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102 minuti, 10 anni fa

102 minuti, 10 anni fa

Quante volte abbiamo detto, letto, scritto “niente sarà più come prima ?”
La caduta delle Torri – nel suo “sublime orrore” – resta l’atto di guerra più visto, fotografato, filmato, raccontato, meta-narrato della storia dell’uomo. Ogni singolo abitante del pianeta che fosse in età della ragione ricorda perfettamente dove era e come visse quei 102 minuti, chi lo informò di quanto stava accadendo, attraverso quale teleschermo vide attonito il compiersi della tragedia. Nemmeno lo sceicco dei terrore aveva calcolato fino in fondo l’impatto di quel gesto, la possibilità reale del crollo dei due edifici.
Dieci anni dopo quel drammatico mattino di settembre, come è cambiato il nostro pianeta?
La minaccia terrorista del fondamentalismo e del network di Al Qaeda è probabilmente più debole: dieci anni di “guerra al terrore”, l’eliminazione dei principali capi hanno inferto colpi durissimi ad un’organizzazione che poco tempo fa levava il sonno all’intelligence dell’Occidente. Quest’anno poi, il sommovimento generazionale dei Paesi arabi ha offerto una alternativa politica pacifica e democratica alla disperazione dell’estremismo, ha proposto metodi e obiettivi diversi non riconoscendo la logica dell’annientamento del nemico, ha così isolato il reclutamento del fanatismo jihadista ad alcuni, pur importanti, Paesi rendendo improbabile quello “scontro di civiltà” di cui tanto si era parlato.
Tutto questo ha avuto però un costo molto elevato per i protagonisti dello scontro. Anche gli Stati Uniti girano la boa di questo decennio più deboli, rimanendo sì la “potenza indispensabile” di cui parlava Madeleine Albright ma uscendo stremati da uno sforzo militare ed economico il cui rapporto costi/benefici resta dubbio. Migliaia di soldati uccisi, decine di migliaia di insorgenti e civili caduti, centinaia di miliardi di dollari bruciati ogni anno, che hanno gravato il bilancio federale del gendarme del mondo.
In Europa, e non soltanto a causa delle bombe di Londra e Madrid, la paura si è insinuata con forza nell’agenda della politica di questo decennio e sono stati i partiti conservatori quelli più abili a capitalizzare questo nuovo sentimento collettivo. In ogni Paese vi è stata la disponibilità a scambiare un di meno di libertà individuale per un di più di sicurezza percepita, nel modo di viaggiare, di disporre dei nostri dati personali, di affrontare la materia dell’immigrazione e dell’integrazione del diverso da sé. Anche in questo caso, l’America, da Paese vittima dell’attacco, è stato quello più disponibile a ridiscutere principi e garanzie in nome della “homeland security”.
Il mondo non è stato più come prima, è vero, Ma anche se questo stona apparentemente con la necessità di ricordare e celebrare una ricorrenza così tragica e importante per l’immaginario collettivo del mondo, credo che la causa principale del cambiamento in corso nel pianeta non risieda in ciò che quell’atto di guerra ha svelato e comportato ma in ciò che esso ha nascosto, ha allontanato dai riflettori. All’ombra della decennale guerra al terrore, delle campagne di Irak e Afghanistan, al riparo dalla narrazione politica sul nemico fondamentalista, è proseguito impetuoso il risveglio dell’Oriente, dell’elefante indiano e del dragone cinese che hanno modificato radicalmente gli equilibri del pianeta. E proprio l’impegno economico e militare profuso dagli americani e dagli alleati europei, mentre l’Asia si concentrava sullo sviluppo economico domestico e assisteva inerte alle operazioni di polizia internazionale, ha semmai accelerato il trasferimento di potere da Ovest a Est. Un nuovo equilibrio di cui misuriamo oggi gli effetti, nei mesi in cui la capacità offensiva delle bombe è stata sostituita da quella più sottile della finanza.
E’ stato comunque il primo decennio della consapevolezza globale dell’umanità e – dato che da ogni crisi si può uscire in avanti o arretrare per paura – il nostro auspicio è che il ricordo di quel martedì mattina, di quelle vittime, ci sia oggi di stimolo per affrontare con coraggio le difficoltà davanti a noi.

Pubblicato su Europa il 10 settembre 2011

L’altra America di Tucson

L’altra America di Tucson

E’ dura passare dall’America di Clint Eastwood, quella dell’ultimo post, all’America di Tucson, del quasi omicidio della deputata democratica, del diritto costituzionale di portare la pistola alla cintura, anche se si è palesemente svitati.
Ne ho parlato oggi pomeriggio nella finestra di Linea Mondo su YouDem, condotto da Gabriella Radano e in collegamento con Vittorio Zucconi.
Per gli amanti del genere, questo è il risultato.

La grande notte del cambiamento

La grande notte del cambiamento
una delle foto che ho scattato alla Convention di Denver

Una delle foto che ho scattato alla Convention di Denver

E’ stata una grande notte. Confesso di essere un po’ stanchino (come diceva Forrest Gump dopo la sua interminabile corsa), ma la grande svolta americana mi dà l’energia per restare ben sveglio e guardare al futuro con entusiasmo e ottimismo.
Dopo la notte elettorale seguita a Firenze insieme a tanti amici, stamattina presto sono tornato a Roma per una serie di interviste e partecipazioni televisive, ovviamente per commentare la vittoria di Barack Obama.
La domanda più ricorrente è: cosa cambia? Domanda scontata, visto che Obama ha puntato tutto sul “change“, fino all’esultanza della scorsa notte: “Ora il cambiamento è arrivato“. Sono tanti i fattori di cambiamento, non si tratta solo del primo afroamericano alla Casa Bianca. Già ieri – prima del risultato – il New York Times in prima pagina scriveva che “comunque vada a finire, il voto del 4 novembre sarà l’apice di una delle più straordinarie elezioni presidenziali in 232 anni della nostra storia, perché sono tante le pietre miliari raggiunte, i paradigmi sfidati, le passioni sollevate che fanno meritare a questa campagna aggettivi come epocale, di svolta, storica, unica nella vita“. Tutto ciò che ha accompagnato il percorso elettorale è fuori proporzione: dal numero degli iscritti alle liste elettorali alla partecipazione dei giovani fino alle lunghe code fuori dai seggi. E’ stato sfatato il luogo comune della scarsa partecipazione alle elezioni americane. Read the rest of this entry