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“Dal dolore per le primarie perse alla mia nuova vita da giramondo”

“Dal dolore per le primarie perse alla mia nuova vita da giramondo”

La Nazione di Firenze

Lapo Pistelli è il responsabile nazionale esteri del Pd

Firenze, 5 giugno 2011 – DIECI anni in politica estera, ora per Lapo Pistelli la nomina a responsabile esteri del Pd. Lo troviamo di corsa al telefono. Sta rientrando da Fiumicino.
Onorevole, settimana impegnativa?
«Densa. Ho incontrato il presidente palestinese Abu Mazen e il prossimo leader cinese Xi Jinping, e torno dal consiglio Italia-Stati Uniti presieduto da Sergio Marchionne».
E la prossima settimana?
«Prima sono in Israele e Palestina e poi un periodo un po’ più lungo fra Canada e Stati Uniti».
Com’è occuparsi oggi di politica estera per l’Italia?
«Complicato. Per molti anni Berlusconi aveva quasi convinto gli italiani che la politica estera era ciò che gli riusciva meglio. Che lui dava del tu al mondo».
E invece?
«Il bilancio è una tragica serie di gaffe e barzellette, la politica del cu-cu e una domanda ricorrente negli ultimi mesi ‘what is bunga bunga?’»
Lei di solito cosa risponde?
«Allargo le braccia e racconto un’altra Italia quella che il mondo ama davvero e che oggi è rappresentata in modo straordinario dal presidente Napolitano».
E’ tutto davvero così difficile?
«L’Italia ha da semnpre tre assi di politica estera. Quello atlantico con Obama è la cosa più facile il presidente americano per un democratico raramente sbaglia. Poi c’è l’asse europeo dove soffriamo una contraddizione. Nel mondo globale non esiste un futuro senza l’Europa eppure il messaggio conservatore populista tende a rinchiuderci nei confini nazionali e a considerare l’Europa un problema burocratico. Il terzo asse è il mediterraneo, il nostro giardino di casa, e questi mesi di primavera araba sono stati finora una stagione straordinaria. Ho viaggiato molto per Tunisia, Egitto, per il golfo, per cercare relazioni con la nuova politica».
E le ha trovate?
«Ci sono partiti che escono dalla clandestinità e giovani blogger. Un momento che ridà valore a parole antiche come libertà e dignità».
Si è occupato anche della Libia, della guerra?
«Il regime di Tripoli si sta sgretolando giorno dopo giorno e la buona notizia è che la Libia non sarà un nuovo Afghanistan. Però adesso è tempo di aprire un negoziato che permetta di trovare una soluzione per Gheddafi e per mantenere la Libia unita.
Lei si occupa di politica estera da anni.
«Sì, era anche il mio campo di studi. Me ne sono occupato in vari ruoli»
Questo è il più importante.
«Certo è che guidare per il primo partito italiano, dopo le Amministrative, sia nella politica estera che nelle relazioni con i partiti internazionali è un grande onore e una grande responsabilità.
Rimpianti per le primarie perdute a Firenze?
«Ogni sconfitta in politica è un grande dolore anche perchè mi ero candidato a Firenze per amore e non per carriera, ma la politica è fatta di vittorie e di sconfitte. Roma è la città dove si fa la politica estera e Firenze doveva scegliere un solo sindaco».

Pa.Fi.

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A proposito di Matteo

A proposito di Matteo

Ne scrivo come persona informata sui fatti. Lo conosco da 15 anni e ho condiviso un lungo pezzo di strada.


Ne scrivo così smetto di dare consulenze individuali a Roma a chi mi chiede di aiutarlo a capire.
Ne scrivo alla vigilia della riunione fiorentina, intestata originariamente a Pippo Civati, affollata da migliaia di democratici, giovani e non solo, alla ricerca di buona politica e da altri alla ricerca di un certificato di verginità restituita, e che porterà grande profitto politico al sindaco di Firenze.
Leggete “I barbari – saggio sulla mutazione” di Alessandro Baricco. E’ già tutto scritto lì. E’ un testo che sprizza intelligenza ad ogni riga e che definisce (non fermatevi ai pregiudizi suggeriti dal titolo) i confini del campo in cui collocare Matteo.
Bisogna applicare le regole sulla mutazione culturale a quel settore particolare della vita pubblica che è la politica.
Sono persona informata sui fatti.
Matteo viene da una famiglia impegnata nella sinistra dc, nasce all’impegno con i Comitati Prodi, ha lavorato con me come assistente parlamentare, è stato scelto come segretario provinciale del Partito Popolare prima e della  Margherita poi e, proprio in quella qualità, è stato candidato ed eletto Presidente della provincia a 30 anni.
Uno straordinario percorso che – se scrivessi con altri intenti su un altro giornale – potrebbe tradursi in una serie di luoghi comuni capaci di incrinare il personaggio di oggi: prima portaborse, poi cooptato come segretario provinciale, poi imposto dalla partitocrazia come candidato Presidente.
Di questo straordinario percorso porto una qualche responsabilità personale.
Dopo l’esperienza in provincia, le primarie per Firenze, la vittoria contro i tre altri candidati (fra i quali il sottoscritto) e oggi questa altrettanto straordinaria fase di “visibilità” nazionale.
Matteo è veloce, la sua qualità migliore in un mondo politico che sembra frenetico ma tende in realtà al bradipismo, che enuncia in ogni intervento il grande cambiamento attorno a noi ma che stenta poi anche a spostare un posacenere.
La sua velocità serve a stare in sintonia con la generazione multitasking e che si stanca presto se non continuamente sollecitata; serve inoltre a non farsi mai inchiodare (come l’ombra di Peter Pan) ad un errore, ad una contraddizione.
Matteo è veloce nei passaggi da una posizione all’altra, comprende al volo quando un luogo smette di dargli più energia di quanta gliene assorba. E’ veloce nel mutare il punto di osservazione e nel mixare – come Jovanotti – i riferimenti simbolici: da De Gasperi a Cecilia Strada, da Zygmun Bauman a Stefano Borgonovo, da Giuliano Ferrara a Victoria Cabello, da Nicky Vendola a Bruno Vespa. Un sistema cosmico che non prevede stelle fisse ma che esprime il fiuto sempre aggiornato per ciò che viaggia sotto la pelle del moderno. E’ veloce nelle guerre, veloce nelle rappacificazioni poiché il cupio vivendi non ammette processi troppo complessi e poiché sa che il potere politico si fonda – come spiegava Machiavelli – sull’amore o sulla paura, non sulla stima. Che anzi la polarizzazione dei giudizi – chi lo ama, chi lo detesta – è la prima condizione per imporsi come personaggio pubblico di prima fila.
A Firenze, è un sindaco molto apprezzato. Ha riportato la città nelle cronache nazionali con le sue apparizioni (e di ciò i fiorentini sono provincialmente molto fieri), è ubiquo e ama il contatto con le persone che lo ricambiano. Ha imparato la lezione dei sindaci Rutelli e Veltroni; parlare sempre dell’amore per la città, delle cose che vanno bene, dello sforzo per migliorare quelle che non vanno, rimuovere radicalmente dalla comunicazione le tristezze e i dubbi, atteggiamenti che non si addicono ai leader coraggiosi. Ha accarezzato finora la città per il verso del pelo, privilegiando interventi immediatamente visibili (chiusure e demolizioni) e rinviando quelli di trasformazione strutturale, di cui parla volentieri ma che colloca in un tempo molto, troppo futuro. E’ un motivatore per la sua squadra: bastone e carota e una instancabile tendenza a fissare traguardi con l’annesso guardaroba di titoli e punti esclamativi: i 100 giorni, i 100 punti, le 100 piazze, il giorno della pulizia dei muri, quello del fiume, quello della chiusura del centro ecc.
Da conoscitore del marketing, usa la comunicazione come pochi altri.
Alterna giornali e televisioni tramite i quali comunicare le novità per tenerli tutti ben vicini a sé; costringe un giornalismo in crisi di astinenza a seguire i suoi post su Facebook e ad amplificarli; pastura quotidianamente una comunicazione locale “embedded” cui non lascia spazio e tempo per seguire altro, passa con disinvoltura dalla comunicazione istituzionale di Porta a Porta, al confronto duro di Annozero alle “pogate” di Victor Victoria, calcando semmai l’accento fiorentino se partecipa alle trasmissioni delle tv locali.
Così, ha occupato interamente il campo.
Il Partito Democratico locale ne vive di luce riflessa e lo insegue, talvolta irritato per i suoi scarti imprevisti ma sempre desideroso della sua approvazione.
Il PdL si è arreso da tempo: come contrastare un sindaco che parla direttamente con i vertici nazionali del proprio partito? Che ha assorbito parole d’ordine che parlano alla pancia della destra (la velocità della decisione, l’efficienza del comando, l’ottimismo, il rapporto forte e devoto con la Chiesa, l’ordine e la pulizia in senso fisico e morale)?
Quale sarà il destino di Matteo da “grande” ?
La sfida per il governo, come gli scrivono i suoi fan “dopo avere già salvato Firenze”? La sfida per la leadership del PD ?
Matteo ama l’azzardo ma è anche un abile costruttore di reti e strategie che dopo, semmai, racconta come scelte del cuore. La narrazione oramai mitologica delle primarie fiorentine che l’hanno lanciato, del “Davide contro Golia”, del “solo contro l’establishment”, del “l’abbiamo fatta grossa” è il suo capolavoro di comunicazione più riuscito, un senso comune oramai consolidato che ha in realtà molti molti debiti con la verità di quella storia. Ma tant’è.
Sulla scena nazionale, Matteo attende, strappa, stempera le reazioni, consolida con una passata di talk show, si ferma, presidia il campo, attende un altro po’, ristrappa, contrasta le reazioni con vigore proporzionale alla forza guadagnata, riconsolida con una passata di talk show, si ferma.
E’ un metodo. Si tratta di immaginare le prossime tappe.
La capacità, il calendario, perché no ? la fortuna, gli diranno dove posizionare l’alzo del mirino.
Il ruolo di Sindaco gli ha permesso di evitare il rimprovero di arrivismo. Lui parla per gli altri, non per sé. Nel frattempo, ha esposto Zingaretti, Chiamparino, Vendola, attende che il tempo logori; ha proposto di scegliere una donna.
Ha parlato con noia e fastidio delle formule aride della politica nazionale, dei riti parlamentari, delle burocrazie, sapendo bene che la politica romana è un gioco nel fango, che ci si sporca facilmente, senza volerlo, che ci si consuma a velocità doppia, e che dunque il primo titolo di legittimazione è parlarne “da fuori”, contrapponendo la dura vita reale alle mollezze del transatlantico, la concreta politica locale alle discussioni arzigogolate di partito. Come sparare sulla Croce Rossa.
Ha conficcato il chiodo simbolico del ricambio dopo tre mandati, senza eccezioni, evocando il senso comune calcistico che le squadre e gli allenatori perdenti vanno a casa. Lo Statuto parla chiaro. Basta leggerlo. Ma quei tre mandati senza eccezioni così narrati annientano il Partito Democratico di oggi. Non D’Alema e Veltroni, non Fassino e Bindi, non Marini e Finocchiaro, ma Melandri e Lumìa, Fioroni, Parisi, Follini, Treu, Franceschini, Gentiloni, Realacci, Chiti, Ventura, Maran, Zanda, Tonini, D’Antoni, molti altri, perfino Letta e Bersani.
Una battaglia così impostata produrrebbe l’effetto di “salvare” i più logorati e punire i meno esposti, salvando magari chi, portaborse, portavoce, portapancia, portacorrente ha una sola legislatura. La matematica come alibi di rinuncia del giudizio politico.
I giornali parleranno delle conclusioni di domenica ma Firenze varrà per la maratona del sabato. Ci saranno fuochi d’artificio ed effetti sorpresa, musiche, frasi proiettate, video, tutte cose che chi ha già lavorato con Matteo, conosce bene. Ma varranno le parole della politica. Ciascuno giocherà – come insegna Andy Warhol – la propria carta di freschezza, di linguaggio e di contenuto nei 5 minuti assegnati. Un modello pesantemente debitore ai formati televisivi del talent show.
“Potrebbe essere … il normale duello fra generazioni, i vecchi che resistono all’invasione dei più giovani, …e tutte quelle cose che sono sempre successe e abbiamo visto mille volte. Ma questa volta sembra diverso. … Di solito si lotta per controllare i nodi strategici della mappa. Ma qui, più radicalmente, sembra che gli aggressori facciano qualcosa di molto più profondo: stanno cambiando la mappa”.
E’ davvero così ?

Il caso Firenze

Il caso Firenze

A seguito dei provvedimenti della magistratura fiorentina, il capogruppo del Partito Democratico a Palazzo Vecchio ha sollecitato il partito ad aprire una riflessione non reticente sul tema del rapporto fra etica e impegno politico, sui possibili conflitti di interesse che sorgono nell’amministrazione della cosa pubblica, in una parola sulla esistenza o meno di una “questione morale” interna al Pd fiorentino. In questi ultimi due giorni hanno preso la parola alcuni protagonisti della vita cittadina, il sindaco per annunciare un nuovo piano strutturale “trasparente e chiaro” e per isolare le mele marce, l’ex sindaco per ridimensionare la portata dell’indagine (“non vedo mani sulla città, ma alcuni casi isolati”), il presidente della provincia per sottolineare come “la filiera del controllo non avesse funzionato” ma anche per “evitare generalizzazioni e strumentalizzazioni”. Il direttore della cronaca fiorentina della Nazione, proprio stamani, ha invitato il Pd a non fare finta di nulla, a interrogarsi seriamente sulla vicenda e sulla stagione politica che l’ha prodotta.
Il tempo nel quale siamo chiamati a questa riflessione non è dei migliori se si pensa per un attimo alle storie e storiacce che arrivano dalla Campania, dalla Puglia e, ultima ma non ultima, dalla regione Lazio. Sono storie di debolezze e di mediocrità umane che hanno regalato al Presidente del Consiglio argomenti per depistare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle proprie più rilevanti questioni, hanno offerto alla falange dei suoi dichiaratori da tg occasioni per offrire solidarietà pelose agli esponenti del Pd coinvolti, hanno inflitto al popolo del centrosinistra motivazioni ulteriori per alimentare un carico già pesante di sfiducia, di rabbia, talvolta di rassegnazione.
Tuttavia, in assenza di sedi politiche proprie dove svolgere questa analisi e da sempre scettico sul fatto che i giornali siano la sede migliore dove scambiarsi opinioni, svolgo anche io in forma di riflessione aperta il tema lanciato da Bonifazi e ripreso dalla Nazione. E non è facile perché lo spunto nasce dai presunti comportamenti di persone che abbiamo conosciuto e stimato in tanti (e ai quali auguro ovviamente, prima per se stessi e poi per tutti noi, di poter spiegare o quantomeno ridurre il carico delle accuse) e poi perché il rischio di scivolare o nella difesa ad oltranza o nella comoda individuazione di un capro espiatorio può prendere la mano.
Se dovessi violentare la mia naturale inclinazione alla complessità e dovessi rispondere in modo secco alla domanda “c’è una questione morale nel Pd a Firenze ?”, la mia risposta è “no”. Read the rest of this entry