Intervista a LiberArti
“Il nuovo sogno arabo”
Conversazione con Lapo Pistelli
di Carmine Monaco
Parte I. Le cause della “primavera araba”. Libia, Tunisia, Egitto, e le proteste in Turchia: similitudini e differenze.
D. Abbiamo assistito per decenni a manifestazioni per lo più violente in cui le “masse islamiche” bruciavano bandiere americane e israeliane gridando slogan contro l’Occidente, il capitalismo e l’imperialismo. Nel corso delle recenti rivoluzioni arabe, non abbiamo visto niente di tutto questo, ma solo tantissimi giovani che chiedevano più diritti umani, più sviluppo, più partecipazione alla vita dei loro paesi. In sintesi, più “democrazia”. Dove sono finite quelle “masse islamiche” e qual è il nuovo sogno arabo che ha sostituito quelle richieste?
R. Innanzi tutto partiamo da un dato demografico, che può sembrare ultroneo rispetto alla domanda ma è invece
fondamentale: in Italia l’età media della popolazione si aggira sui 44 anni, quella mondiale intorno ai 25, quella dei paesi arabi sui 22. Questo vuol dire che anche il modo in cui la nuova generazione che è scesa in piazza organizza la propria memoria politica e i propri riferimenti ideologici, è interamente diverso dalla generazione che quindici anni fa la precedeva. In quella società c’è un tasso di sostituzione, oltre che di crescita, davvero vorticoso, che noi non siamo abituati a concepire. Soltanto tredici anni fa, immaginavamo le opinioni pubbliche arabe come antioccidentali, anticapitaliste, influenzabili da Al Qaeda e modellate dall’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre. Dieci anni dopo, abbiamo scoperto invece una nuova generazione giovane, demograficamente cresciuta, meglio educata, che non si riconosce più in quelle vecchie ideologie o narrazioni antieuropee, antioccidentali, antimperialiste e antiamericane, e nella quale la frustrazione economica, in presenza di leadership anziane e corrotte, ha generato una tempesta perfetta di una protesta che chiedeva, con il rispetto della propria identità, di poter partecipare ai vantaggi delle società aperte e della globalizzazione. Sulla base di queste premesse ha organizzato delle rivoluzioni – che vanno molto distinte tra loro – cantando l’inno nazionale e dipingendosi le guance coi colori delle bandiere nazionali, come fanno i nostri ragazzi allo stadio. Non abbiamo visto bandiere nere di Al Qaeda in queste piazze, ma solo quelle nazionali. Da questo punto di vista, un processo al tempo stesso culturale, demografico ed economico interamente diverso da quelli che l’hanno preceduto. Eravamo noi che guardavamo con occhiali vecchi a una società che nel frattempo si era molto rinnovata.
D. È chiaro che le rivolte che hanno attraversato il mondo arabo non sono scoppiate per il “martirio autoinflitto” di Mohammad Bouazizi, che si diede fuoco il 17 dicembre 2010 davanti al palazzo del governatore di Sidi Bouazid, innescando la miccia della rivoluzione contro Ben Ali e, da quella, tutte le altre. Tenendo presenti la complessità e la varietà dello scenario in questione, quali ritiene che siano state le vere cause di quelle rivoluzioni?
R. Ritorno al tema della tempesta perfetta. Anche se l’incendio delle rivoluzioni arabe poi si estende con effetti devastanti nel Mashrek [il Mashrek comprende Libano, Siria, Iraq, Kuwait, Turchia (solo le province di Hatay e Kilis e parte delle province di Gaziantep e Şanlıurfa), Giordania, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman, Yemen, Egitto e Sudan, n.d.r.], non arriva sostanzialmente nel Golfo ma investe invece quasi tutti i paesi della fascia sud del Mediterraneo, cioè il Maghreb, [Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania, n.d.r.], e quindi
concentriamo la nostra analisi prevalentemente su quei cinque paesi, notiamo che nessuno di questi ha goduto dei vantaggi della globalizzazione. Quasi tutto il loro tessuto economico di interscambio è fatto con l’Europa: l’Europa va in crisi e anche quelle economie vanno in crisi. Questo è un punto fondamentale del discorso, poiché la crisi dell’Europa aggancia e produce, a più livelli, la crisi economica di quei paesi, che si sono trovati ad avere meno import-export da e verso l’Europa, meno investimenti europei nei loro paesi, meno rimesse degli immigrati nei nostri paesi perché hanno perso il loro lavoro e infine ritorno degli immigrati nei loro paesi d’origine. Sotto l’aspetto economico, subiscono danni da ogni punto di vista. A livello politico, c’è il dato di queste famiglie, di questi clan autocratici familisti e corrotti, che spesso sono al potere da un tempo superiore all’età media della popolazione che governano.

Un libico medio ha venti anni, Gheddafi era al potere da quarantadue. Mubarak va al potere negli anni Ottanta, quando l’Egitto contava quaranta milioni di abitanti, e cade quando l’Egitto ne conta ottantacinque. In quei trent’anni l’Egitto ha raddoppiato la sua popolazione e intere generazioni sono nate e cresciute sempre sotto la stessa persona. Schematizzando, abbiamo quindi: in politica, leadership anziane, familiste, corrotte e autocratiche; alla base, generazioni nuove, meglio educate, molto giovani e insofferenti, portatrici di una domanda di libertà politica e di sviluppo economico, a causa della crisi economica; abbiamo poi le auto immolazioni che fanno da innesco (ogni rivoluzione ha una miccia, anche la Prima guerra mondiale nasce dall’assassinio dell’Arciduca d’Austria a Sarajevo, ma anche quella fu soltanto una miccia); una tecnologia che semplicemente non c’era quindici anni prima, ovvero la “facebook revolution”, gli “smart devices” e l’hackeraggio ai siti ufficiali del governo che permettono di craccare i sistemi tradizionalidi censura. L’insieme di tutti questi fattori, forma la tempesta perfetta. Nessuna di queste cause, da sola, avrebbe prodotto questo effetto domino, ma l’insieme di tutte queste cause lo produce. Le rivolte ci sono sempre state nel mondo arabo, ma sempre caratterizzate da un fattore o da un altro, mai dalla simultaneità di tutti questi fattori.
D. Analizziamo l’attuale situazione in Egitto e in Turchia, due paesi molto diversi tra loro ma con almeno un dato in comune: l’ascesa di partiti religiosi, i Fratelli Mussulmani di Morsi in Egitto e il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo di Erdogan in Turchia che, seppure vincitori di elezioni ritenute regolari anche dagli osservatori internazionali, incide negativamente sull’affermazione dei diritti umani, dell’emancipazione delle donne e dello stato di diritto democratico, causando nuove ondate di protesta della popolazione. Molti si chiedono se Islam e democrazia siano davvero compatibili. Qual è la sua opinione?
R. Noi dobbiamo essere molto onesti con noi stessi nel rispondere a questa domanda. Abbiamo mille episodi di cronaca per alimentare il giudizio/pregiudizio che Islam e democrazia non sono compatibili. Se usciamo però dal
facile pregiudizio e compariamo la storia di quei paesi con la nostra storia, ci rendiamo conto che, nella nostra Europa, è la pace di Westfalia, avvenuta quattrocento anni fa, a sancire la separazione tra potere spirituale della Chiesa e potere temporale della politica, e su quella spartizione, centocinquanta anni dopo, si innestano l’Illuminismo, la rivoluzione americana e quella francese. Dobbiamo attendere altri duecento anni per avere la società di massa, il suffragio universale, i diritti della donna, ecc. Ricordiamoci che, in questo paese, fino alla Seconda guerra mondiale le donne non votavano e non c’era il suffragio universale. Nel mondo islamico, tutti questi processi non ci sono stati: non c’è stata Westfalia, non c’è separazione tra potere spirituale e temporale, e mai è stata sperimentata una vera e propria dinamica pluralista di partiti politici. Immaginare dunque che, con lo scoppio delle rivoluzioni, in sei mesi queste società avrebbero compiuto il percorso che l’Europa ha fatto in quattrocento anni, vuol dire negare alla radice la possibilità che possano farcela. Il mondo islamico sta cambiando rapidamente, con numerose contraddizioni e compiendo molti passi falsi, ma anche noi europei abbiamo fatto passi falsi: li abbiamo fatti quando non c’erano i media globali a illuminare ogni giorno con i loro fari quanto stava accadendo, mentre ogni errore, ogni passo indietro, ogni violenza compiuta nel mondo contemporaneo, gode di copertura mediatica. Dobbiamo però capire sotto quale prospettiva guardiamo questi due mondi. Se ci crediamo, se abbiamo un interesse geopolitico affinché questa transizione riesca, è chiaro che dobbiamo avere un po’ di pazienza e accompagnarli. Magari ricordando, per fare un esempio, che alla Rivoluzione francese, che noi tutti studiamo come una delle basi del pensiero politico occidentale ed europeo, seguirono, pochi anni dopo, il Terrore di Robespierre, le teste tagliate con la
ghigliottina, il Termidoro, Napoleone, il Congresso di Vienna… Anche la Rivoluzione francese ha avuto venti anni – non venti giorni! – di arretramenti, ondate di sangue, restaurazione; eppure, nel nostro sentire più profondo, restano l’Illuminismo e i concetti di Liberté, Egalité e Fraternité. Quindi, se noi vogliamo il bene di questi paesi e se pensiamo di avere una qualsiasi missione, dobbiamo avere un diverso modo di misurare il tempo. Detto questo, è vero e non possiamo nascondercelo che in questi due anni le rivoluzioni le hanno fatte i partiti secolari e le giovani generazioni, ma le elezioni le hanno vinte altri. C’è stata una seconda fase in cui le forze più radicate, ossia quelle islamiche, che pur non essendo state in piazza in un primo momento, hanno però vinto le competizioni elettorali. La terza fase, quella che viviamo oggi, è quella della delusione dei governi islamici. Delusione, perché molti di questi partiti islamici, che sono stati capaci di vincere le elezioni sulla base di una identità culturale religiosa, non sono materialmente attrezzati per governare società complesse. E questo perché, se al-Banna, fondatore della fratellanza mussulmana, negli anni venti se la cavava dicendo: “L’Islam è la soluzione”, nei giorni nostri, quando vai a negoziare con la Banca Mondiale o col Fondo Monetario Internazionale per chiedere un aiuto, devi necessariamente trovare altri argomenti. Manca una vera educazione alla politica in una classe dirigente che ha i voti e dunque la legittimità per governare, ma talvolta non ha gli strumenti per farlo.
D. Cosa accomuna e cosa distingue allora l’Egitto dei Fratelli Mussulmani di Morsi e la Turchia del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo di Erdogan?
Le situazioni sono molto diverse. Basti pensare a quanto accaduto in Egitto nelle scorse settimane: dopo che un partito ha vinto legittimamente delle elezioni, ci siamo trovati davanti a una sovrapposizione assolutamente inusuale per noi europei, nella quale tre diverse fonti di legittimazione – la legittimazione rivoluzionaria della piazza, la legittimazione elettorale dei fratelli mussulmani del presidente Morsi, e una legittimità storica dell’esercito, che dai tempi di re Faruq ha completamente governato l’Egitto – si sono scontrate tra loro. È un golpe? Sì, è stato un golpe. È stato però un golpe totalmente diverso per gli schemi occidentali, perché non è stato celebrato dai carri armati che schiacciavano la folla ma dalla folla che sparava fuochi d’artificio per la gioia, e con un capo dell’esercito che annunciava la nuova situazione dopo essersi consultato con un premio Nobel per la pace come al-Barade’i : qualcosa non torna. Non torna il fatto che in Egitto bisogna far dialogare tre diverse legittimità, uscendo un po’ fuori dai nostri schemi. Altra cosa è la Turchia, anche se i due partiti avranno dei legami. La mia opinione è che la Turchia sta sperimentando una forma di contestazione della politica molto più simile a “Occupy” e ai movimenti populisti europei che al tema delle rivoluzioni arabe. La Turchia è una democrazia molto più consolidata, direi quasi matura, dove c’è un partito che ha vinto tre volte le elezioni con legittimazioni crescenti, fino ad arrivare al premio della maggioranza assoluta, e che ha però testimoniato uno stile di governo eccessivamente assertivo e non dialogante, riunendo contro di sé forme diverse di opposizione: un’opposizione contingente, a Istanbul, legata al tema di Gezi
Park e alle infrastrutture di una città messa molto sotto stress dalle ambizioni dell’attuale sindaco e del suo ex sindaco Erdogan, che vogliono nuovi ponti, nuove moschee, e candidarsi a ospitare, ad esempio, le Olimpiadi; una opposizione politica, che ha approfittato di questo stato di mobilitazione per unirsi a quella di piazza Taksim; e infine una diffusa, strisciante, opposizione culturale che, dopo dodici anni di governo islamico, vede uno stile di islamizzazione “soft” della società che non le piace. Le tre cose sono fuse insieme. Io credo che Erdogan dovrà rivedere alcuni dei suoi progetti politici, ma piazza Taksim non è piazza Tahrir.
Parte II. La Siria, l’Europa e l’Unione per il Mediterraneo, Israele.
D. È vero che piazza Taksim e piazza Tahrir sono diverse, ma è singolare anche che Erdogan, un turco, all’indomani delle rivoluzioni si sia proposto come leader islamico anche delle masse arabe – un fatto un po’ irrituale, considerando i rapporti storici tra turchi e arabi. Nel corso del suo viaggio nei paesi della primavera araba, iniziato al Cairo il 13 settembre scorso, poi proseguito in Tunisia e Libia, il primo ministro turco era stato accolto con entusiasmo sia dai nuovi governi, sia dalle popolazioni arabe. Un atto che aveva definitivamente rivelato le ambizioni della Turchia come nuova potenza regionale e il modello turco (regime laico con un partito islamico moderato al governo e un forte sviluppo economico) sembrava stare bene a tutti, ai giovani delle piazze arabe, che in fondo chiedono sviluppo e riforme, e alle cancellerie occidentali che speravano che il modello potesse affermarsi nei paesi arabi, evitando l’ascesa al potere delle ali più radicali. Poi sono esplosi i disordini di Gezi Park, dove Erdogan ha usato metodi tutt’altro che moderati contro i manifestanti. La Turchia è un pilastro della NATO, essenziale per mantenere l’ordine nel Mediterraneo e un ponte verso l’Asia Centrale, ma ci si pongono delle domande: il sogno della Turchia di diventare potenza regionale si è incrinato dopo la dura repressione delle proteste? Qual è la vera natura del regime di Erdogan, moderata o autoritaria? Fino a che punto l’Occidente democratico e la NATO possono tollerare una eventuale svolta autoritaria del regime turco?
R. Io credo che la Turchia abbia fatto passi incontrovertibili verso l’ordinamento democratico. È stata accettata come membro della NATO quando al potere c’era l’esercito. Oggi l’esercito ha un ruolo molto ridimensionato e la costituzione turca non mette più in discussione l’autorità del potere politico rispetto a quello militare. Penso anche che la NATO abbia ben altri problemi, come quello di capire qual è la sua funzione oggi, e che non abbia incubi che vengano dalla Turchia, che è stata per molto tempo l’estremo bastione orientale dell’Occidente. Considero gli episodi ancora in corso in Turchia come un segno di affaticamento di un partito al governo e come un segnale di scarse capacità organizzative dell’opposizione. Se il CHP fosse stato capace di rappresentare un’alternativa anche alle elezioni, presumibilmente Erdogan non avrebbe ricevuto il terzo trionfale mandato consecutivo, mentre oggi, il fatto che all’opposizione politica si sommino altre due forme di opposizione, una contingente e una culturale, testimonia che c’è spazio per un’alternativa al potere di Erdogan di tipo più secolare, dentro il sistema. Quanto alle ambizioni regionali della Turchia, queste restano in piedi, a mio avviso, per una serie di ragioni oggettive. Non viviamo più nel mondo bipolare che ha preceduto la caduta del muro di Berlino, in cui ogni paese sceglieva, se aveva libertà di scelta, da che parte stare, col solo obbligo di essere fedele all’imperatore. Oggi, in questo mondo multipolare, i teatri regionali esistono, che ci piaccia o no, per cui puoi essere contemporaneamente filoamericano, avere l’aspirazione, magari nel lungo periodo, di entrare nell’Unione Europea, senza che ciò ti liberi dalle tue responsabilità regionali, che ci sono anche perché l’ordine mondiale non è più fisso e schematico com’era fino a pochi anni fa. E dato che la Turchia è un peso massimo dal punto di vista demografico (conta quasi settantacinque milioni di abitanti), strategico (è un paese cerniera tra tre continenti) ed economico (è chiamata la nostra piccola Cina europea), lo spazio se lo trova. Oggi ha dei problemi, perché giocare nell’ordine regionale non vuol dire necessariamente vincere sempre tre a zero. Se il tuo ordine regionale diventa un disordine regionale, e penso al meltdown siriano o alle difficoltà con alcuni vicini del Caucaso, ecc., è chiaro che giocare un ruolo primario non è una passeggiata di salute. Questo non toglie che, a livello regionale, la Turchia resti una potenza assoluta.
D. Riguardo al conflitto in Siria, qualche giorno fa, in una lettera indirizzata al Presidente della commissione per le Forze Armate del Senato, il generale Martin Dempsey, capo di stato maggiore americano, ha elencato le opzioni militari preparate dal Pentagono per un possibile intervento diretto degli Stati Uniti nel conflitto in Siria, che vanno dal fornire armi ai ribelli tramite la CIA all’intervento militare diretto. Lo stesso generale ha però manifestato molte perplessità riguardo
a una nuova guerra in Medio Oriente, mentre per alcuni osservatori l’amministrazione Obama sembra valutare l’ipotesi di rimuovere con la forza il regime di Assad. Qual è la posizione ufficiale dell’Italia e dell’Europa riguardo al conflitto siriano?
R. Non credo che gli americani abbiano alcuna intenzione di intervenire con le armi in Siria. L’amministrazione Obama ha fatto di tutto per uscire più rapidamente possibile prima dall’Iraq e poi dall’Afghanistan, e non ha voluto mettere piede in Libia, affidando agli europei il compito dell’intervento, quindi tutto credo fuorché che abbiano l’ambizione di mettere dei marines sul territorio siriano, un territorio molto vasto e molto più densamente abitato della Libia (conta venti milioni di persone). Il conflitto siriano è diventato una “proxy-war” religiosa tra sciiti e sunniti, dove purtroppo i siriani sono le vittime di un conflitto che vede sempre di più miliziani stranieri, di diverso orientamento religioso, combattere per la Siria ma non per i siriani. Sulla Siria, l’Europa si è ritrovata divisa in più circostanze, soprattutto sulle modalità d’intervento, essendoci stati, almeno nelle ultime settimane, alcuni paesi che hanno fornito armi ai ribelli immaginando che aiutare una parte a prevalere militarmente sull’altra potesse facilitare il raggiungimento di un accordo. L’opinione italiana è che non esiste una soluzione militare al caso siriano, nel senso che nessuna delle due parti è in condizioni di vincere questa guerra; entrambe le parti sono però in condizioni di farla durare a lungo, talmente a lungo che i centomila morti contati fino a oggi, possono diventare un numero irrisorio rispetto a quanto potrà accadere nei prossimi anni. Da qui l’idea di una soluzione che non sia militare ma politica, dove Assad non cade, ma non torna al suo ruolo precedente, in un paese ormai devastato dal conflitto. Per fare questo occorre una conferenza di pace che, per produrre risultati, ha bisogno innanzi tutto che le due parti si persuadano che nessuna di esse può vincere militarmente – cosa che richiederà, purtroppo, del tempo – e che si mettano al tavolo i principali attori globali – USA e Russia – e regionali – Turchia, Iran, Arabia Saudita e Egitto –, che sono coloro che oggi stanno o interferendo politicamente in questa guerra, o addirittura foraggiando direttamente le milizie sul campo. Quando ci saranno gli interlocutori giusti al tavolo, allora si potrà avere una soluzione politica che non sarà, come si pensava nella Conferenza di Ginevra, una soluzione “Syrian-led”, che scaturisca cioè dal dialogo tra i siriani (perché è chiaro che, dopo centomila morti, non c’è un dialogo), ma sarà una soluzione imposta ai siriani dalle potenze regionali e globali che in Siria hanno i loro interessi.
D. Analizzando proprio gli interessi mondiali, spesso “non convergenti”, che gravitano intorno all’area in questione e alla luce di alcune iniziative europee che puntano a creare una “Unione per il Mediterraneo” (la prima Assemblea plenaria ha avuto luogo a Bruxelles il 12 aprile del 2013), le chiedo: ammesso che l’attuale Unione Europea sia così coesa da poter unire in
qualche modo il Mediterraneo, è solo la tipica lentezza delle sue istituzioni a giocare a favore di chi ha interesse a ridurre l’influenza dell’Europa sull’area e rendere più difficile questa “unione mediterranea”?
R. In termini politici, l’Unione mediterranea è un sogno ancora lontano e il fallimento dell’Upm ne è la diretta testimonianza. Ciò non toglie che l’Europa abbia una responsabilità geopolitica nei confronti del Mediterraneo, e che i paesi arabi che vi si affacciano, abbiano un interesse fondamentale ad avere un diverso rapporto con l’Europa. Se questo matrimonio ancora non si è combinato, è per ragioni che riguardano entrambi i contraenti. Noi europei abbiamo interesse ad avere, con l’altra sponda del Mediterraneo, un’area di crescita e di sviluppo comune, anche in ragione del fatto che, se quei regimi collassano, le crisi che ne conseguono generano migrazione verso di noi e instabilità generale, così come quei paesi hanno interesse a legarsi a un’area che oggi è pacifica, democratica e stabile. Se questo non accade oggi, attraverso delle comuni istituzioni politiche, può sostanzialmente avvenire nel tempo, tramite strumenti di cooperazione politica che permettano agli europei di stabilizzare quelle transizioni, e grazie anche all’amicizia, ai consigli, agli scambi internazionali e a molta formazione. È quello che l’Italia si appresta a fare in Libia, un paese ancora oggi pericolosamente instabile, dove stiamo collaborando a ricreare l’ossatura della loro sicurezza per riportare un minimo di stabilità sul territorio. In attesa che ritornino le istituzioni politiche, i ministeri e il governo locale, iniziamo a liberare la Libia dal predominio delle milizie, consapevoli che ci vorrà del tempo e che esiste uno strategico interesse reciproco ad avere rapporti fecondi e duraturi.
D. Questo sogno/progetto di “Unione per il Mediterraneo” potrebbe aiutare a superare l’attuale visione di un’Europa “too little, too slow”?
R. È un sogno secondo me indispensabile, il problema è che lo devono sognare tutti gli europei. Viviamo una fase del progetto europeo in cui i primi ad avere paura di se stessi sono gli europei. E tante volte, davanti alla crisi che deriva o dalla instabilità della globalizzazione e della finanza mondiale, o da una società sempre più multi religiosa e multietnica, la prima istintiva risposta è chiudere la porta di casa e bloccare la serratura, che può essere comprensibile, perché la crisi genera risposte dettate dalla paura, ma non è quella che aiuta ad affrontare la realtà. Quando gli europei, grazie a loro e grazie a leadership politiche che non cercheranno più consensi lucrando sulle paure ma alimentando speranze, torneranno finalmente ad avere un senso del futuro e riusciranno a capire che sono un’area integrata di sicurezza e di democrazia, che può raccontare ai suoi vicini una storia di successo, allora si affacceranno su quelle società con minori incubi e riusciranno a dare concretezza politica anche al sogno mediterraneo.
D. Fin dai primi anni Cinquanta, la questione israelo-palestinese è stata vista come la “madre di tutti i problemi e chiave di tutte le soluzioni dell’area”. Poi sono scoppiate le rivoluzioni in tutta l’area, indipendentemente dalla soluzione di quel problema. Forse i popoli arabi hanno capito che
le ragioni della loro povertà e dei loro guai non erano da cercare tutte in Israele?
R. Assolutamente sì. La questione palestinese, a mio avviso, resta non solo per i palestinesi ma per il mondo intero una questione insoluta e – aggiungo – una delle ultime questioni al mondo a non aver trovato una soluzione: negli ultimi cinquant’anni si è giunti a un accordo per quasi tutti i conflitti, semmai ne sono insorti di nuovi, ma se c’è un conflitto che è sempre lì sul tavolo, più o meno con gli stessi ingredienti, è quello israelo-palestinese. È vero che per molti anni il mondo arabo ha trovato nell’irrisolta questione palestinese anche un argomento strumentale di unità, di contrapposizione all’Occidente, all’Europa, agli Stati Uniti e a Israele, e aggiungo anche un argomento di solidarietà talvolta un po’ fasulla nei confronti degli stessi palestinesi. All’atto pratico, quello che si è visto dopo lo scoppio delle rivoluzioni arabe, è che egiziani, libici, tunisini, marocchini, giordani, eccetera, hanno preferito, legittimamente, concentrarsi sui propri problemi di transizione domestica, piuttosto che fare la solita battaglia sul tema Israele-Palestina. Il che non ci esonera dalle nostre responsabilità. Pare si annunci per le prossime settimane un’ennesima stagione di negoziati diretti tra Israele e Autorità Nazionale Palestinese, sotto gli auspici
dell’amministrazione americana: noi lo speriamo, e lo speriamo semplicemente perché nessuno ha da guadagnare da una mancata soluzione di questo conflitto. Non i palestinesi, che vivono una situazione frustrante da troppi decenni, e non gli israeliani, che dal non intraprendere una via alla pace che è a portata di mano, possono soltanto aggiungere un ulteriore elemento di instabilità in un’area regionale che è già, per loro, assolutamente instabile. E se oggi possono pensare che, in fin dei conti, se sunniti e sciiti si combattono fra di loro, non hanno tempo per combattere Israele e in più si indeboliscono, io credo che, essendo amico di quel paese, essere circondati da un’area instabile, alla lunga non li aiuti.
D. Nella fase iniziale delle rivolte, Israele ha svolto un po’ il ruolo del convitato di pietra. Poi abbiamo cominciato a leggere dichiarazioni di forte preoccupazione, come quella della deputata italiana Fiamma Nirenstein, all’epoca deputata Pdl e vicepresidente della Commissione esteri della Camera, che ne faceva un bilancio negativo. “Passata l’esaltazione iniziale e il fascino di una spinta popolare e giovanile contro l’insopportabile oppressione di crudeli dittatori”, dichiarò a L’Occidentale, “abbiamo visto che quel che si profila all’orizzonte è una specie di internazionale sunnita integralista islamica, guidata dai Fratelli Musulmani”. Una lettura comune ad altri strateghi israeliani che, guardando alle trasformazioni del vecchio ordine mediorientale, ripetono che: “Un nemico certo è sempre preferibile a un nemico incerto”. Per quale motivo lo stato che ha fatto un vanto dell’essere l’unica democrazia in Medio Oriente e nell’intero mondo arabo, oggi appare così preoccupato da quelle rivoluzioni nate nei paesi confinanti proprio dalla domanda di maggiore giustizia sociale e democrazia, da rimpiangere, in un certo senso, quei vecchi nemici che impedivano la pace?
R. Per la ragione che tendenzialmente, come dicono alcuni, Israele è una democrazia dello status quo, quindi non crede che il mondo arabo si doti di istituzioni democratiche e trasparenti, e quindi scommette la propria sopravvivenza sullo scenario peggiore, dove Israele si deve comunque difendere da un tipo di popolazione e di organizzazione statuale che le è ostile e che è incapace di evolvere democraticamente. Le scommesse sono tutte legittime; io ripeto che, secondo me, questo non è nell’interesse di Israele. Non si tratta di contrapporre i bene informati e gli ingenui, si tratta di lavorare in un contesto altrimenti ostile, facendolo evolvere in una dimensione di accettazione reciproca. Gli arabi si scelgono i governi che vogliono, democraticamente parlando. È vero che è un problema se la Fratellanza Mussulmana vince le elezioni ma non è capace di governare, perché quei paesi sono più deboli, così come è un problema, per me che sono laico, se i partiti laici non riescono ad organizzarsi in modo da vincere le elezioni, ma questo fa parte delle regole del gioco. Io vivo in un paese dove sono stato all’opposizione per molti anni al governo di centrodestra guidato da Berlusconi, ma non per questo ho gridato al golpe: in politica si vince o si perde perché fa parte del gioco. Io penso che sarebbe interesse sia nostro sia loro non scommettere acriticamente, ma aiutare il mondo islamico, che si organizza politicamente, a crescere politicamente, il che vuol dire non evocare un mantra da incubo “tutti islamici, tutti integralisti, tutti sunniti, tutti tagliagole”, ma far nascere invece una dinamica che alla fine sia utile a tutti. Se invece l’obiettivo è continuare a pensare che si è l’unica democrazia dell’area, e quindi scommettere sul fatto che gli altri mai lo diventeranno per tutelare il proprio status di eccezionalità, allora questo è, a mio avviso, un problema per Israele.
D. Volendo scommettere invece sullo scenario migliore, è possibile che la caduta dei vecchi regimi dittatoriali fornisca davvero l’occasione storica per giungere finalmente alla pace tra israeliani e palestinesi e, in definitiva, tra Israele e una parte rilevante del mondo arabo?
R. Noi lavoriamo concretamente per questo scenario. Israele oggi ha, nonostante gli avvicendamenti al potere in
corso in Egitto, un paese vicino che resta geopoliticamente amico e capace di garantire la sicurezza di Israele. Una parte del lavoro va fatta nella società israeliana, nel suo complesso. Non mi interessa il fatto che oggi in Israele sia al governo una coalizione di centrodestra, mi interessa il fatto che alle ultime elezioni il processo di pace non sia stato un argomento elettorale per nessuno, né per la destra né per la sinistra. Come se gli israeliani tutti, di destra e di sinistra, non ci credessero più, e persino la sinistra fosse più concentrata sui temi dell’emergenza economica che del processo di pace, e questo mi preoccupa per Israele. Sul fronte palestinese mi preoccupa che il processo di riconciliazione tra Hamas e Fatah vada avanti con una lentezza esasperante, e finché questo processo non si conclude con una reciproca accettazione, è ovvio che sarà anche più facile per Israele dire strumentalmente: «Chi è il mio interlocutore? Parliamo di “due popoli, due stati”, ma qui abbiamo due popoli e, se va bene, tre stati, perché Gaza è una cosa e la Cisgiordania un’altra». Noi abbiamo detto, con una formula che è sfidante per tutti e due, «due popoli, due democrazie», perché vorremmo che il tema degli stati non diventasse strumentale per non riconciliare mai i palestinesi, e perché secondo noi esiste un problema sostanziale di democrazia da entrambe le parti. Vorremmo invece che entrambi i popoli imparassero a convivere nel rispetto delle regole democratiche. È una soluzione win-win. Se invece si continua a scommettere sul fallimento dell’interlocutore, è ovvio che alla fine nessuno ne guadagna. Bisogna ricordare invece che il tempo passa per tutti, come ho detto ai miei amici israeliani e palestinesi. Venti o trent’anni fa, anche in Italia, le forze politiche, i giovani e le assemblee studentesche si organizzavano facilmente sul tema Israele e Palestina. Oggi no, e se c’è stanchezza, questo deve preoccupare anche loro, perché vuol dire che questo continuo gridare allo stato di emergenza o di eccezione, a cui però corrisponde un continuo rinviare le occasioni di pace, spinge il resto del mondo a dire: «Quando avete finito, ditecelo. Noi nel frattempo ci occupiamo d’altro.» Ogni negoziato ha il suo tempo, e purtroppo il mondo si comincia ad abituare all’idea che “tanto, la pace non si farà mai”, e questo è un fatto pericoloso, che non giova a nessuno dei contendenti.