento nel mondo del lavoro dei disabili riprendendo un rapporto serio col mondo delle cooperative sociali.

Per i bambini stranieri nelle nostre scuole, che sono tanti, serve integrazione e sostegno. Nessuna classe speciale, come prevede la ministra Gelmini, ma un modello di scuola in cui se tutti aiutano chi rimane indietro questo raggiunge presto il gruppo.

L’integrazione scolastica, guardate, non riguarda solo i bambini, è un potentissimo moltiplicatore: chi fa i colloqui di lavoro al personale immigrato si accorge se questi hanno in famiglia bambini che vanno a scuola perché mediamente parlano meglio italiano, perché anche in casa i bambini parlano di più italiano e dunque risultano maggiormente favoriti per l’assunzione.

Un tema delicato e invece importantissimo è quello sulla casa a Firenze.

La città, abbiamo detto, ha perso abitanti a vantaggio dell’area metropolitana e ha un patrimonio edilizio che, in larga misura, è figlio di un tempo in cui in casa si abitava almeno in quattro, e dunque non si adatta bene alle nuove famiglie piccolissime o ai single, e poi sul mercato della casa, sia in acquisto che in affitto, la concorrenza degli stranieri e degli studenti universitari si fa sentire, facendo privilegiare comportamenti non regolari di locazione a nero.

Anche qui, come per la mobilità, dobbiamo agire su più piani.

Da una parte dobbiamo enunciare con chiarezza l’obiettivo che la prossima stagione urbanistica del comune di Firenze sarà orientata a dare risposta al problema della casa. E’ una scelta necessaria ed è un obiettivo che possiamo realizzare.

In questi anni l’iniziativa privata è riuscita a dare risposta a chi la casa ha potuto acquistarla o affittarla a prezzi di mercato. Un ottimo lavoro, ma, parafrasando uno slogan pubblicitario, “per molti ma non per tuttiâ€. Abbiamo fatto meno per chi questi mezzi economici non li aveva.

Domani dobbiamo intervenire sulla casa sociale, cioè l’insieme degli strumenti che comprendono case popolari e affitto concordato.

Proseguiamo la politica del 20% di alloggi destinati all’affitto sociale, come già fa il Comune, in ogni nuova realizzazione o in ogni recupero che affronteremo.

Ma si può andare oltre, aldilà delle risorse dirette che potranno arrivare dal governo nazionale o dalla Regione. A partire dall’ultima finanziaria del governo Prodi esistono gli strumenti in grado di far cedere ai privati aree più grandi di quelle previste dagli standard urbanistici se destinate all’affitto sociale.

Abbiamo poi la leva economica con la quale agire per orientare la scelta degli investitori. Possiamo immaginare oneri differenziati per destinazioni differenziate.

Infine possiamo pensare, si sta lavorando così per esempio a Milano, un coinvolgimento diretto delle Fondazioni Bancarie chiedendogli un investimento diretto che rifinanzia il debito sia attraverso i canoni che attraverso il fondo creato con la monetizzazione del 20% d’affitto.

Abbiamo qualche strumento per poterlo fare, anche aldilà delle magre risorse pubbliche. Io ci metto la volontà per farlo.

Insieme a questo però occorre agire anche con un controllo severo dell’abusivismo e dei fenomeni dell’affitto a nero, specie quando questo strozza gli stranieri, i turisti e gli studenti fuori sede. Mettere i Vigili Urbani a battere le zone della città in cui sappiamo essere più presenti questi fenomeni, serrare la collaborazione con la Guardia di Finanza per contrastare in tutti i modi l’abusivismo e il nero.

Accanto al bastone la carota: procedure più semplici e più snelle per chi vorrà favorire trasformazioni dei propri appartamenti che favoriscano residenza. Penso in particolare al gran numero di studi che, col trasferimento del tribunale a Novoli, si libereranno in centro storico.

Il destino del centro storico è forse la sfida più complicata e bella dei prossimi anni per evitare quello che per me è un incubo: il modello Venezia, negozi monomarca al piano terra e appartamenti vuoti o aperti una settimana l’anno ai piani superiori.

Vigileremo perché gli appartamenti non si trasformino in affittacamere abusivi ma consentiremo loro di poter essere offerti a quella residenza che vuol tornare a vivere nel centro storico. Possiamo trasformare Casa spa in un soggetto in grado di gestire per conto dei proprietari privati i contratti d’affitto, la riscossione dei canoni, gli interventi di manutenzione, rendendo più semplice la vita a chi vuole affittare regolarmente e mettendo a garanzia dei proprietari e degli inquilini un soggetto interamente pubblico.

Fatemi dire che vorrei lavorare perché in ogni settore dei nostri servizi chi scommette in un progetto di famiglia sia agevolato.

Tante città si stanno muovendo così: a Verona, a Parma, a Trento ci sono le family card. Lo dico con uno slogan che mi è caro: che un figlio a Firenze sia un investimento pubblico della comunità e non un’avventura privata. Che le donne non paghino un doppio prezzo di vita e di lavoro per la scelta della maternità. Che questo valga nei servizi scolastici e nell’accesso alla casa, così come nell’ingresso ai musei e nell’uso del bus. A 30 minuti da qui a Siena, lo slogan dell’azienda bus recita “La famiglia sul bus? È scontatoâ€.

Voglio ridire anche stasera che la città (che nelle indagini qualitative definisce se stessa con un terzetto impegnativo di aggettivi: internazionale, colta, solidale) vede in questo ultimo aggettivo un vero punto di forza.

Vale per lo straordinario reticolo di volontariato laico e cattolico di cui ho parlato al Puccini.

Vale per lo sport di cui parlo stasera: nell’area fiorentina ci sono 1800 società sportive, una ogni 550 abitanti, la densità più alta dell’intero Paese. È chiaro che un reticolo di questo genere alimenta una buona presenza di squadre professioniste negli sport maggiori ma svolge in misura prevalente una funzione sociale ed educativa.

Mi hanno detto che stasera è qui con noi “il†capitano, Giancarlo Antognoni. Ecco amerei una Firenze che, dopo il progetto fairplay della Fiorentina, per prima in Italia abbatte le barriere allo stadio come negli impianti inglesi e tedeschi che abbiamo visitato, che estende il terzo tempo del rugby, quello della socialità fra le squadre avversarie anche negli altri sport.

Se città della qualità vogliamo diventare, anche questo è un bel tassello dell’educazione dei nostri ragazzi.

È questa la ragione per la quale, in caso di vittoria vorrei accorpare la delega sullo sport a quella del sociale, considerarlo cioè, come fa la Regione, un tassello di quel tessuto connettivo di cui le nostre città hanno bisogno.

Di più, vorrei lavorare su un’altra idea che è scaturita in queste settimane: come legare l’intervento pubblico, sotto forma di contributo diretto o in conto gestione impianti, ad una specie di certificazione sociale. Della serie: maggiore è la capacità di inclusione sociale della società, a partire dallo sport per i disabili e per lo sport non agonistico, maggiore sarà il sostegno pubblico. Arrivare ad una specie di incentivo per le famiglie a scegliere privilegiando quelle società e associazioni che avranno ricevuto il “bollino sociale†del Comune. Come dire: i soldi di tutti vanno affidati a chi li usa per tutti.

lapino1Punto e a capo, cari amici.

In questa città come un corpo, cosa può essere la sua economia se non la sua forza e dunque il suo sistema muscolare ?

Oggi c’è però una differenza: se le città sono motori di sviluppo economico, nel tempo dell’economia della conoscenza, l’innovazione è il pedale dell’acceleratore, la creatività è il carburante del sistema.

Lo sviluppo dell’economia segue oggi sempre più regole diverse. Siamo passati dal bisogno delle economie di essere più grandi a quello di essere più intelligenti. Dalla muscolatura quantitativa dei culturisti a qualcosa di diverso.

E’ il fondamento della tesi dell’economia delle 3T studiato da Richard Florida nel 2002 in un suo celeberrimo libro sull’ascesa della classe creativa, quell’insieme di lavori che si concentra e dà il meglio di sé nelle città caratterizzate dai tre fattori, appunto le tre T: talento (livello di istruzione), tecnologia (presenza di imprese high tech) tolleranza (numero rilevante di stranieri e identità, orientamenti, credenze diverse come patrimonio comune).

Firenze ha davvero ottimi numeri e grandi potenzialità su tutte e 3 le t: ha un elevato tasso di istruzione, ha una bella concentrazione di aziende innovative (nella sola informatica pensate a Infogroup, Bassilichi, Dada o Brain Technology giusto per fare alcuni esempi), ha una predisposizione alla tolleranza.

Con la teoria delle 3T è nato un nuovo indicatore statistico, il Global Creativity Index che ci dice quanto un Paese, una città, è capace di attrarre, trattenere, integrare talenti. Credetemi: non è una banalità.

Pensate per un attimo alla nazionalità di alcuni dei principali fondatori o sviluppatori di grandi aziende della nuova economia americana: Sergey Brin Google Mosca, Saber Bathia Hotmail Bangalore, Pierre Omidyar EBay franco-iraniano, Jerry Yang Yahoo Taiwan, Vinod Khosla e Andreas von Bechtolsheim Sun Microsystem, uno indiano, l’altro tedesco. E’ un caso ? Florida ci dice di no.

L’Italia in quell’indice è oggi al 23° posto su 45 paesi. Molti sono più bravi di noi, sia a livello di Paese che a livello di città. Perché il nostro approccio, davanti alle sfide, rischia di essere in genere più protettivo. E l’eccesso di protezione genera quelle rendite di monopolio che non portano sviluppo. Firenze invece, fra le 103 province italiane, si colloca, con la propria classe creativa al 7° posto.

Per questo, assumo che la parola chiave, il filtro selettivo che scegliamo per la Firenze di domani sia la qualità. La qualità. Punto e a capo. E cerco di spiegarmi.

Firenze muore di quantità in uno spazio stretto e con competitori più grandi e con leve più lunghe.

Firenze migliora se associa se stessa alla qualità. Un luogo dove è desiderabile vivere e non solo passare qualche giorno da turista.

È qualità nella manifattura, che viene inesorabilmente insidiata e rischia chiusure e delocalizzazioni se non è associata ad una fascia alta della produzione o ad una tipicità. Non si tratta di dimensioni: ne sono conferma i 4500 occupati di Nuovo Pignone, migliore azienda al mondo del gruppo GE nel 2007, i 1300 della Menarini, quello della Lilly.

Un Comune, al di là dei propri dipendenti, non produce occupazione, ma la presenza dell’Università, dei laboratori del Polo scientifico di Sesto che ho visitato ieri l’altro e del nostro Incubatore tecnologico ci deve spingere ancora di più in quella direzione. L’area fiorentina è uno dei luoghi di Italia con la più alta densità di centri di ricerca e di imprese high tech, a testimonianza che non si tratta di sognare qualcosa che non c’è ma sfruttare a pieno ciò che già è qui.

È qualità nell’artigianato, un nostro grande patrimonio: in questi mesi i tanti artigiani mi hanno chiesto agevolazioni fiscali sulle imposte comunali per fronteggiare la crisi, una zona speciale di botteghe di eccellenza da mettere nei percorsi turistici dedicati, meno enti di promozione turistica e poche ma mirate missioni di presentazione della nostra qualità nel mondo; infine per reindirizzare i giovani verso l’artigianato (si diceva “andare a bottegaâ€) tanta disponibilità per insegnare il mestiere. E’ un pacchetto di richieste convincente e anche realistico. Ci impegneremo assieme per realizzarlo.

E’ qualità del commercio, per poter affiancare alla grande distribuzione che è stata strategica per combattere l’inflazione e la crisi dei portafogli, la nostra rete tradizionale, quella del negozio sotto casa, in una città che ha ben 27 centri commerciali naturali nei quali si mantiene vivo il tessuto delle botteghe di quartiere e migliora anche la qualità dei rapporti fra le persone.

È qualità dello spazio urbano, una mia personale ossessione e la seconda o terza domanda dei fiorentini, che ci faccia superare l’anarchia della cartellonistica fai-da-te, che ci faccia usare pannelli a scritte scorrevoli e traduzioni almeno in inglese per i visitatori internazionali, che ci permetta di recuperare le piazze, gli angoli tipici, di curare diversamente le porte di ingresso della città (dopo l’aeroporto anche la stazione sm novella per la quale confermo l’obiettivo di riordino della piazza lato Pensilina), ma infine anche di dare valore ad aree ad oggi non considerate: sotto i viadotti dell’autostrada si stende uno dei più parchi più belli e vissuti di Toronto; ad Amsterdam, in zone analoghe, si sono create installazioni di land art; a Buenos Aires, campi da tennis, calcetto e ristoranti anche di lusso.

L’idea sarà magari complicata da gestire ma è semplice da cogliere: non consentiremo al degrado di conquistare un solo centimetro quadrato di suolo pubblico.

Ho parlato molte volte in questi mesi di decoro urbano e dunque non voglio indugiare molto. Ma voglio affermare che, un po’ come per le pulizie di pasqua, la nostra città nei primi 12 mesi della nuova amministrazione deve essere oggetto di una grande manutenzione straordinaria: buche, marciapiedi, scivoli per disabili, cartellonistica abusiva, rotonde e addobbi vegetali, cestini per immondizia, portacenere, bagni pubblici nei luoghi più frequentati, scritte sui muri (non ridico tutte le cose che ho già detto al Puccini..)

Questo intervento potrebbe essere considerato un atto dovuto in qualsiasi città; a Firenze esso ha un significato ulteriore poiché il disordine è uno dei fattori che cominciano ad essere percepiti come causa del progressivo impoverimento della nostra immagine non solo agli occhi nostri ma anche a quelli dei suoi visitatori più innamorati.

Per questo ripeto qualità, qualità, qualità.

È la qualità del turismo per superare appunto l’incubo Venezia: i viali di circonvallazione come il Canal Grande e via un frullare di gruppi che consuma la città in meno di una giornata non lasciando altro che una scia di carte da pizza. Un turismo che in venti anni è raddoppiato ma su un’area di calpestìo che si è nel frattempo ulteriormente ridotta. Il turismo culturale è il 32% del PIL nazionale turistico, dunque una fetta importantissima, ma chi ama Firenze non può rassegnarsi all’idea che la nostra fruizione sia quella di un fondale, dove i 75 minuti medi trascorsi agli Uffizi terminano comperando una riproduzione magari abusiva di un dettaglio della Cappella Sistina di Roma.

È la qualità dell’ospitalità sulla quale dobbiamo lavorare se è vero che una percentuale maggioritaria del turismo alberghiero è intermediato da tour operator con preavviso superiore all’anno, che dunque si sta già vendendo la Firenze di marzo aprile 2010, che abbiamo un pezzo del manico del coltello dalla nostra parte per decidere cosa vendere; e che però, con le trattenute dei tour operator sul costo pagato della camera, diventano scontenti i turisti che pagano troppo un tre stelle e gli albergatori che rendono un servizio per ciò che effettivamente percepiscono. Pensate che Internet, nel mondo, è per il 68% dei viaggiatori la prima modalità di ricerca di informazioni per finalità turistiche, che il 49% del mercato e-commerce italiano è proprio quello turistico. Eppure questa nostra fetta, in valori assoluti è ancora un decimo di quella inglese e un sesto di quella tedesca, segno che si tratta di un enorme campo ancora da esplorare per i nostri operatori.

È la qualità delle nuove forme di ospitalità: la rete dei bed and breakfast (non gli affittacamere abusivi), un nuovo camping attrezzato e valutato con le stelline (come in Scozia), magari nell’area verde di Castello che potrebbe farci recuperare a Parco degli Ulivi l’area sotto Piazzale Michelangelo.

E’ la qualità della nostra ospitalità lunga, quella dei 2000 studenti stranieri, in prevalenza americani, che abitano almeno 3 mesi, che sono visitati spesso da parenti e familiari, che diventano i nostri ambasciatori nel mondo. Questi ragazzi sono oggi attratti con uguale forza dalla bellezza dell’arte e, specie per quanto riguarda gli studenti asiatici, dalla moda italiana e fiorentina (lo dico nei giorni di Pitti). Nessuno si stupisca se in Corea o in India, ho verificato che Ferragamo, Gucci o Cavalli sono più conosciuti di Donatello o Botticelli.

Questa qualità può posizionare Firenze fra i poli di fascia alta della formazione, potrebbe spingere e sostenere un’operazione che io reputo assai interessante come i Musei d’impresa: dopo il Museo Ferragamo, Gucci, Cavalli, ma anche Giunti, Torrini potrebbero offrire percorsi alternativi che avrebbero un enorme successo in particolar modo sul mercato asiatico.

È la qualità del nostro polo espositivo e congressuale: la Fortezza con un tetto massimo di 55.000 mq espositivi non compete con Roma o Milano sulla quantità di superficie disponibile ma sulla unicità di una cittadella congressuale ed espositiva sui cui vanno ancora intensificati altri investimenti ma che è personalizzabile con i suoi diversi volumi e tipologie, un vera e propria nicchia di qualità per i congressi, collegato alle Cappelle Medicee da 300 metri di strada pedonale, Via Faenza, che dovrebbe essere un secondo salotto della città ora che il Quartiere ha finalmente ripavimentato e illuminato dopo 63 anni, primo passo di una riqualificazione che deve proseguire con coraggio sui negozi attuali ed allargarsi agli isolati limitrofi, troppo degradati.

È la qualità delle altre zone del centro che attendono interventi: Via Palazzuolo, l’antico Decumano della città, Borgo Ognissanti e tanti altri. Questa parte di città che evoco è il nostro petrolio e ogni Stato arabo non a caso ha un Ministero per il petrolio.

E’ la qualità dei nostri servizi pubblici, che sono oramai pezzi rilevanti dell’economia regionale. Lo ripeto. Noi dobbiamo riunificare le società della mobilità, dismettere alcune partecipazioni minori che non servono, ma voglio dirvi da fiorentino che non trovo normale che da Roma alla Valle d’Aosta, la Toscana sia l’unica regione, l’unica,che non ha una società pubblica multi utility su rifiuti, energia, acqua, quotata in Borsa. Anche in tempi di bolle e di crisi.

Vorrei entro il 2010, assieme a Prato e Pistoia raggiungere questo obiettivo, una multi utility quotata, uno strumento che migliora i servizi, ha capacità di investimento sugli impianti, trattiene competenze e patrimonio sul territorio. Se pensate che Asm di Brescia ha dato al Comune quest’anno 60 milioni di dividendi, noi potremmo pure ipotizzare, non con l’ideologia ma con il buon governo, di utilizzare i proventi della quotazione per riacquistare la quota Acea in Publiacqua e ripubblicizzare l’acqua di Firenze.

lapino1Punto e a capo. Punto sulla qualità generale di una città che se migliora per chi ci visita, migliora anche per noi abitanti, una città che sta a metà fra Milano e Roma, ottimamente collegata con l’alta velocità, un luogo che potrebbe essere scelto da molti di più come sede per lavorare, investire, creare.

State attenti. Comprendo che correggere alcune dinamiche di mercato, alcune tendenze, non è facile e il Comune non ha strumenti risolutivi.

Sono consapevole che l’autoironia, dote utile dei fiorentini davanti ai racconta-favole, se eccessiva diventa cinismo, diventa zavorra potenziale (“ma chi te lo fa fare, vaia vaiaâ€) se si tratta di fare una scommessa alta, spinge alcuni a scuotere il capo.

Ma la domanda vera che io vorrei fare è un’altra: siamo così rassegnati all’idea che il destino di questa città è ineluttabile, che la rendita vince sempre, che la pigrizia prevale sul coraggio ?

L’esempio di Torino che cambia il proprio destino in 10 anni dopo la crisi del modello Fiat non ci insegna proprio niente ?

E Bilbao che trasforma un porto industriale in declino in una capitale dell’arte con il suo museo Guggenheim di Frank Gehry ?

Vorrei poter dimostrare a questa città, domani, che se queste cose non le facciamo, altre città, meno blasonate, meno conosciute nel mondo, ma più umili e capaci di fare questo gesto, di rimboccarsi le maniche e perseguire un obiettivo, continueranno a mettere la freccia e a passare avanti, nell’immaginario dei nostri ragazzi e pure nel freddo gioco dei numeri dell’economia, e che se queste cose invece le facciamo assieme, e se ciascuno rimette in gioco se stesso, la città di domani sarà migliore, mi-glio-re.

Che dunque conviene a tutti provarci e provarci sul serio. Non solo ascoltando cosa promette il candidato ma chiedendosi cosa possiamo fare noi assieme al candidato per il bene di questa città. Noi come singoli, noi come categorie, sindacati, forze sociali, università.

Vorrei anche che il governo nazionale, di qualunque segno politico sia o sarà, capisse che l’unicità di Firenze non può essere solo il titolo di uno spot. Che questa specificità deve comportare risorse adeguate e specifiche e che come queste risorse debbano essere spese lo si decide insieme al Comune, non con i ricatti.

Ho avuto invece ritrosia nel parlare di interventi su nuovi contenitori: ogni volta che vi si accenna, qualcuno giustamente ci chiede di uscire prima dal labirinto del Meccanotessile, di riaprire al pubblico il Forte Belvedere, di sapere la data vera dell’apertura dei Grandi Uffizi, promessi inizialmente addirittura per il Giubileo del 2000 e oggi ipotizzata per il 2013, di sapere se mai si farà la loggia di Arata Isozaki.

E a proposito del contemporaneo, che non emerge dai sondaggi ma che è una delle prime domande che mi hanno fatto i ragazzi in questi mesi, non vi nascondo che avrei voglia di vedere nella mia città, quella città che nel Rinascimento stupì proprio perché era la capitale contemporanea di quella storia, di vedere più segni di questo tempo che viviamo.

Vi invito a non farvi male confrontando sempre la nostra Firenze con le grandi capitali, Berlino, Parigi, Londra, Madrid o quasi capitali come Barcellona. Il confronto è sbagliato: non c’è la dimensione o le risorse disponibili.

Ma quelle che vedete passare è una carrellata su alcune recenti realizzazioni dei 10 architetti più quotati o conosciuti in questo momento al mondo (Nouvel, Piano, Foster, Calatrava, Hadid, Pei, ecc.ecc.

Il problema da noi è che per un segno contemporaneo discutiamo dieci anni e spesso poi non lo realizziamo o lo realizziamo già vecchio.

Amerei una città che si apre all’ingegno, che offra alcune limitate borse o soggiorni studio per artisti che poi donino alla città una loro opera, che discuta statisticamente se delle 8 cose nuove e importanti realizzate, 4 gli piacciono e 4 no, ma che dà al mondo occasioni per ritornare a vedere, per verificare il cambiamento; non un grande evento o una grande opera unica, fine a se stessa, ma una diversa apertura mentale che diventi attitudine stabile, che offra ai nostri ragazzi una identità diversa da quella dei guardiani di un museo, splendido sì, ma sempre museo.

Avverto questo come una sfida vera per la nostra città, specialmente per la nuova generazione.

Da un lato, in questi mesi, ho avvertito nel dialogo con i giovani un insieme di loro proposte e richieste belle e anche fattibili: il recupero delle piazze, degli spazi pubblici da attrezzare alla socialità semplicemente rimettendo delle panchine (in fondo, già nella Firenze del 400 si chiamavano “muriccioli†quelle panchine naturali sotto gli edifici – pensate a Palazzo Strozzi – che l’autorità obbligava il proprietario a costruire e che poi non gli appartenevano, pena il rifiuto della edificazione), usando maggiormente questi spazi per mostre, installazioni (vi ricordate le mucche d’artista di qualche anno fa ?) mettendo hotspots wi-fi, perché come mi è stato scritto in una mail da un ragazzo “animare i luoghi deserti di una città è la prima e più importante misura anticrimineâ€, scegliere anche piazze minori come luoghi da gestire a rotazione, di pensare ad alcune biblioteche aperte dopocena per studiare fino a tardi, di organizzare un kit di accoglienza per gli studenti universitari fuori sede (un servizio come a Padova per la ricerca dell’alloggio, carte museali, abbonamenti per il bus) non un posto letto a nero a 600 euro al mese come unica forma di benvenuto della città.

Se in centro, nelle piazze e negli spazi pubblici ci sarà qualcos’altro che non sia solo bere, ci sarà forse anche meno malinconia per il destino dei cinema chiusi in centro, sostituiti innanzitutto nei nostri comportamenti, dalla comodità dei Blockbuster o dai multisala di periferia con parcheggio.

I giovani chiedono di essere considerati, di essere accolti dalla città, di potersi esprimere, chiedono di valorizzare ciò che abbiamo e di investire su ciò che manca.

La Carta dei Musei di Firenze è stata da poco varata ma, si lamentano che è cara e non comprende i musei statali. Se uno prenota i biglietti via internet si ritrova a pagare di più, anziché di meno. A causa delle code l’accesso ai nostri musei è di fatto precluso ai fiorentini e i visitatori singoli (i più motivati) sono penalizzati a vantaggio del turismo dei gruppi.

Pensando al successo che hanno avuto le lezioni di storia all’Odeon, i ragazzi citano i Festival organizzati da altre città (quello di Trento sull’economia, di Genova sulle scienze, di Mantova sulla letteratura) e mi hanno proposto di organizzare qui, noi che abbiamo l’IUE, il Festival dell’Europa.

Mi chiedono di usare meglio, anzi di usare, il nostro Polo scientifico, il secondo in Italia per qualità della ricerca e di offerta didattica, innanzitutto levandolo dall’isolamento laggiù nella piana; io ripartirei anche dal museo di storia naturale più antico di Europa (la Specola) tappa obbligata dei nostri bambini dai 4 agli 8 anni, quello della scienza, il Cerm, per utilizzare tutte le ricadute di questo sapere scientifico: la finalità espositiva, la trasmissione di conoscenze alle imprese, la formazione scientifica delle nuove generazioni.

Mi ha colpito leggere pochi giorni fa in un rapporto del Center for European Reform che l’Italia è al tempo stesso il Paese con la minor percentuale di popolazione laureata e la minor quota di laureati in materie scientifiche e il Paese europeo con la maggior percentuale di studenti capaci di risolvere test matematici di base e con la percentuale identica a quella americana di studenti capaci di risolvere test matematici avanzati. La stoffa l’abbiamo, dobbiamo cucirla.

Nel campo culturale, Firenze gode già di una varietà di contenitori pregiati che sembrano nati con una vocazione specifica: il nuovo Parco della Musica (che con i suoi 4 spazi fra coperto e esterno dovrà funzionare come Roma, o come il Carnegie Hall se preferite un riferimento internazionale, alternando nello stesso cartellone pubblico e generi musicali diversi), Palazzo Strozzi per le esposizioni classiche o per l’antiquariato, la Leopolda spazio di produzione e fruizione delle arti sceniche contemporanee, la Manifattura Tabacchi e il Conventino per la cittadella del restauro e dei mestieri d’arte, la Fortezza per congressi e fiere di qualità, Forte Belvedere per l’architettura, la fotografia e la scultura, Sala d’Arme di Palazzo Vecchio, ex Auditorium di Gavinana, Pagliere e Leopoldine per esposizioni temporanee, la Limonaia di Villa Strozzi per la danza, Casa del Cinema all’Odeon con progetti coordinati e festival.

Non parlo del Maggio Musicale, della nostra straordinaria “banda†cittadina, del Festival musicale più antico di Italia e il più longevo di Europa assieme a Salisburgo, che ha visto in un solo anno, oltre al direttore Mehta, la presenza di Muti e di Ozawa. Ce lo ricorda sempre Mehta “quando in città apre un nuovo teatro, guadagnano tutti, anche i parrucchieriâ€. Il Teatro è una delle nostre grandi eccellenze.

Credo sia indispensabile coordinare il pulviscolo delle associazioni culturali che fanno domanda di contributo per quel poco che c’è di disponibilità nel bilancio pubblico (100.000 euro e 300 associazioni non sono una cifra e un rapporto serio) e concentrarsi su alcuni progetti di respiro: serve una mappatura, un coordinamento, e poi la selezione e la valutazione di merito dei progetti, e poi investimenti pluriennali per garantire continuità.

La cultura in città non vive di un solo grande evento, ma serve tutto l’anno e in molti luoghi per rendere migliore questa città, per alimentare lo sviluppo e la crescita.

Per altro, approfitto della serata per esprimere il mio apprezzamento sincero per tutte quelle iniziative promosse recentemente che tendono a recuperare le tradizioni della città (il recupero della Porta S.Niccolò, il Museo del Fiorino, l’apertura della Galleria sotto l’Arno) a far conoscere alcuni dei suoi itinerari segreti e dimenticati, come mezzo di riappropriazione di Firenze da parte dei suoi abitanti. Firenze ai fiorentini appunto.

Per coordinare tutte queste cose, per razionalizzare gli spazi, programmare gli eventi senza sovrapposizioni, organizzare la raccolta dei fondi da sponsor italiani e stranieri, potrebbe essere utile raggruppare un po’ delle cose che ci sono in un’unica Agenzia che sia il braccio operativo del Comune e che operi trasversalmente fra cultura, turismo, sviluppo economico. Ma ne riparleremo a tempo debito.

Ossa, carne viva, sistema muscolare.

Questo corpo non funziona se non c’è un sistema nervoso, una macchina che si preoccupa di elaborare e trasmettere, ricevere informazioni.

Un pezzo di questa funzione ha più a che fare con la buona educazione che con l’investimento tecnologico: addetti cortesi, vigili amici, operatori del commercio che sorridono, una città che è accogliente a partire dalle persone.

Ma c’è qualcosa di più per chiudere questo programma di lavoro: nei sistemi informatici il web 2.0 è un’espressione utilizzata per indicare lo stato di evoluzione di Internet, quella che permette all’utente di passare dalla semplice consultazione della rete e dei suoi programmi ad una interazione: wikipedia, face book, youtube, gmail hanno tutti queste caratteristiche.

Sono piattaforme in cui l’utente aggiunge, perfeziona, manipola, interagisce. Oggi è probabile che un ufficio pubblico chieda al cittadino di fornirgli un documento di cui è titolare un ufficio della stessa amministrazione scaricando sul cittadino l’onere e il tempo di quella ricerca invece che provvedere per conto proprio.

Così’, da una collaborazione con un gruppo di giovani professionisti è nata questa idea, Firenze2.0, una piattaforma per un rapporto diverso con il cittadino, una riforma che potrebbe rendere Firenze capofila delle amministrazioni 2.0

lapino1Firenze 2.0, ma possiamo giocare con i caratteri di un noto motore di ricerca Floorence oppure di una piattaforma di social network Florencebook.

Pensate alla creazione di una pagina sul portale del comune, dove il cittadino si iscrive e comunica inizialmente una email e un cellulare e altri dati come la targa dell’auto o il codice fiscale per fruire dei servizi comunali.

Con una mail, con un cellulare, con le tag, le etichette elettromagnetiche, ci sono mille politiche posibili.

Se dico che vivo in via Ghibellina e il comune delibera lì lavori in corso a partire dal 1 luglio, io e tutti coloro che risultano abitare nella zona possono essere avvisati per tempo.

Se dico che lavoro in via Doni e c’è una fuga di gas e lavori urgenti in viale Milton, sono avvisato via sms assieme a tutti gli iscritti di evitare la zona.

Se dico che mio figlio Matteo va alle elementari ricevo via mail le coordinate per i bonifico, o il bollettino o posso pagare con la carta di credito on line.

L’unico limite dei servizi da aggiungere è la fantasia e il tempo di coordinarli

Pensate ai vigili urbani. Attualmente sono uno dei punti critici del rapporto fra amministrazione e cittadino e non perché fanno le multe, ma perché la sensazione diffusa è che siano istruiti ad essere più interessati a fare la multa che a far rispettare la regola, più indirizzati ad appostarsi dietro un angolo piuttosto che davanti alla corsia preferenziale. Pensate alla tecnologia e alle procedure già oggi utilizzate dai controllori dei treni euro star: palmari collegati alla banca dati del Comune per documentare la contestazione, per avvisare il proprietario del mezzo in modo da prevenire prima che punire, per minimizzare i ricorsi e velocizzare il ciclo.

Pensate all’installazione di impianti fuori dai locali notturni che monitorando e comunicando senza fili in tempo reale il livello di rumore responsabilizzano in maniera oggettiva i gestori, eliminano ogni quotidiana discussione fra vigili e gestori e cittadini, mandano sanzioni automatiche progressive e certe man mano che il livello di rumore soglia viene superato.

Pensate ora alle possibili applicazioni anche in senso contrario: il cittadino che trasmette informazioni utili alla macchina comunale, segnalando guasti o necessità, punti di degrado, che verifica online lo stato di avanzamento di un’opera pubblica, l’anziano che richiede un intervento urgente per un problema di salute, il genitore che valuta con questo scambio la qualità dei servizi così da legare la qualità del lavoro dei dirigenti di quei servizi ad una verifica della soddisfazione dei cittadini.

In questa prospettiva, è secondo me decisivo dotare la città di una serie di chioschi da installare nei luoghi pubblici ma non comunali (case del popolo, musei, punti di aggregazione, parchi) dove sia possibile effettuare pagamenti, prenotazioni, certificati.

E infine – non saremmo i primi ma questo non conta – è indispensabile che la città abbia almeno 100 hotspots wi fi da installare nelle piazze, nei musei, davanti alle scuole, nei circoli, nei giardini, per facilitare la socializzazione e la creazione di comunità locali. Senza sognare, installando antenne su luoghi come pali della luce, o paline della tramvia o paline bus come già accade a Madrid e San Francisco, anche l’attesa del bus e della tramvia o lo stesso viaggio sul mezzo avverrebbe in zona wi fi.

Una piattaforma Firenze 2.0 può portarci davvero in una condizione di assoluta avanguardia rispetto a molti altri sistemi urbani, può abbattere il digital divide che oggi esiste fra cittadini, può fare vedere Firenze sotto altra luce dai giovani di questa città, può rinforzare quella T di tecnologia che vi ho detto prima.

Prevengo un dubbio, una sensazione, su una città troppo “grande fratello†per dire che dietro ogni città straniera di cui ammiriamo l’efficace e la razionale organizzazione non c’è la risposta un po’ da barzelletta, noi siamo italiani, loro sono tedeschi, ma c’è l’uso intelligente e piegato alle esigenze del cittadino della tecnologia.

Quello che propongo, come capite, aldilà delle implicazioni tecnologiche è un nuovo modo della macchina comunale di rapportarsi alla città, ai suoi abitanti. Sia attraverso le nuove tecnologie sia quando si fa la fila davanti allo sportello.

Una amministrazione più snella, efficacemente coordinata e che abbia tutte le funzioni al punto giusto, con un Direttore Generale, pochi direttori, una cabina di regia settimanale che coordini le scelte tecniche con quelle politiche che il martedì vanno in giunta; le funzioni tecniche in mano ai tecnici e le deleghe politiche ben distribuite tra gli assessori, metà uomini e metà donne.

Un rapporto buono con il consiglio comunale, un luogo partecipato, in cui i rapporti tra giunta, maggioranza e opposizioni siano chiari, definiti, distinti ma civili; i consigli di quartiere come il luogo dell’amministrazione più vicina al cittadino e i 5 presidenti come seconda giunta del Sindaco.

Come comprenderete, moltissime sarebbero le cose possibili da dire ancora, i temi da affrontare, ma spero che avremo tempo e modo nei prossimi mesi, se stacchiamo il 15 febbraio un traguardo, la candidatura a sindaco per continuare a lavorare così.

Andiamo a concludere.

Poco prima di Natale, inviai una mail al nostro indirizzario, che è cresciuto enormemente negli ultimi mesi, suggerendo – quasi come un gioco – di regalare per Natale un’idea a Firenze scrivendo 45 righe. E’ arrivato di tutto, di più, a conferma della eccezionalità del nostro carattere di fiorentini:

  • chi segnala il degrado non solo in centro
  • chi chiede di mettere cartelli multilingue nella Ztl, di evitare sacchetti della nettezza che coprono i cartelli dismessi
  • chi propone di aumentare i fiaccherai e diminuirne i costi poiché non risulta che il prezzo del barile di biada sia stato oggetto di speculazioni internazionali
  • chi chiede una città che non chiuda gli occhi davanti a mendicanti e senza tetto ma distingua fra povertà e malaffare organizzato
  • chi suggerisce che in politica più che un’etica nuova, basta un po’ di etica e un diverso modo di parlare al telefono degli avversari, specie se ti ascoltano
  • chi dice di avere acquistato in centro un panino con il lampredotto, buono e cotto bene, ma preparato da un signore napoletano aiutato da una ragazza cinese
  • chi mi ha confessato che ha finto di essere straniero in una coda che attendeva da troppo tempo un taxi da Rifredi per andare in centro
  • chi si lamenta che per un estratto di nascita ha atteso tre settimane pagando 14 euro mentre a Bologna è gratuito e rilasciato all’istante
  • chi si è detto stanco di zone chiuse al traffico che sembrano autostrade
  • chi ha chiesto una revisione e una verifica dei permessi per gli invalidi, che a star dietro ai cartelli, sembra che Firenze sia gemellata con Lourdes
  • chi mi ha chiesto, se eletto, di vedermi almeno una volta alla settimana in autobus, al supermercato o a piedi in centro
  • chi ha proposto stipendi simbolici per i maestri artigiani se accettano di trasmettere le conoscenze ai più giovani
  • chi vorrebbe che il sindaco aggiungesse la bandiera europea in ogni spazio pubblico disponibile per marcare l’apertura di questa città e il suo destino oltre le mura
  • chi mi ha detto che in tempi in cui nel mondo si lotta, si soffre e si muore come in Medio Oriente, far sentire la voce di Firenze per la pace non è una perdita di tempo ma un recupero di un pezzo della propria identità profonda.
  • chi mi scrive che una città è bella anche quando è ricca di fiori negli spazi pubblici
  • chi suggerisce di adottare i bandoni dei negozi abbandonati, dei fondi chiusi coprendoli con dei pannelli con delle belle immagini della città così da rivestire gli angoli della città più malmessi.

Lo sentite da quello che ho letto; lo capite da quello che ho detto.

lapino1Firenze ci chiede di guardare a lei dal basso, di curarla a partire dai suoi marciapiedi e dalla gimkana delle buche, ma ci chiede di portarla in alto, di farla respirare, di scuoterla da questo torpore da scettica e bella addormentata.

Vorrei dirvi che faremo molte di queste cose, se me ne darete la possibilità.

Faremo queste e altre cose. Perché in queste domande, in queste battute, c’è il desiderio condiviso di una Firenze migliore, più funzionale, che lucida gli argenti che ha, e intanto pensa a inventarne di nuovi.

In tutti gli incontri fatti nelle vostre case, dopo un’ora di chiacchierata sulle cose da fare, puntualmente emergeva il tema del senso civico, della collaborazione fra i cittadini, del sentimento di cittadinanza che lega i nostri destini.

E quante volte i fiorentini adottivi hanno rimproverato in mia presenza i fiorentini “doc†di non amare abbastanza la loro città, facendomi venire in mente quella frase di Giorgio La Pira da Pozzallo (Ragusa) che diceva sorridendo di amare la città più dei fiorentini poiché lui la città l’aveva scelta !

All’inizio questo tema del senso civico emergeva sempre in senso critico, poi si trasformava nella domanda su come e cosa ciascuno di noi potrebbe e dovrebbe fare per essere orgoglioso della città, per andare oltre quel trinomio di identità che oggi sembra fondarsi solo sulla Fiorentina, sull’ospedale Meyer, sul Mukki Latte.

Perché non solo la Fiorentina deve lottare per la Champion’s League, ma anche la città deve scegliere di stare, in ogni suo settore, in ogni sua attività, nella Champion’s League delle città d’Europa e del mondo.

E per fare questo serve ciò che alla fine muove ogni corpo umano e ogni città.

Serve questo. Serve il cuore, la passione.

Serve che ci mettiamo tutti in gioco, che diamo senso a quel tessuto connettivo che lega le singole azioni, che condividiamo quel vocabolario comune che è filo dei diversi interventi amministrativi.

Il Partito Democratico si è fatto carico di una scommessa importante con queste primarie, ha fatto un gesto di coraggio, ha innescato la campagna elettorale più lunga della storia occidentale (solo che qui, a differenza di Obama, non si va dall’Alaska al New Mexico ma dal Galluzzo a Rifredi), per renderla più competitiva talora l’ha disseminata di trappole procedurali che più di un candidato Sindaco mi sembrava fino a ieri di essere Indiana Jones.

Ma adesso è andata, grazie ai segretari, a Vannino Chiti, al voto dell’assemblea comunale.

Le doglie sono dolorose ma il bambino nascerà il 15 febbraio. Dal 1 febbraio al 15; fatemi fare una battuta, se no che fiorentino sarei. Abbiamo le primarie con le extension.

Abbiamo poi recuperato una coalizione e un programma, per vincere al primo turno, per vincere con un patto che non consenta giochi e divagazioni sulla visibilità. Scommettere nuovamente sulla coalizione è scommettere sulla identità diversa di questa città, magari dando anche un segnale di scossa a livello nazionale.

La politica perde se stessa quando perde di vista che la propria funzione è accompagnare la società, trasformarla, migliorarla.

La politica si ritrova quando coinvolge e valorizza i cittadini, quando rende percepibile che il bene comune è l’obiettivo della propria fatica. Il bene comune di Firenze.

Bene comune è una espressione tipicamente cattolica come io sono. Questa mia provenienza, questa mia storia, come sempre capita, tranquillizza alcuni, quelli che la condividono, mette in allerta altri.

Sono cresciuto da cattolico democratico sapendo che i valori e i principi sono la molla e la motivazione di un impegno, che la laicità è però la dimensione in cui quell’impegno si esprime.

Come persona credo nel bene delle altre persone e nelle altre persone, nella forza assoluta del dialogo fra chi è diverso, nel rispetto delle identità.

Come candidato Sindaco, mi è evidente la necessità di dovere rappresentare una identità larga, plurale, in cui la mia si mescoli con le altre, ne chieda il rispetto e dia loro rispetto.

Ma questa, se ci pensate, è stata la scommessa difficile proprio del Partito Democratico: vivere non separatamente le nostre belle storie di ieri, intrecciarle, guardare al domani.

Senza rimpianti, senza paure, con coraggio e con il sorriso di chi sa che la politica deve essere intelligenza e speranza, cervello e cuore.

Vi chiedo perciò di unirvi perché queste cose di cui abbiamo parlato stasera possano realizzarsi, perché le vostre esigenze diventino il nostro programma, perché l’idea di città di ciascuno di voi diventi la nostra idea di città, perché come capita alle mie spalle ciascuno di voi che ha inviato la sua foto nell’ultimo dei nostri giochi di questa giorni, sia un tassello di questa ripartenza di Firenze.

Non sarà facile, ma insieme ce la possiamo fare.

Benazir Butto, una grande donna, ha pronunciato una frase che amo molto: “le navi stanno sicure in porto ma non è per quello che sono state costruiteâ€.

E allora, tutti assieme, diciamoci da stasera, qui da questo teatro, che è tempo di prendere il largo.

Grazie di cuore.

lapino1Lapo