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Una Repubblica fondata sulla televisione

Una Repubblica fondata sulla televisione

Il sistema dei media italiani ha molte singolari diversità rispetto all’assetto dei principali paesi europei.

La prima – e più macroscopica – è quella rappresentato dal famoso conflitto di interessi, a causa del quale il Presidente del Consiglio possiede direttamente circa il 50% dei canali e condiziona indirettamente (ma direi sempre più pesantemente) due dei tre canali pubblici, cioè l’altro 50%, pagati dai cittadini tramite il canone. Nonostante il tifo e gli incoraggiamenti militanti, La7 non è mai stato finora un progetto capace di scalfire questo duopolio dei dinosaruri siamesi. Sì, dinosauri siamesi poiché la programmazione Rai e Mediaset si specchia, si somiglia, compete con gli stessi format nelle stesse serate con un effetto appunto di legame siamese ma anche con una terribile sensazione di “già visto”. Non è casuale, se ci pensiamo bene, che un programma parlato e militante come “Vieni via con me” con l’idea delle liste da leggere e la notevole serie di ospiti di rango abbia prodotto numeri strabilianti.
Meno conosciuta ma altrettanto deformata è la raccolta della pubblicità che premia ancora una volta le società legate a Silvio Berlusconi, sia nella quantità assoluta che nella distribuzione fra tv e giornali. Si comprende con questa semplice indicazione la “fatwa” rivolta dal Premier mesi fa ai grandi investitori e indirizzata contro alcuni giornali che non sarebbero stati meritevoli di ulteriori inserzioni.
E’ davvero singolare poi che da noi la tv satellitare per eccellenza, Sky, che altrove nel mondo è oggetto di feroci attacchi politici dal momento che gioca in quei contesti una aspra battaglia in nome e per conto del magnate Rupert Murdoch, in Italia (meraviglie dei vuoti lasciati da altri in un contesto di mercato) giochi la parte della tv della libertà, del pluralismo, della buona informazione, dei film senza pubblicità.
Diverso rispetto agli altri Paesi è anche il sistema della carta stampata. Un sistema che conta tanto per la politica e poco per la gente comune dal momento che in Italia si vendono oggi lo stesso numero di copie che si vendevano nel 1939. Ci sarebbe molto da dire sugli assetti proprietari – e questo permetterebbe di capire bene perché la stampa in Italia non è libera e risponde sempre a qualche padrone, che uno lo senta vicino o lontano sempre padrone è – ma mi interessa qui sottolineare l’assenza di divisione fra giornali “popolari” e giornali “colti”. Ciò che in Francia, Germania, Inghilterra salta all’occhio in un edicola – il giornale sussiegoso ricco di editoriali e privo di figure nettamente separato da quello con le tette e il bingo in prima pagina – da noi diviene una marmellata mediana con meno tette e meno editoriali, un prodotto per tutti i palati.
L’ho fatta lunga, anzi lunghissima, per tirare fuori dalla gola ciò che da giorni sta lì incastrato, e che non mi va né su né giù. Comunque la si pensi, il nostro è davvero l’unico Paese europeo in cui i Ministri sono dalla mattina alla sera nei talk show e non alla scrivania del loro ministero, in cui il Premier – quando non altrimenti impegnato – chiama in trasmissione serale per insolentire e dare pagelle ai conduttori e agli ospiti, in cui i conduttori esprimono il loro dissenso e chiamano il pubblico alla lotta contro il direttore generale o l’azienda nella quale e per la quale lavorano. E che è, ovviamente, schierata nella lotta politica su posizione alternativa. Negli Stati Uniti esistono molti programmi in cui la gente si insulta, abbandona la trasmissione, eccita il pubblico, insolentisce i conduttori ma sono programmi esplicitamente rivolti alla fascia della programmazione trash. Mai e poi mai questi comportamenti verrebbero adottati a Crossfire, Meet the Press e altri programmi di approfondimento politico.
Insomma, siamo una Repubblica fondata sulla televisione e in più la nostra televisione è di modesta qualità. Nessuno si stupisca se le indagini rilevano anche oggi quantità impressionanti di ragazzi disponibili teoricamente a cercare il loro futuro altrove. La tv attuale non è sicuramente una ragione forte per rimanere.