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Iran, serve un leader realista

Iran, serve un leader realista

Iran, serve un leader realista

di LAPO PISTELLI 

Lettera pubblicata su La Stampa del 14.06.2013

 

Caro Direttore,

gli iraniani scelgono oggi il successore di Ahmadinejad. E’ un passaggio stretto e difficile innanzitutto per Teheran, cui il mondo guarda però con estremo interesse.

Il Consiglio dei Guardiani ha selezionato preventivamente i candidati mutilando fortemente la griglia degli sfidanti, impedendo di correre agli esponenti di punta del fronte riformista (che si richiamavano larvatamente all’onda verde del 2009) ma anche a quelli del fronte radicale, impegnati a cercare una continuità con il Presidente uscente.

Cionondimeno, la campagna elettorale ha dimostrato – nell’inedito format dei tre confronti televisivi all’americana – una certa vivacità anche fra gli esponenti dei principalisti, legati tutti a un rapporto di fedeltà con la Guida Suprema. Se il programma nucleare a scopi pacifici è un tema che unifica da sempre e compattamente non solo tutti i candidati alla Presidenza- ma anche gli oppositori più critici del regime, il modo con cui Teheran si è rapportata col mondo, negoziando questa partita – per non parlare della gestione dell’economia – ha invece fortemente diviso i candidati fra loro. Read the rest of this entry

Io la penso così

Io la penso così

E’ passato un mese dalle elezioni.In altre decadi, il Paese avrebbe aspettato con pazienza la soluzione di una crisi, la composizione paziente del puzzle fra partiti. Senza andare troppo indietro nel tempo occorse oltre un mese al Berlusconi vincitore del 1994 per mettere assieme il Polo della Libertà e quello del Buongoverno, l’alleanza a Nord con la Lega e quella a Sud con Alleanza Nazionale, che si erano sparati colpi di artiglieria per tutta la campagna elettorale (“con i fascisti mai”, “con voi nemmeno”) per formare un governo farlocco che durò meno di sette mesi. Ma oggi, nel tempo del “tutto, subito, qui e ora”, questo stallo sembra inaccettabile, incompatibile col ritmo delle nostre vite, col ritmo del mondo. Perciò cresce la pressione, nelle conversazioni in rete e nelle chiacchiere del caffè, in metropolitana e nelle discussioni in famiglia e fra amici: da anni non capitava di ascoltare così tanta gente (s)parlare di politica.Io la vedo così. E non sarò brevissimo.

  1. Chiaro e comprensibile lo scoramento del Pd e del suo elettorato. Quando vinci, festeggi. Quando perdi, ti incazzi, poi ti metti l’elmetto e organizzi l’opposizione. Ma noi ? Con l’elmetto in testa e la bottiglia di spumante sul tavolo, abbiamo vinto ma non possiamo governare; abbiamo perso ma siamo maggioranza relativa in Parlamento, e alla Camera un gruppo così grande non si vedeva da 25 anni. Lost in translation. Se dici che hai vinto, un commentatore ti sfotte da destra. Se analizzi la sconfitta, un altro commentatore ti sfotte da sinistra e ti dice che dobbiamo imparare da Berlusconi che festeggia a 42 denti anche quando ha preso 6 a 0 ed è così che tiene stretto il suo elettorato.
  2. Sono sereno nel confessare che sono fra quelli rimasti tragicamente delusi dal risultato. Ovviamente confronto i numeri reali con le aspettative, e con i sondaggi forniti fino al lunedì mattina. Ci si poteva aspettare il boom di Grillo o il ritorno di Berlusconi, ma entrambi i fenomeni in contemporanea francamente no. Ogni recriminazione ha i suoi contenuti di verità: non si diventa leader di un Paese per default, non si abbandonano agli avversari le piazze e le tv per rintanarsi nei teatri con i militanti, non si fa campagna elettorale con troppa responsabilità e senza promesse accattivanti ecc ecc. E’ il famoso senno di poi. Aggiungo io: sapevamo che il prezzo del sostegno a Monti dopo il rischio di default berlusconiano sarebbe stato elevatissimo ed è per questo che non ho mai pensato che la lista Monti sarebbe decollata; l’ironia di Crozza sui tripli cognomi e gli elettori da Rotary era una buona fotografia sociale di un’Italia rappresentativa di una minoranza, qualificata quanto volete, ma minoranza. E aggiungo anche, senza alcuna malizia: non si sceglie Bersani in tre milioni, con il suo profilo solido e popolare, con lo slang farcito di metafore, con lo sguardo corrucciato di chi vede la burrasca economica, per attendersi poi una campagna alla Obama.  Read the rest of this entry

Tocca a noi

Tocca a noi

[Articolo pubblicato su Europa del 08.11.2012]

Quando ci siamo chiamati “democratici” nel 2008, c’era anche quello sullo sfondo: rinunciare ai vecchi aggettivi ideologici che connotavano la nostra identità e decidere di appartenere a un campo grande, mondiale, dove non potevano mancare i democrats americani.

Suona facile ricordarlo oggi, dopo la riconferma di Barack Obama alla Casa Bianca, ma è giusto ricordarlo proprio ora che tutta Europa, destra e sinistra, si compiacciono per la riconferma del Presidente e dopo che sono più rari dei rinoceronti albini gli esponenti del centrodestra italiano, entusiasti adoratori di George W.Bush, che hanno esplicitato il loro sostegno ideale a Mitt Romney.

Barack Obama ha vinto bene, meglio delle pur cautamente ottimistiche previsioni della vigilia. Ha vinto fra i grandi elettori e nel voto popolare. Ha vinto dopo quattro anni durissimi che lo hanno costretto a ridimensionare un’agenda di impegni che avevano fatto innamorare il mondo del giovane senatore di Chicago.

All’insegna del “change and hope”, Obama si era prefisso obiettivi ambiziosissimi perché segnati da una sorta di idealismo kantiano: “reset” con la Russia, “engagement” con l’Iran, rilancio del multilateralismo, chiusura della guerra irakena, impegno nuovo sulla non-proliferazione, patto ideale con l’Islam, per non parlare degli obiettivi di politica domestica sulla riforma della sanità, delle pensioni, dei mercati finanziari, dell’inclusione all’insegna del sempreverde “sogno americano”.

Hanno votato in meno, in molti meno del 2008, ma stavolta la riconferma era più difficile. La destra pensava di avere già lavato la propria coscienza concedendo un solo mandato al presidente afroamericano, Wall Street aveva girato bruscamente le spalle nonostante una riforma considerata da molti troppo timida, le sette evangeliche rilanciavano ossessivamente l’idea del Presidente cripto-musulmano che pregava di nascosto sul suo tappetino nello Studio Ovale. Read the rest of this entry