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“A Teheran anche per l’Italia svolta positiva”

“A Teheran anche per l’Italia svolta positiva”

 

Intervista a l’Unità del 18.04.2013

 

di UMBERTO DE GIOVANNANGELI

L’Italia e il nuovo corso iraniano. L’Unità ne discute con Lapo Pistelli, vice ministro degli Esteri con delega sull’Iran. La Comunità internazionale s’interroga sulla vittoria di Hassan Rohani nelle elezioni presidenziali in Iran.

Qual è la sua valutazione?

«Parto da un numero e da una immagine. Il numero: il candidato preferito dal fronte conservatore, Jalili, quello che diceva “nessun compromesso con il mondo”, è arrivato sostanzialmente ultimo, con 40 punti di distacco dal vincitore. L’immagine: su ogni televisione abbiamo visto giovani ragazze con il capo appena coperto quando non libero, il volto truccato e le ciocche ribelli, festeggiare in motorino per le strade di Teheran. Con le regole del gioco che c’erano, come non considerare questo voto una sorpresa positiva?».

Così non sembra pensarla il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.

«Non mi aspettavo commenti diversi. Il governo israeliano deve uscire ancora dall’incubo legittimo della retorica negazionista di Ahmadinejad, che ha fatto male innanzitutto al suo Paese. Ma è compito adesso dell’intera Comunità internazionale impegnare il nuovo presidente iraniano in un dialogo non ossessivamente centrato sul solo nucleare. È giusto ricordare che l’obiettivo di un uso pacifico del nucleare è nato ai tempi dello scià ed è oggi condiviso anche dai critici più severi della Guida suprema, Moussawi e Karroubi, tuttora agli arresti». Read the rest of this entry

Il giorno della caduta

Il giorno della caduta

Stasera, 24 ore dopo lo scaramantico 11-11-11, si chiude l’era Berlusconi. Tre anni fa, dopo la terza vittoria elettorale in 17 anni, molti commentatori e in conseguenza molti dirigenti politici davano per altamente plausibile che il Cavaliere avrebbe terminato la sua esperienza politica traslocando al Colle più alto, al Quirinale. Un anno fa, quando cominciarono a deflagrare gli scandali privati e le incompetenze pubbliche del suo maldestro governo, molti commentatori e in conseguenza molti dirigenti politici davano per altamente plausibile che l’epoca di Berlusconi sarebbe finita con le modalità del “Caimano” di Nanni Moretti, scontro sociale, auto bruciate e un regime rinchiuso nella ridotta del bunker. Non è andata né in un modo né nell’altro. Fallisce miseramente, nell’ignominia internazionale diffusa, un’esperienza fallimentare di populismo al governo, di uomo solo al comando, di conformismo culturale diffuso nella Rai, nelle categorie, in alcuni salotti buoni del Paese. Fallisce senza possibilità di rivincita. Fallisce nella esplosione di un partito che non è mai stato partito, e che vede oggi la balcanizzazione delle sue correnti, gli scambi di insulti fra il neo-coraggioso Frattini e gli arditi dell’ex An. Fallisce nei musi lunghi delle “orfanelle”, le deputate giovani e belle premiate dal leader con un seggio alla Camera.

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Dopo Gheddafi

Dopo Gheddafi

Tratto dal sito www.nuovitaliani.it

Le crude immagini dell’esecuzione del colonnello Gheddafi chiudono la prima fase della rivoluzione/guerra di Libia. Si tratta di un epilogo tragico, purtroppo ampiamente prevedibile dopo gli inviti del Segretario di Stato americano Hillary Clinton di 48 ore fa a prendere il Rais “vivo o morto” e dopo la scelta del CNT di mettere una taglia cospicua sulla testa dell’uomo. Avremmo preferito un Tribunale Internazionale dove giudicare il dittatore responsabile di tanti massacri, ma il gorgo della violenza generata ha scelto la scorciatoia della giustizia sommaria. E non ci sono piaciute – senza amore di polemica spicciola – le dichiarazioni di alcuni esponenti del governo italiano, passati con indifferenza dal baciamano allo sberleffo, secondo la peggiore delle tradizioni patrie.

L’epilogo di sangue deve diventare oggi il prologo di una nuova stagione che mette in capo al governo transitorio la grande responsabilità della ricostruzione materiale, civile e politica. E quella della necessaria pacificazione, condizione necessaria per mantenere il Paese unito.
La Libia non ha storie democratiche alle spalle da ricordare, non ha una memoria genetica di pluralismo da risvegliare. Dalla monarchia di re Idris alla grande Jamahyria di Gheddafi, i libici sono passati da un autoritarismo all’altro, entrambi privi di solide istituzioni che non fossero le appendici strumentali del capo, e non hanno mai avuto quella società civile plurale di conio europeo (borghesia, professioni, ong e sindacati) ma semmai una ragnatela tribale modernizzata dai proventi dell’economia petrolifera.

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