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Notizie da Oslo incrociando le dita per Milano e Napoli – 2

Notizie da Oslo incrociando le dita per Milano e Napoli – 2

….mentre incrocio le dita, rispettoso del silenzio elettorale, vi invito a qualche ultima telefonata a vecchi amici ambrosiani e partenopei…… e allego la seconda parte del documento cileno.

9. Se sei un latino-americano, smetti di pretendere che la ricchezza di materie prime durerà per sempre
Per decenni i latino americani hanno pensato che le risorse naturali fossero un pedaggio. Le biblioteche erano piene di trattati che argomentavano come la dipendenza del continente da poche risorse primarie avrebbero condannato il condannato alla povertà e al sottosviluppo. Oggi, dopo un decennio di boom dei prezzi di quelle risorse, molti di quei volumi potrebbero finire nella pattumiera della storia.
L’abbondanza di risorse naturali può divenire una risorsa potente per la crescita e la prosperità. Paesi come il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Norvegia lo hanno dimostrato varie volte. Ma non c’è nulla di spontaneo nella prosperità guidata dalle risorse naturali. Essa richiede un pensiero robusto e politiche prudenti.
Politici di tutti i tipi vi inviteranno a spendere le risorse derivanti da questo boom. Resistete alla loro pressione. Se ti ci butti, non solo rischi di gettare via ricchezza ma anche di surriscaldare l’economia, basta guardare la situazione di alcuni paesi latinoamericani oggi.
E non dimenticare che i prezzi delle risorse possono calare e le risorse esauribili possono finire. Inizia oggi a prepararti per quel giorno. Risparmia una parte della rendita di oggi. E investi il resto in una politica industriale 2.0, promuovendo i settori che hanno un legame con quelle materie prime. I critici diranno che vuoi scegliere solo i vincenti. Non importa. La Natura (o Dio se sei credente) ha già scelto i vincenti al posto tuo.
10. Attua una politica dura della competizione per tenere lontane le imprese da cattive condotte
Il business privato innova e crea prosperità non perché è gentile e generoso. Funziona così perché sente il fiato dei competitori dietro il collo, che cercano di rubargli clienti. L’innovazione richiede competizione e c’è troppa poca competizione in molti mercati attuali.
Far funzionare i mercati per la gente comune e non per pochi privilegiati richiede una politica della competizione con i denti – con multe grandi abbastanza per fungere da deterrente e sanzioni penali vere per i trasgressori peggiori. I progressisti moderni possono essere pro-mercato senza essere pro-business.
11. Riforma lo stipendio dei manager, la via giusta
Gli stipendi dei supermanager possono provocare indignazione popolare e moralismo facile. E’ perciò che i compensi sono un bersaglio facile, forse anche troppo facile.
Il problema non riguarda solo la quantità di soldi di cui si parla. Dopo tutto, nessuno si lamenta se calciatori o stelle del cinema straguadagnano. L’indignazione nasce dal confronto fra quanti soldi hanno ricevuto quei supermanager finanziari e quanti guai hanno provocato. Messa in modo diverso, il problema nasce perché lo stipendio dei banchieri prevedeva enormi incentivi economici ad assumersi grandi rischi, troppi rischi, che poi venivano ripagati dai contribuenti comuni.
Così, una riforma può essere centrata non tanto sull’ammontare in sé ma sugli incentivi negativi, cioè sulle sanzioni. In fondo, i bonus devono prevedere una clausola di ritorno: se un investimento che si riteneva brillante si rivela in realtà amaro, allora il finanziere avrà dimostrato di non avere valore aggiunto e perciò dovrà restituire quei bonus.
12. Riforma lo Stato, né la destra né la vecchia sinistra lo faranno mai
Per i progressisti, la politica democratica serve a costruire una società migliore e lo Stato è lo strumento chiave per questo compito. Ma lo Stato non gode di ottima forma. Super-affollamento, inefficienza e rigidità colpiscono gli Stati ovunque. Troppo spesso i servizi pubblici non sono ciò che i cittadini si attendono. Ma la soluzione non è l’omnicomprensivo taglia-fino-all’osso che la destra propone. Per riformare lo Stato, devi innanzitutto credere nello Stato. Abbiamo bisogno al tempo stesso di uno Stato più forte e più agile. Non conta la dimensione ma la dinamicità.
Il problema è che riformare lo Stato è politicamente difficile. Gli uscenti che hanno fatto le cose in un modo per dieci anni fanno fatica a fare le cose in modo diverso oggi. I sindacati del pubblico impiego sono scettici quando non ostili. Come risultato, i politici della destra e della vecchia sinistra tendono a cambiare poco, a farlo lentamente, a focalizzarsi sulla cosmesi invece che sulla sostanze.
I progressisti possono fare meglio. Non c’è niente di più progressista che erogare servizi pubblici di qualità. Non c’è niente di più avanzato che reinventare il governo. Quando lo fai, sarai criticato dalla destra e dalla vecchia sinistra. Non importa. È un segno che ti stai muovendo nella giusta direzione.
13.Cerca di conoscere i tuoi elettori, se non lo fai, qualcun altro lo farà
All’inizio del 19° secolo, la sinistra rappresentava i non privilegiati nella lotta contro i privilegiati. Gli uomini e le donne di sinistra erano quelli che soffrivano innanzitutto nel corpo la povertà e l’oppressione.
Le cose sono totalmente differenti nel 21° secolo. Nel mondo ricco, i bisogni materiali che motivavano il voto di classe sono cambiati. Nel mondo emergente, le preoccupazioni materiali e post-materiali si sovrappongono in forme sempre nuove e sorprendenti.
Il voto etico cresce ovunque. Nuove cause – ambiente, uguaglianza di genere, trasparenza e verificabilità del potere – sono oggi vicine al nucleo centrale dell’agenda del centrosinistra. Oggi i progressisti devono guidare a partire dal loro esempio. La ragione di Stato è stata rimpiazzata dal buon senso civico.
Cerca di conoscere i tuoi elettori. Comprendi che per loro le buone politiche non sono abbastanza se non sono trasparentemente applicate. Aumentare la spesa sociale non è abbastanza se chi aumenta la spesa sociale e ne prende il merito sono sempre gli stessi, e sono invariabilmente politici uomini. Far crescere l’economia non è abbastanza se avviene a spese dell’ambiente. Oggi gli elettori vogliono buon governo da politici che sono pagati bene. Se non fai questo, i tuoi elettori andranno a scegliere altrove.
14. Il populismo è cambiato, oggi è ancora più populista
Il populismo è un vecchio nemico dei progressisti. Ma l’avversario sta cambiando. Quando i populisti erano la caricatura di se stessi, si avventuravano in promesse folli con linguaggio colorito dal proverbiale balcone, era semplice metterli sotto. I populisti di oggi sono più sottili e sofisticati, e perciò più insidiosi.
Il vecchio populismo è stato rimpiazzato dal populismo del sondaggio. Nessun politico può ignorare le indagini di opinione. Ma una cosa è guardare quei dati, altro è governare col populometro. I progressisti costruiscono capitale politico per investirlo in riforme difficili; i populisti accumulano capitale politico per guadagnare altro capitale politico che deve essere usato per rendere sicuro il governo loro e dei loro amici.
Il nuovo populismo è prono alla demagogia come quello di una volta. Non tenta trasformazioni strutturali, si appoggia sulle elemosine piuttosto che sulle riforme sociali, è non è affatto timido se si tratta di manipolare le paure degli elettori. I progressisti devono dire con chiarezza: il progresso arriva gradualmente e richiede il sacrificio di tutti. Non vi preoccupate sulle conseguenze di queste parole. Gli elettori sanno comprendere la verità. Sono cresciuti. E apprezzano essere trattati come tali.
15. Attenti ai conservatori, sia a destra che a sinistra
I conservatori pensano che le cose vadano bene come sono e che dovrebbero rimanere così. I progressisti, al contrario, pensano che le cose possono e debbono andare meglio. I progressisti combattono per i diritti civili, perché senza libertà non ci può essere progresso. I progressisti combattono per l’uguaglianza di opportunità poiché senza cibo, alloggio ed istruzione la libertà può essere un’illusione.
Ma se la maggior parte dei conservatori sta a destra, ci sono anche molti conservatori a sinistra. Cosa questi due hanno in comune è il paternalismo, la convinzione che loro soltanto sanno ciò che è buono per i cittadini. I paternalisti moderni vogliono dire ai cittadini cosa leggere, mangiare, bere e con chi condividere il letto.
Il 21° è il secolo dei cittadini auto consapevoli. L’ultima cosa che vogliono sentirsi dire è cosa fare. Se i socialdemocratici cadranno nella tentazione conservatrice del paternalismo, i cittadini si prenderanno la rivincita nelle urne.

Notizie da Oslo incrociando le dite per Milano e Napoli – 1

Notizie da Oslo incrociando le dite per Milano e Napoli – 1

Chiudendo a Bologna con Romano Prodi, Pierluigi Bersani ha detto “cerchiamo due vittorie al primo turno (Bologna e Torino) e due ballottaggi (Milano e Napoli)”. Roberto Vecchioni, in concerto a Milano per Giuliano Pisapia si è citato con passione esclamando “le luci a S.Siro le riaccenderemo noi.”
Chiudendo a Napoli, Berlusconi ha insultato il sindaco Iervolino con una battuta vecchia quanto lui “è sempre arrabbiata perché quando la mattina si alza, si guarda allo specchio” e ha poi ribadito la giustezza della accusa della Moratti a Milano.

Se nell’Olimpo qualche Dio si è svegliato e ha mandato della polverina di saggezza giù da noi umani…..ma si sa che le elezioni non sono quasi mai questione di saggezza.
Noi incrociamo le dita e, non potendo votare, diciamo ai pochi lettori del blog di fare ciò che possono con gli amici che hanno in quelle quattro città per aiutare Fassino, Merola, Pisapia e Morcone. Senza se e senza ma.

E ora cambiamo latitudine.
Dai tempi del New Labour di Tony Blair, Policy Network è sempre stato il think tank europeo più attento a coltivare la rete dei rapporti continentali e non solo con i partiti e le fondazioni progressiste. Fascino di un’idea nuova e vincente, dominio globale dell’inglese, sostegni finanziari sono stati i tre ingredienti che hanno permesso allo staff agguerrito di Tufton Street di svolgere per molti anni un lavoro straordinario. Se poi si considera che Policy Network nasceva durante il mandato di Bill Clinton e che alla fine del decennio i progressisti erano al governo in tredici paesi su quindici dell’Unione Europea, si comprende l’identificazione di questi appuntamenti con una “età dell’oro” del progressismo internazionale, meta del desiderio di molti nostri leader, in annuale pellegrinaggio alla ricerca di contatti e pure di legittimazioni. A pensarci bene, ne ho accompagnati perfino troppi….

Non serve sottolineare la diversità dei tempi odierni, i numeri della destra, l’attacco frontale del populismo a questa idea della politica, bella, nobile, razionale, documentata, pensata e riflettuta come una tesi di laurea. Resta il fatto che anche in tempi bui dell’Europa e dei progressisti, l’appuntamento annuale di Policy Network è una grande occasione di scambi di idee, di contatti organizzativi, di propositi comuni.

Lo dico al tempo stesso con enfasi e con autoironia: non riesco ad immaginare un evento del genere, per metodo e stile, sul fronte conservatore, più abituato ad agire d’istinto (un istinto vincente), a coltivare le piccole patrie, a leggere un sondaggio ed adattare le parole d’ordine. Insomma, qua Cicchitto o Gasparri si troverebbero a disagio. O meglio proprio non li farebbero entrare.
Dico anche che non mi è facile, quest’anno, trovare un posto al mio Paese. Fra gli amici americani e inglesi (tanto capitalismo finanziario e abitudine dell’amministrazione in carica di cambiare anche drasticamente i carichi e gli sgravi fiscali), quelli scandinavi (economie in surplus, welfare efficienti come orologi e popolazioni liete di pagare le tasse), quelli mediterranei sull’orlo dell’abisso (greci, spagnoli e portoghesi molto sottotono e silenziosi), l’Italia – like it or not – resta la misteriosa contraddizione fra un immaginario nazionale amatissimo nel mondo e la realtà del populismo anomalo al governo, del premier del Bunga Bunga, che fa terminare in genere ogni conversazione con la domanda di rito “ma come fanno gli elettori a continuare a votarlo ?”.

Il dibattito è davvero troppo ricco e troppo lungo per essere raccontato come meriterebbe. Scelgo dunque in modo totalmente arbitrario alcune sollecitazioni e punture che mi porto a casa. Ad esempio il dubbio tormentato di come il progressismo sia inevitabilmente legato a politiche di lungo periodo (la formazione scolastica, l’empowerment delle persone) e che dunque soffra il breve periodo del populismo. Ad esempio la notazione amara che le “cattive pratiche” della destra si diffondono assai più facilmente e rapidamente delle “buone pratiche” dei progressisti (una variante della legge di Gresham sulla moneta cattiva che scaccia quella buona). Io ci aggiungo una mia considerazione sul limite – direi ontologico – della riflessione socialdemocratica tradizionale, seria, pensosa, razionale, ma tutta centrata sul quadro dell’economia, su tassazione e servizi, su produzione dei redditi e redistribuzione, quasi che questa fosse in ultima analisi la sola motivazione che spinge gli elettori verso un partito o un altro. Come se i bisogni post-materiali, la fascinazione di narrazioni meta politiche, perfino il raggiro dei proletari che votano abbagliati i miliardari non fossero fatti conclamati della vita politica europea di oggi. Perciò, questa lettura molto economica e poco etica mi convince solo parzialmente, non vede che è difficile rifondare la socialdemocrazia poiché non esiste più quella società che l’ha prodotta e dunque non esiste più la semplice riproposizione di quel compromesso fra capitale e lavoro.

Sono cambiate le persone. Da un lato, verrebbe da dire che la capacità vincente della redistribuzione della ricchezza funziona solo fino a quando la maggioranza dei cittadini attende di essere beneficiata da quella redistribuzione ma diviene paradossalmente perdente man mano che raggiunge il proprio obiettivo poiché diviene maggioritaria una fetta di popolazione che vede nella redistribuzione della ricchezza un attacco al privilegio acquisito o guadagnato e dunque si chiude a riccio. Dall’altro, percepisco che una parte consistente della società non si è arresa al cinismo e semmai si sente orfana di un ideale grande, una visione impegnativa e coerente con un traguardo pure lontano, che abbia però un buon metodo di coinvolgimento e di partecipazione delle persone e sia attrezzato con una buona scatola degli arnesi istituzionali ed economici.

Più che un blog, un monologo interiore. Va bene. Mi fermo qui.
Ma traduco un testo di due amici cileni (l’ex ministro delle finanze e l’ex speech writer della Presidente Bachelet che circola qua e che mi pare efficace. Ve lo allego in due puntate. Alcune cose possono sembrare ovvie, altre non lo sono affatto, altre ancora sono vere ma sembra non si possano dire per non perdere le elezioni. Tutte sono però descritte in modo efficace e condivisibile.

 

15 verità politiche per il centrosinistra
Andrès Velasco e Francisco Diaz


Il mondo ha appena sperimentato la più grande crisi finanziaria dai tempi della Grande Depressione. Sono stati persi più di 80 milioni di posti di lavoro. Le Nazioni Unite stimano che altri 145 milioni di persone vivano per questo in povertà. Molti Paesi escono dalla crisi con un sistema finanziario indebolito e con grandi debiti pubblici. Queste nazioni potrebbero essere condannate ad anni di crescita lenta e di insufficiente creazione di nuovo lavoro.
Il fondamentalismo di mercato, una regolazione debole e incentivi pazzeschi per gente che ha corso rischi eccessivi hanno aiutato a provocare la crisi. Nel dopo-disastro, le riforme sono state poche e abbastanza distanti. I sistemi finanziari locali restano subalterni a bolle speculative e l’economia globale è ancora largamente ineguale fra paesi in surplus che guadagnano molto di più di quanto consumano e paesi in deficit che consumano molto di più di quanto guadagnano.
Una crisi del capitalismo globale avrebbe potuto rappresentare un’opportunità per il centro-sinistra. E invece i governo progressisti hanno preso più critiche per il fatto che la crisi è arrivata piuttosto che meriti per avere cercato di controllarla e di prevenire la prossima. L’elettorato di molti Paesi ha girato verso una estrema destra pur illiberale, come se il guardarsi l’ombelico fosse una specie di sotto prodotto della crisi.
Tutto ciò pone sfide tremende al centrosinistra. La sfida, prima di tutto, di tirare fuori le giuste lezioni da questa crisi e di tradurle in un piano di azione politica progressista. Ecco 15 idee per aiutare i leader in questo sforzo.

1.Il mondo è cambiato, non negarlo
I giorni in cui l’espressione “l’economia mondiale” significava Stati Uniti ed Europa Occidentale sono finiti. La Cina è oggi la seconda economia del pianeta, il Brasile ha un prodotto interno lordo superiore all’Italia, l’industria conta di più nella ricchezza della Corea del Sud che in quella della Francia, si fabbricano ogni anno più Volkswagen nei mercati emergenti che in Germania.
L’FMI calcola che nel 2011 le economie emergenti cresceranno del 6,5% mentre i Paesi sviluppati si fermeranno al 2,4%. La crescita delle nazioni emergenti si è dimostrata decisiva per uscire dalla crisi. La prosperità delle nazioni ricche è adesso indissolubilmente legata al destino delle nazioni non così ricche. Prima gli elettori del Paese lo capiscono, meglio è.

2.Talvolta la competizione con i Paesi emergenti colpisce duro, non negare nemmeno questo
Ci sono cose che i Paesi più poveri possono fare in modo più economico. Tutto ciò non a causa delle politiche di quel Paese ma semplicemente poiché c’è una grande abbondanza di manodopera rispetto al capitale. Così, alcuni lavori si sposteranno verso sud – e la gente che svolge quei lavori produrrà cose che saranno in vendita nei vostri supermercati e che i cittadini acquisteranno a basso prezzo, aumentando così il potere d’acquisto reale dei loro stipendi e salari.
Anche alcuni investimenti si sposteranno verso sud dato che i capitali cercano condizioni migliori di profitto. Questo sarà difficile da accettare per i vostri cittadini, ma non dovrebbe essere impossibile da spiegare. Investimenti e crescita nel sud del mondo significano maggiore domanda per le vostre esportazioni. Può essere una soluzione vinci-vinci per tutte le nazioni, anche se non per tutti i settori in tutte le nazioni. Quando alcuni settori sono colpiti meritano la vostra attenzione, non certo l’indifferenza.
Il modo per guardare in avanti non è quello di proteggere capitali e settori declinanti ma di investire e creare lavoro nei settori emergenti, proprio quelli in cui i Paesi in via di sviluppo non possono competere semplicemente perché non sono in grado di farli. Energia rinnovabile, biotecnologia, la parte di punta dell’industria digitale, questi sono alcuni settori in cui può proseguire la crescita dei Paesi ricchi.

3. Vuoi aiutare i Paesi poveri ? Compra i loro prodotti
L’aiuto è fondamentale per tenere i Paesi poveri a galla. Ma ciò che questi Paesi desiderano di più non è il tuo denaro ma l’accesso ai tuoi mercati. Puoi dare un contributo all’uguaglianza globale abbattendo le barriere alle esportazioni di questi Paesi. Quando ti dicono che vogliono commercio e non aiuto, credici.
Il Doha Round delle negoziazioni commerciali – conosciuto anche come negoziato sullo sviluppo – va avanti da quasi un decennio. Potrebbe morire di vecchiaia o per esaurimento. Se fallisce, sarà la prima volta che capita negli ultimi 70 anni che le potenze commerciali non sono state capaci di trovare un accordo.
Pascal Lamy ha detto recentemente che “viene il tempo di riflettere sulle conseguenze del fallimento. In politica, come nella vita, c’è sempre un momento in cui intenzioni e realtà affrontano il test della verità. Ci siamo vicini”. Lamy ha ragione.

4. Il tempo di riequilibrare l’economia globale è adesso
Le disuguaglianze globali hanno provocato la crisi. Per prevenire le prossime, dobbiamo affrontare le cause principali di quelle disuguaglianze: la sottovalutazione della moneta cinese, la debole domanda interna di Paesi in surplus (fra i quali Germania e Giappone) e le differenze fiscali eccessive in Paesi che sono in deficit (inclusi Stati Uniti e Gran Bretagna).
La continua sottovalutazione è negativa per la Cina e per il mondo. È negativa per il mondo perché la ripresa ha bisogno della domanda e una domanda aggiuntiva non può sempre venire dai Paesi indebitati dell’Europa e del Nord America. Ed è negativa per i cittadini cinesi sui quali l’aggiustamento lo farà l’inflazione, come comincia ad accadere altrove.
Il Mondo ha bisogno di un nuovo meccanismo di aggiustamento e ne ha bisogno adesso. Ha bisogno di un accordo per il quale le economie in surplus dell’Asia, del Medio Oriente e dell’Europa fanno lo sforzo di tirare fuori il resto del mondo mentre i Paesi in deficit correggono gradualmente i loro squilibri fiscali.

5. La mobilità internazionale dei capitali è buona, in piccole dosi
Una delle conseguenze degli squilibri globali è che i Paesi in surplus accumulano clamorose eccedenze di capitale che devono essere investite altrove. Prima della crisi, una parte di questo denaro era investita in immobili a Miami, a Dublino, sulle coste della Spagna e le conseguenze sono state disastrose. Adesso questa ricchezza sta virando verso i mercati emergenti, gonfiando il valore della loro valuta, dei mercati finanziari, delle case.
Il mondo non ha bisogno di un’altra bolla e i politici in questi Paesi lo sanno bene. È perciò che combattono con le unghie e con i denti per scoraggiare afflussi eccessivi e destabilizzanti di capitali. Per fare questo potrebbero usare misure di controllo dei capitali e misure prudenziali. In questo sforzo dovrebbero ricevere il sostegno dei progressisti.

6. Accogliete le masse che premono sulle vostre sponde, poiché vi aiuteranno a prosperare
Il povero e stanco che cerca di guadagnarsi la propria libertà continuerà ad arrivare ai vostri confini. Lasciatelo entrare. È la cosa giusta da fare. È anche la cosa più corrispondente all’interesse personale.
È giusto farlo poiché queste persone avranno opportunità nel vostro paese che non avrebbero mai a casa loro. Avere persone che si muovono da paesi poveri a paesi ricchi migliora la distribuzione della ricchezza e questo dovrebbe provocare tre hip hip hurrah fra i progressisti. Lasciate che i conservatori si battano per la libera circolazione dei capitali. I veri progressisti dovrebbero battersi per la libera mobilità del lavoro. La migrazione legale è di gran lunga preferibile al mercato nero di esseri umani che avviene in troppi posti causando troppe sofferenze.
È un interesse personale perché i migranti daranno a società ricche e invecchiate quel dinamismo che non avrebbero altrimenti. Se sei europeo, sii grato. L’immigrazione interna è l’unica cosa che c’è fra il tuo paese e una crisi diffusa e massiccia del sistema pensionistico in pochi decenni.

7. Consolida il tuo bilancio in modo progressista
Non c’è niente di progressista nell’avere un grande deficit e un grande debito pubblico: quando le finanze pubbliche vanno gambe all’aria e hanno bisogno di un consolidamento d’emergenza, sono sempre i più poveri e vulnerabili che pagano il conto.
È molto meglio consolidare il bilancio prima di una crisi e farlo in modo progressista. La prima cosa giusta da fare è scegliere il tempo. Una ripresa debole non è il momento per stringere i cordoni della politica fiscale. Ma se i mercati non vedono segnali di stretta, potrebbero per conto loro decidere di ammazzare la ripresa. La via d’uscita da questo dilemma consiste nel concentrarsi pubblicamente nell’aggiustamento, sostenerlo, rendere credibile le proprie promesse sulle manovre restrittive programmate in futuro. Ciò potrebbe richiedere nuove regole fiscali e pure autorità indipendenti ad hoc. Questo modo di fare ha funzionato bene in Svezia nel Nord del mondo e in Cile nel Sud del mondo.
Se forzati a scegliere fra taglio fiscali e investimenti in educazione, innovazione, infrastrutture, i progressisti non dovrebbero avere dubbi. Economie che non investono, non crescono. E senza crescita, nessun aggiustamento fiscale, per quanto grande, consoliderà il bilancio.

8. Se sei europeo, smetti di pensare che puoi andare avanti con un’Unione Monetaria senza un’Unione Fiscale
La moneta unica ha portato grandi vantaggi in Europa, inclusa una maggiore integrazione, più commerci e prosperità. Ma ha creato anche qualche problema. L’Unione Monetaria ha creato la finzione che investire in tutti i Paesi europei comporta lo stesso rischio. Non è così. Come risultato, troppo denaro è andato verso troppi Paesi che non erano pronti a riceverlo. In alcuni di questi Paesi, la disponibilità di ricchezza ha perpetuato politiche fiscali insostenibili. In altri ha alimentato bolle immobiliari o creditizie. L’Europa e il mondo ne stanno pagando ancora le conseguenze.
Si è sempre detto che l’unione monetaria richiedeva politiche fiscali prudenti in tutti i Paesi membri e che lo strumento per garantire questo risultato era il Trattato di Maastricht. Lo strumento è fallito in modo spettacolare. È tempo di un approccio nuovo.
I titoli di debito europei sono il primo passo necessario, senza il quale la crisi fiscale odierna non passerà. Ma un nuovo titolo di debito unico europeo richiede una unica disciplina mentale. Questo comporterà minore autonomia nazionale su materie fiscali, non c’è modo di negarlo. Ma questo è il prezzo che alla lunga va pagato per l’Unione Monetaria.

Omaggio ad Allende

Omaggio ad Allende
pistelli-tomba-allende_cile-26_03_2009

la tomba di Salvador Allende

Isabel Allende, figlia del presidente ucciso nel golpe, è una donna distinta, elegante, straordinariamente somigliante al padre. Ci accompagna per i viali di un gigantesco cimitero dal sapore monumentale, dove il Presidente, caduta la dittatura, è stato sepolto. Ogni anno, sono moltissimi biglietti e lettere che, nella ricorrenza della morte, vengono lasciati ai piedi di questo mausoleo di famiglia, che contiene anche le spoglie di un’altra figlia che si suicidò a 35 anni mentre era in esilio a Cuba.
Lasciamo una corona di fiori e visitiamo il muro delle vittime del golpe e di quegli anni: migliaia di nomi con l’indicazione dell’età e della data della morte. E’ evidente come in pochi mesi fu falciata un’intera generazione di giovani. E’ decisamente toccante. Lascio un pensiero alla tomba di Victor Jara, un grande cantante e chitarrista di quegli anni che fu ucciso nei sotterranei dello stadio, dove venivano radunati gli oppositori nei rastrellamenti del dopo golpe. Il suo cadavere fu trovato dopo qualche settimana, torturato e con tutte le dita spezzate.

C’è curiosità per il PD: la Concertacion è al governo da 20 anni: i 4 partiti sono riusciti ogni volta a scegliere un presidente capace di battere la destra ma mai i 3 partiti socialisti e la Dc hanno avuto la forza di mettersi assieme e fare il grande salto che abbiamo tentato in Italia. Visitiamo tutti i partiti.

Ora andiamo da Roberto Angelini, nipote di una dinastia industriale fondata dallo zio Anacleto nel dopoguerra, un italiano divenuto l’uomo più ricco del Cile. Dopo andremo ad un incontro con la comunità italiana di Santiago e poi partiamo per Vina del Mar per il ricevimento inaugurale di Policy Network.
Nel mio orologio biologico e’ gia’ notte e qui siamo a meta’ pomeriggio: il jet lag comincia farsi sentire. Buonanotte…

 

 

pistelli-muro-vittime-dittatura_cile-26_03_2009

Il muro per le vittime della dittatura