Lapo Pistelli

Il blog.

I turisti della democrazia e l’apertura agli immigrati

Inviato da Lapo Pistelli il 3 luglio 2009

In un post del 12 giugno, scrivendo sulla “nuova casa per i Democratici in Europa” e del nostro incontro con Martin Schulz, avevo inserito il video dell’imbarazzante intervento di Silvio Berlusconi (in qualità di Presidente di turno del Consiglio Ue) al Parlamento europeo nel 2003, l’intervento del “kapò″ e dei “turisti della democrazia”. Un amico fiorentino che vive a Bruxelles mi ha segnalato un video più completo, in cui vale la pena rivedere anche l’intervento di Martin Schulz (in un vivace tedesco, sottotitolato in italiano). Eccolo qua:

 

Il video dura 8 minuti, vi prego di guardarlo tutto fino in fondo, perché il finale è assolutamente da non perdere, oggi che il Parlamento ha dato il via libera al pacchetto sicurezza con il reato di clandestinità.
Nel 2003, al Parlamento Ue – dopo aver insultato Schulz e gli europarlamentari “turisti della democrazia” - Berlusconi diceva sull’immigrazione: “Se c’è un paese che affonda le sue radici nel cristianesimo, un paese generoso, aperto a chi ha di meno e a chi soffre, questo paese ho l’orgoglio di dire che è il mio paese, è l’Italia!”.

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I vescovi e la questione (im)morale del Paese

Inviato da Lapo Pistelli il 7 giugno 2009

Oggi, nella seconda giornata elettorale, ripropongo una bella lettera scritta da un prete, don Paolo Farinella, al Cardinale Bagnasco (presidente della Cei). Scritta il 31 maggio, è stata pubblicata ieri (6 giugno) sul quotidiano L’Unità.

Egregio sig. Cardinale,vescovi

viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E’ il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città.

Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato – o meglio non ha trattato – la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica.

Lei e il segretario della Cei avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe: la moglie accusa pubblicamente il marito presidente del consiglio di «frequentare minorenni», dichiara che deve essere trattato «come un malato», lo descrive come il «drago al quale vanno offerte vergini in sacrificio». Le interviste pubblicate da un solo (sic!) quotidiano italiano nel deserto dell’omertà di tutti gli altri e da quasi tutta la stampa estera, hanno confermato, oltre ogni dubbio, che il presidente del consiglio ha mentito spudoratamente alla Nazione e continua a mentire sui suoi processi giudiziari, sull’inazione del suo governo e sulla sua pedofilia. Una sentenza di tribunale di 1° grado ha certificato che egli è corruttore di testimoni chiamati in giudizio e usa la bugia come strumento ordinario di vita e di governo. Eppure si fa vanto della morale cattolica: Dio, Patria, Famiglia. In una tv compiacente ha trasformato in suo privato in un affaire pubblico per utilizzarlo a scopi elettorali, senza alcun ritegno etico e istituzionale. Leggi tutto »

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La lunga marcia del berlusco-fascismo

Inviato da Lapo Pistelli il 24 maggio 2009

“… potevo fare di quest’aula sorda e grigia il bivacco per i miei manipoli…”
Il 3 gennaio 1925, dopo una crisi del regime durata alcuni mesi e causata dalla reazione dell’opinione pubblica al delitto Matteotti, Mussolini con un discorso muscolare alla Camera dei Deputati chiude la fase rivoluzionaria del fascismo, rivendica esplicitamente ogni responsabilità per i fatti degli ultimi tre anni e apre la fase della dittatura, quella in cui, in pochi anni e con poche radicali nuove leggi, il fascismo permea di sé ogni nervatura istituzionale ed ogni aspetto della vita sociale ed economica del Paese.

Sono in Parlamento da diversi anni ma non ho esitazioni ad affermare che la Camera è oggi ridotta concretamente ad un bivacco per i manipoli della maggioranza. Il dibattito serve puramente a fare trascorrere, senza ascoltare, il tempo riservato all’opposizione per poi votare secondo disciplina; l’iniziativa legislativa è per il 95% riservata al Governo e non più al Parlamento; quest’ultimo è schiacciato da un continuo ricorso al voto di fiducia motivato dalla immotivata ragione che ogni discussione è una perdita di tempo; gli annunci politici che contano si fanno in tv ai talk show della sera; alle interrogazioni e alle interpellanze con le quali si controlla e si indirizza l’operato del governo si risponde, se se ne ha voglia, con mesi di ritardo.
Il Parlamento non è di moda: una casta troppo ben pagata, cooptata e non eletta, piena di benefit veri e presunti (tanto smentire non cambierebbe la percezione generale), illuminata dalla ribalta televisiva solo quando si vota al posto del compagno di banco, si litiga o si mostrano striscioni, si mangiano fette di mortadella per festeggiare la caduta di un governo e si scagliano fascicoli contro i colleghi. Da lì a seguire – cioè a scendere la scala istituzionale – la contestazione riguarda consigli regionali, comunali, circoscrizioni, i luoghi istituzionali della politica e trova sempre nuovi aedi della critica radicale.
berlusconi-mitraE’ in questa atmosfera di avvelenamento delle sorgenti, di progressivo svilimento delle istituzioni, sapientemente costruita nel tempo e contro il quale il Presidente Napolitano si batte come un leone, che Berlusconi ha fatto cadere, lieve come una piuma e velenosa come il cianuro, la proposta di un disegno di legge di iniziativa popolare per ridurre i parlamentari in Italia. Lo ha fatto due giorni dopo aver definito il Parlamento “pletorico” ed avere chiesto alla platea degli industriali pazienza verso un Premier che vorrebbe più poteri ma che è costretto a sprecare tempo in un’aula-bivacco che decide l’approvazione o il rigetto di un emendamento con il pollice dritto o verso con il quale si decideva al Colosseo la vita dei gladiatori. Un’altra usanza vera, un gesto per intendersi all’interno di un gruppo e per orientare il voto, che rafforza però non casualmente l’immagine della bolgia inutile, poco moderna, dispendiosa e frenante le migliori energie del Paese. Leggi tutto »

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Lo scenario politico, il Partito Democratico, le elezioni europee e le amministrative. 1^ puntata

Inviato da Lapo Pistelli il 11 maggio 2009

Lo scenario politico

Fra quattro settimane, gli italiani saranno chiamati alle urne per le elezioni del Parlamento europeo e per il rinnovo di un gran numero di amministrazioni comunali e provinciali. coordinate-cartesiane
Si tratta di un test politico di grande importanza poiché dopo un turbine di sondaggi sapremo finalmente il giudizio sintetico che il corpo elettorale esprime su un anno di governo Berlusconi, sul progetto del Pd, sui gruppi dirigenti locali, sullo stato di salute del progetto europeo. Tanta roba. Anche difficile da decifrare, appunto, in un giudizio sintetico.
Per questo ci dedicheremo a questa complicata vicenda in 4 puntate.
Secondo alcuni - e spesso la mia analisi o meglio il mio stato d’animo spinge in quella direzione – abbiamo di fronte il Berlusconi più forte degli ultimi 15 anni.
Molte sono le ragioni di questo rapporto di forze. Innanzitutto la concentrazione di potere politico, economico, mediatico ha toccato il suo apice e sembra che, al di là dei tentativi dell’opposizione, anche quelle parti dell’establishment economico, della borghesia italiana, della Chiesa, che una volta marcavano una distanza dal progetto berlusconiano abbiano, nella migliore delle ipotesi, tirato i remi in barca quando invece non manifestano una vera e propria infatuazione tardiva verso il leader della destra italiana.
In seconda istanza, è triste ma giusto riconoscere che la società si è mitridatizzata alle dosi di veleno progressivo che il berlusconismo ha inoculato nelle vene del nostro corpo: atteggiamenti, frasi, dichiarazioni che pochi anni fa avrebbero sollevato un sano sdegno, una capacità di reazione, quel classico “vergogniamoci per lui” – e che ancora oggi stupiscono qualsiasi osservatore o cittadino straniero abituato a ben altri standard politici – passano oramai nell’indifferenza generale ed anzi fanno parte del senso comune sullo sputtanamento della politica. Romano Prodi si tirò addosso una valanga di critiche quando disse, anni fa, che Forza Italia era tendenzialmente il partito di quelli che parcheggiavano in seconda fila e chiedevano sempre l’aiutino. Non disse mai il giorno dopo di essere stato frainteso e colpì per un linguaggio insolitamente diretto ma non era lontano dal vero. Poco importa ora che non ci sia primo ministro di un Paese del G8 che faccia parlare di sé per le veline in lista o per le feste a sorpresa con i collier di diamanti in tasca. Questa è l’Italia di oggi e il premier, quando non strapazza personalmente gli avversari, è comunque sempre scortato da una falange di picchiatori politici e mediatici che si incaricano sempre di spiegarti che un bel rutto in televisione è popolare e fa audience e che chiunque non si adegui a questo linguaggio è un aristocratico fuori mercato.
Matteo Colaninno, pochi giorni fa, mi diceva che è vero che in Italia manca probabilmente un Obama capace di suscitare speranza e cambiamento ma che forse un Obama in questa Italia, altrettanto probabilmente, perderebbe le elezioni.
Da ultimo, Berlusconi è forte perché sono più deboli i suoi avversari, cioè noi. Mentre il Pd è nato da un complicato processo di congressi e fusioni, il PdL è nato da un discorso su un predellino e si è concretizzato con ben maggiore rapidità e senza dispute sulla leadership, completando la transizione del centrodestra italiano in anticipo sul centrosinistra.
In proposito, il sondaggio Ipsos sul Sole 24 ore di due domeniche orsono scolpiva con chiarezza una condizione preoccupante di minorità dell’opposizione in tutti i segmenti sociali italiani, anagrafici, professionali, territoriali. Prendendola con ironia, veniva da citare l’eccezionale Michele Serra che concludeva un suo pezzo invitando a prendere atto che il centrosinistra è culturalmente minoritario e che comunque valeva la pena che questa “minoranza di persone per bene si facesse compagnia” in attesa di tempi migliori.
Secondo altri, e non si tratterebbe di un generico richiamo all’ottimismo, il ciclo berlusconiano è a un passo della sua conclusione. Tutti gli eccessi dell’ultimo semestre – vitalità ormonale, copie dei suoi discorsi vergati su pergamena e regalati ai congressisti del PdL – sarebbero il finale pirotecnico di un periodo che comunque volge alla fine, che esorcizza la crisi non comprendendola, che si è rivelato incapace di qualsiasi riforma di struttura indulgendo sui tasti di sempre (libertà dalle regole, sicurezza e immigrazione, case e condoni come volani della ripresa), puntando sempre – avrebbe detto Verga – alla “roba” del Paese, anche mangiandosi quindici anni di risanamento macroeconomico come in un tragico gioco dell’oca visto che il rapporto debito/Pil è tornato al 120% come nei primi anni 90.
Questo vicolo cieco si rivelerà presto, fra qualche mese, al momento della discussione sul Dpef, il documento che spiega le riforme da fare e le accompagna con l’indicazione delle risorse da spendere. Finita la finanza creativa, finita anche la fase delle riforme fatte con i soldi dei privati (dalle banche, alla sicurezza in outsourcing con le ronde, al “piano casa” con l’aumento fai da te delle cubature), si vedrà se il Paese è pronto ad ascoltare anche un’altra campana, meno squillante, forse troppo seria, però vera.
E qui entra in gioco il Partito Democratico, cioè noi. Ma di questo parliamo domani.

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