Tag Archives: referendum

Ho fatto un sogno

Ho fatto un sogno

Mi sono svegliato con un sorriso stamani. L’affluenza è al 41%. Tutti i giornali dicono che il quorum è alla portata. Gli esperti ce lo dicevano da una settimana nei loro sondaggi. Via il nucleare dall’Italia, via i pasticci sull’acqua (con la Chiesa perfino che si risveglia), via quel legittimo impedimento tronfiamente approvato un anno fa. La maggioranza già litiga (sembra l’Unione del 2007). Bossi chiede di cambiare per non morire. Zaia è andato a votare dicendo che la Padania boccheggia e non ce la fa più. Quei due simpaticoni di Briatore e Santanchè, testimoni della difesa di Berlusconi, intercettati mentre si lamentano sul premier che continua ad aprile di quest’anno a fare festini con le ragazze (ma dopo Palazzo Grazioli e Tarantini e Arcore e Rubi in quale delle case si opera ? vedi che serve avere molte proprietà immobiliari…). Non abbiamo ancora smacchiato il giaguaro ma siamo davvero a buon punto.
Buongiorno Italia. Mi sono dato un pizzico sul braccio ma è tutto vero. Sia l’affluenza che le frasi della Santanchè (lei invece è sintetica e abbonda di polimeri). E ora via a lavorare per accompagnare un pò di nuovi elettori al seggio….

Sergio e Maurizio

Sergio e Maurizio

Ascolto in ufficio Gasparri che cicaleccia di sottofondo ad Omnibus, saltellando fra la globalizzazione, Mirafiori e la Corte Costituzionale, tutti temi che ignora allo stesso modo e che affronta con la consueta eccitata confusione.
Mi interrogo sui titoli che campeggiano oggi su tutti i quotidiani “Mirafiori, pronti ad andarcene”, “Se vince il no, la Fiat se ne va” e che segneranno la seconda parte di questa settimana, con il referendum sull’accordo di Mirafiori e la delicata partita all’interno del sindacato. E, come spesso capita, soffro della inarrestabile tendenza a trasformare i protagonisti di uno scontro in personaggi del teatro dei Pupi, con il prode Orlando, la donna rapita, i banditi e il feroce Saladino.

Di primo acchito, vorrei dire che, nonostante il sorriso accattivante e il maglione paricollo contrapposto allo sguardo nervoso e alla barba non sempre fresca di giornata, Sergio Marchionne è il duro con il coltello dalla parte del manico e Landini la pecora che cerca di scampare al proprio destino. L’uno sempre circonfuso dalla patina dell’innovatore vittorioso e coraggioso che salva l’Italia nella globalizzazione, l’altro rappresentato con lo zaino della tradizione operaista, antica, che non capisce i tempi e odora tanto di novecento.
La materia è, tanto per cambiare, straordinariamente complessa poiché il mondo del lavoro, le sue tipologie contrattuali, le sfumature di genere e di generazione non è da tempo più quello dei padroni, degli operai, dei liberi professionisti e dei pubblici impiegati, ciascuno con il colore del suo colletto ben assegnato. E anzi, a forza di pennellate impressioniste, giocando con il colore, si può dipingere, sempre usando toni veri, i quadri più diversi e contraddittori.
In Italia, i giovani sono la generazione del “lavoro mai”, precari, sottopagati e flessibili; ma il lavoratore che perde l’occupazione fra i 45 e i 50 raramente viene reimpiegato e finisce a gravare economicamente e psicologicamente sulla comunità. In Italia il tasso di disoccupazione non è fra i più drammatici d’Europa ma quello di occupazione è fra i più bassi poiché ancora troppe donne non entrano nel circuito del lavoro e comunque sono le prime a essere espulse in caso di crisi. In Italia esistono due Italie, una che cresce, per geografia e settori, a tassi tedeschi, e un’altra che non cresce quando crescono gli altri. In Italia, meno male che c’è la cassa integrazione, ordinaria, straordinaria e in deroga, con la quale la fiscalità generale ammortizza le crisi economiche, ma nello stesso Paese, il 50% dei lavoratori non gode di alcuna rete di protezione poiché appartiene al tessuto micro-imprenditoriale. In Italia, nell’ultimo anno, circa 300.000 fra giovani e meno giovani se ne sono andati a cercare fortuna all’estero per il proprio talento, anche perché una parte degli imprenditori, quelli “furbi”, utilizza la cassa integrazione quando non ne ha bisogno ma fino a che ci sono i soldi per compensare i cicli delle scorte oppure utilizza a rotazione contratti temporanei per non assumere mai nessuno. In Italia ci si lamenta annualmente, nel discorso del governatore della Banca d’Italia, che i giovani non sono sufficientemente spinti a cercare se stessi e il proprio destino, ma quei medesimi banchieri che applaudono composti nei loro abiti grigi non concedono mutui in assenza di contratti a tempo indeterminato e non finanziano idee scendendo nel merito della proposta ascoltata ma solo attenendosi a criteri patrimoniali rigidi.
E’ questo il campo di gioco in cui il sindacato e Marchionne stanno giocando. E abbiamo fatto sintesi. E non abbiamo parlato della Cina eccetera eccetera.

Credo che i lavoratori voteranno a maggioranza e a malincuore l’accordo. Credo che chi non ha firmato e perderà magari il referendum non possa essere estromesso dalla vita della fabbrica. Nella civilissima ed europea Germania questo non accadrebbe. Credo che le dichiarazioni dell’ad di oggi siano semplicemente un ricatto, se non vinco porto via il pallone. Credo che sia giusto che il sindacato e il Paese sappiano, conoscano, nell’epoca della totale trasparenza, un’idea una del progetto di sviluppo di Fiat. Tutte cose che, con altre parole, ha detto Napolitano e che condivido integralmente.
Credo che non sia banale sottolineare come quest’anno la Volkswagen metterà sul mercato un nuovo motore da cui, per spin off parziali, verranno tratti una ventina di nuovi modelli mentre non ci sono notizie su nuovi modelli Fiat, dopo le mirabolanti performance al branding e marketing di Lapo Elkann.
Insomma, meno male che c’è ancora un manager esperto e apprezzato nel mondo che ha salvato Chrysler e sta conquistandosi un vasto rispetto nella business community. Ma non scambiatelo per un principe azzurro perché non lo è. E soprattutto portiamo rispetto per chi usa una parola, soltanto apparentemente logora, come “diritti” per far comprendere che il “lavoro” è importante ma anche “i lavoratori” lo sono. Nel rapporto di forza che va in scena oggi, quest’ultimi sono la parte debole. Non dimentichiamolo.

Tre SI’ ma senza entusiasmo

Tre SI’ ma senza entusiasmo

Domenica 21 non sarà soltanto dedicata ai ballottaggi amministrativi ma al voto sui tre quesiti referendari sulla legge elettorale, sul famoso “porcellum” inventato dal Ministro Calderoli alla vigilia delle elezioni del 2006. Che facciamo ?

porcelli-in-corsa
porcellum da corsa

Per coerenza con le posizioni che ho già preso in occasione di altri referendum, voglio ricordare la natura particolare dell’invito di domenica. Il voto al referendum non è assimilabile al voto politico, europeo, amministrativo. Esso non deriva dalla natura rappresentativa della nostra democrazia e dal dovere civile di scegliere i nostri rappresentanti nelle istituzioni ma da un invito che 500.000 cittadini (troppo pochi) rivolgono ad altri 45 milioni di connazionali finalizzato ad abrogare una parte o la totalità di una legge. Il primo è un dovere, il secondo è un invito. Utile ricordare che da più di 15 anni quell’invito viene disertato dalla maggioranza degli italiani, con il conseguente fallimento del voto, vuoi perché il tema non è stato ritenuto interessante, vuoi perché il quesito viene considerato troppo “tecnico” per essere sottoposto al referendum, vuoi perché alcuni anni si è abusato della pazienza dei cittadini interrogandoli su una dozzina di temi diversi, vuoi perché nella maggior parte delle circostanze le firme sono state raccolte da quegli stessi partiti che avevano il dovere e il compito di fare e modificare le leggi in Parlamento.

Questo voto non fa eccezione: si torna per la quarta volta sulla stessa materia (le leggi elettorali sono nel frattempo cambiate), dei tre quesiti solo uno è di immediata comprensione (quello sulle candidature multiple), i partiti sono stati coinvolti pesantemente nella raccolta delle firme.

La situazione

Il porcellum riuscì nell’intento velenoso di non donare a Prodi una maggioranza stabile nelle elezioni del 2006; lo stesso porcellum è stato superato in via politica nel 2008 sia nel centrodestra che nel centrosinistra con la creazione di un formato di competizione (PD vs PdL) che ha deciso di fare a meno di alleati piccoli e tendenzialmente rissosi che sono rimasti così sotto la soglia di sbarramento. Una specie di disarmo bilaterale ottenuto in via politica e non in via legislativa.

Cosa dicono i quesiti e cosa pensano i promotori del referendum Read the rest of this entry