Tag Archives: Stati Uniti

Too little, too slow, too late

Too little, too slow, too late

Non possiamo che sperare che il vertice europeo raggiunga un’intesa sulle proposte avanzate in questi giorni per affrontare l’emergenza che strangola l’Europa da mesi, ma abbiamo già ora l’inquieta consapevolezza che le decisioni che saranno adottate sono al di sotto del coraggio che richiede questo passaggio storico.
La crisi non è economica, ma innanzitutto politica.

Pavel Sikorsky, una settimana fa, ha affernato a Berlino: “Credo di essere il primo ministro degli esteri polacco della storia a dire questa cosa. Temo la potenza della Germania meno di quanto comincio a temere la sua inattività.” Helmut Schmidt, arringando la platea della Spd dall’alto dei suoi 93 anni, ha invitato a ricordare che ogni surplus tedesco corrisponde al deficit di altri, che questo è il tempo della condivisione della forza e della debolezza, che se l’euro fallisce si distrugge il mercato interno e fallisce quindi anche l’economia tedesca.
Infine, mai come oggi, gli americani, dal Presidente Obama in giù, tifano perché l’Europa faccia il salto di qualità. Mi hanno chiesto a Washington la scorsa settimana: “Che cosa aspettate a trasformare la Banca Centrale Europea in un prestatore di ultima istanza (è ovvia l’analogia dalla loro prospettiva con la Federal Reserve) ? Cosa aspettate ad avere una attività credibile di supervisione europea dei mercati finanziari ? Cosa aspettate a dotarvi degli Stati Uniti d’Europa che si occupino di crescita comune visto che oramai accettate una supervisione esterna sulla disciplina fiscale ?”. In tanti anni, mai successo prima.

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Countdown -8: un passo alla volta

Countdown -8: un passo alla volta

La novità è che non ci sono novità. Che il treno della crisi di Berlusconi e del suo governo procede lentamente verso il voto della settimana prossima. Che anche il penultimo finesettimana prima del voto di Montecitorio, semmai, ha fatto registrare qualche ulteriore scambio al peperoncino fra il premier e il presidente della Camera, rendendo sempre più improbabile qualsiasi recupero, umano prima ancora che politico.

Mentre si contano con il pallottoliere i casi bizzarri del calendario (i giorni del parto della mia collega Federica coincidenti esattamente con il voto) o i narcisismi dell’ultim’ora alla ricerca di mezza pagina di intervista da far vedere ai nipoti, la politica tramesta già sul dopo.

Ribadisco la mia opinione. Con un Consiglio Europeo dedicato alle nuove regole del patto di stabilità convocato 24 ore dopo la sfiducia, 120 miliardi di titoli di Stato nelle aste dei prossimi mesi, c’è poco margine per apprendisti stregoni e farfalloni del transatlantico. Una soluzione rigorosa – chiamatela istituzionale, tregua o anche Pippo – affidata alla saggezza del Capo dello Stato, che faccia posare la polvere, calmare i toni, abbassare la voce, riorganizzare i campi è ciò che serve. Ed è l’unica soluzione intermedia fra gli eventuali desideri di ribaltone (comunque negati anche oggi da Fini) e i governi fotocopia affidati alle fotocopie di Berlusconi.

Tanto più che le notizie drammatiche della cronaca – mi riferisco al rapimento/omicidio della piccola Yara o alla strage di ciclisti in Calabria – sono lì, pronte altrimenti a innescare una santabarbara di argomenti ghiotti per la cattiva politica, nonostante le parole di straordinario equilibrio dei familiari coinvolti.

Domani volo oltreoceano per la riunione annuale del Consiglio Italia – Stati Uniti.
Sono sinceramente curioso di testare personalmente un po’ di amici sulle conseguenze del ciclone Wikileaks. Inoltre al Consiglio quest’anno partecipano ospiti decisamente importanti, soprattutto interessanti da ascoltare – specie se a porte chiuse – in questa fase della vita del Paese: fra questi, Mario Draghi, Sergio Marchionne, Emma Marcegaglia.

Le elezioni di mid-term

Le elezioni di mid-term

Le elezioni di Mid-term sono andate, più o meno, come nelle previsioni della vigilia.

Ma è proprio quel “più o meno” che ci permette di esaminare qualche dettaglio di una grande foto di gruppo che ha eletto lo stesso giorno 435 deputati, 36 senatori e 37 governatori.
Il pendolo politico ha riequilibrato il potere della Casa Bianca. Accade quasi sempre, era già successo a Reagan nel 1982, a Clinton per ben 6 anni su 8, a Bush nel 2006.
Il popolo americano ha un’idea così intimamente radicata che il potere debba essere limitato e diviso che ogni Presidente negli ultimi 20 anni ha dovuto fare i conti con un Congresso che, con le elezioni di mid-term, gli ricorda i propri limiti. Nonostante questo, quasi sempre, l’inquilino della casa Bianca è stato rieletto, talvolta con maggioranze ancora più forti. Se è vero dunque che Obama deve ascoltare il messaggio che il Paese gli manda – soprattutto i giovani e le desperate housewives che gli hanno girato le spalle, è sbagliato trarre auspici precipitosi sulle presidenziali del 2012.
Se Barack Obama è stato punito per essere stato troppo a Washington (troppo “romano” diremmo da noi) e avere mantenuto meno del previsto la promessa di cambiamento, egli da ora in poi avrebbe buon gioco a cambiare lato del campo e attaccare da fuori una maggioranza repubblicana che impedisce al Congresso di lavorare.
I repubblicani vincono un po’ più del previsto alla Camera (cambiano colore mentre scriviamo quasi 60 seggi, altro che i 39 necessari per avere la maggioranza), ma non fanno il colpaccio al Senato dove Obama tiene la maggioranza, come non era riuscito a Reagan, Clinton e Bush in analoghe elezioni.
Il “tea party” si conferma più come problema che come opportunità per i repubblicani. Se Rand Paul ha vinto in Kentucky così come il giovane Rubio è esploso in Florida, vanno invece sottolineate (così come i media le avevano gonfiate nei giorni scorsi) le performance imbarazzanti della O’Donnell in Delaware e di Joe Miller in Alaska. La prima, dopo una campagna di gaffes e strafalcioni non camuffabili dall’inesperienza, ha preso 20 punti di distacco da Coons. In Alaska, patria della madrina del tea-party Sarah Palin, per la seconda volta nella storia americana grazie alla regola del write-in, la candidata uscente Murkowski è stata rieletta, nonostante appunto il suo nome non fosse sulla scheda elettorale (poiché battuta alle primarie dal tea-party) e nonostante l’abbondanza di consonanti del cognome (non insomma, un John Smith qualsiasi). In definitiva, se il tea-party ha un buon candidato sul quale far convergere il voto indipendente bene; ma se il candidato è un estremista dello “Stato minimo”, scappano sia gli elettori indipendenti che i repubblicani moderati. E’ un monito per le scelte del 2012.
Alcune note sparse: Obama perde di strettissima misura il seggio senatoriale del suo Illinois (grazie anche al classico e inutile terzo canddiato verde), vince nel seggio vacante del West Virginia grazie al popolarissimo ma a lui ostile Joe Manchin, tiene il Nevada con Reid. Noi italiani festeggiamo il ritorno di un Cuomo (Andrew) nel ruolo di governatore a New York e piangiamo la fine del mandato di Nancy Pelosi come speaker.
In California, dove si è corsa la campagna elettorale più costosa degli ultimi decenni, politica batte economia 2 a 0: restano a bocca asciutta le due wonder women repubblicane: Jerry Brown conquista la poltrona di governatore (che fu di Schwarzenegger) contro Meg Whitman, ex amministratore delegato di Ebay; Barbara Boxer, veterana democratica batte Carly Fiorina, ex amministratore delegato di Hewlett Packard.
Un’ultima nota sui governatori. I repubblicani hanno strappato ben 10 posizioni (ma perdono l’importantissima California). Non è solo un dato statistico: i governatori eletti gestiranno le informazioni del censimento decennale 2010 per ridisegnare i collegi elettorali e riattribuire le rappresentanze territoriali in misura fedele ai cambiamenti demografici. Non saranno dunque due anni ordinari.
In conclusione, Obama aveva ripetuto all’infinito una battuta nei comizi degli ultimi giorni: “Abbiamo trovato la macchina nel baratro, l’abbiamo tirata su, l’abbiamo rimessa nella giusta direzione ed ora arrivano questi repubblicani, ci battono la mano sulla spalla e ci chiedono di nuovo le chiavi della macchina. Gliele dareste voi ?”.
L’America del riequilibrio di mid-term non ha riconsegnato le chiavi della macchina ai repubblicani ma ha fatto accomodare l’elefantino sul sedile davanti alla destra del guidatore.
Tocca ora ai due partiti, tocca alla politica, interpretare i messaggi contemporanei di delusione e di cambiamento che l’America ha depositato nelle urne.