La Befana ha messo nella calza del Partito Democratico un bel dibattito sul ruolo delle primarie di cui sentivamo la mancanza.
Non mi nascondo dietro una delle malattie della politica italiana che vengono evocate a comando, il “benaltrismo”, espediente che permette di giocare ai quattro cantoni con i temi richiesti dicendo sempre “ben altri sono i problemi…”, la Fiat se si parla di Università, l’Università se si parla di Fiat, le alleanze se si parla di legge elettorale, e via benaltrando.
Dirò la mia in estrema sintesi (la massima che mi riesce) poiché il tema è talmente vasto e ricco di sfumature che si rischia il trattato.
Amo la politica americana, con tutte le sue virtù e tutti i suoi vizi, e dunque amo le primarie che da un centinaio di anni selezionano ogni candidato di partito alle cariche pubbliche, si badi bene, in assenza di obbligo di voto (in America votare è un diritto, non un dovere: ergo ci si iscrive alle liste elettorali come da noi si prende la patente) e in assenza di partiti apparato organizzati su base stabile.
Le primarie, anche per chi le sperimenta da cento anni oltreoceano, hanno dei servofreni e servosterzi fondamentali fra i quali la disciplina del perdente, l’inclusività del vincitore, la distanza fra primarie ed elezioni vere che permetta all’uno e all’altro di esercitare quelle virtù, rappacificandosi.
Scarsa storia e scarsa esperienza in materia ha avuto l’Europa, più ideologica, più sanguigna nella lotta politica, più ammalata di scissioni fratricide, più devota al Partito Chiesa che tutto ricomprende, assolve, organizza.
In Italia siamo stati avanguardia e laboratorio. Ne dobbiamo rivendicare il merito.
Anche con abusi terminologici: ’elezione diretta del segretario non è una primaria, è una semplice elezione diretta. Lo scimmiottamento del linguaggio travisa il significato.
Le primarie per Prodi non furono primarie americane. Tanta gente ma nessuna vera competizione. Il candidato Bertinotti affermò che se anche avesse vinto lui le primarie, il candidato era comunque Prodi. Ergo, primarie come forma di coinvolgimento, rilegittimazione politica, trasfusione di sangue ad una coalizione fredda ma non metodo selettivo di una candidatura.
Già quelle primarie pongono un problema: partito o coalizione ? In via di fatto, il problema è stato risolto poiché il candidato vincente a prescindere era preventivamente accettato da tutta la coalizione e soprattutto dal partito maggiore. Ma cosa sarebbe accaduto in caso di candidati confliggenti, espressione di diversi partiti ? L’elezione a primo segretario del Pd di Veltroni (ripeto, chiamate primarie ma in realtà elezione diretta) svolsero implicitamente la funzione di superare un rischio, poiché evitarono un’elezione diretta fra Rutelli e Fassino, cioè fra i due segretari dei due principali partiti fondatori.
A Firenze, come in pochi altri casi, abbiamo fatto primarie vere, verissime: selezione della candidatura per la elezione successiva, accettazione di un pezzo della coalizione successiva che presentò un suo candidato. Ho già detto altre volte che non condivido la raffigurazione mitologica del nuovo contro la nomenclatura: tutti i 5 candidati svolgevano pregiate funzioni pubbliche con disponibilità di rapporti e di contatti mediatici. E ciascuno aveva avuto e aveva padrini e amicizie in abbondanza. Ma non è questo il punto principale. E’ invece vero che tutti e 5 candidati si sentivano pronti per quella funzione, esprimevano la loro idea di città (talora diversa, talora no), partecipavano senza secondi fini, correvano per quella gara.
Quella stagione di primarie evidenziò un potenziale problema: la partecipazione di tutti i cittadini, non dei soli iscritti, non dei soli elettori registrati al Pd, cambia la geografia del voto. Le primarie fiorentine sono state studiate a fondo dall’Università di Firenze e Cagliari, con interviste ed exit polls e hanno offerto spunti interessanti sulla geografia del non voto, del voto dell’Idv o dei cittadini autodichiaratisi di destra. Un recente volume di Asia Fiorini, pubblicato dalla CGIL, ne dà conto.
Dopo il caso fiorentino, in generale dopo la tornata 2009, le primarie hanno vissuto una stagione diversa l’anno scorso che evidenzia alcuni problemi.
In generale, prendendo a riferimento città in cui si è votato più volte in pochi anni, è bruscamente calata la partecipazione al voto; ergo, lo strumento di coinvolgimento fresco e nuovo ha perduto parte del suo fascino. In questo contesto, la presenza di candidati “altri” rispetto al partito principale della coalizione, al soggetto dunque che ha materialmente organizzato il voto, che presenta al voto molti candidati e non uno solo in nome della democrazia, ha configurato in alcuni casi delle vere e proprie “opa” di minoranza, che hanno disorientato lo stesso Pd. Si badi bene, il tema non va banalizzato con lo schema nomenclatura/società civile. Il punto per me è un altro. Che fare di una struttura di partito che perde fiducia in se stessa, che organizza ma non guida, che diviene veicolo strumentale di altri ? Mi pare legittimo che un partito discuta di questo.
Infine, dentro il Pd, per effetto della sua divisione interna, è scattata un’altra dinamica, per me negativa: contarsi per contare. In qualsiasi città, candidarsi da assessore, da consigliere regionale, da deputato dà la certezza di poter raggranellare qualcosa, 10%, 20%, non per misurarsi su quella posizione, ma per determinare poi un paio di assessori, la propria ricandidatura successiva, il proprio peso ai congressi.
Così, anche un innamorato delle primarie come me, pur perdente, si disamora.
Torino offre un esempio preventivo da manuale: Fassino è largamente in testa in qualsiasi sondaggio vero; ha ricevuto attestazioni di stima preventiva – quasi che fosse già Sindaco – da don Ciotti, da Marchionne, da Benassia, cioè da volontariato, industria, cassa di risparmio, da chi pensa che sia la persona adatta di questa stagione. Ma l’ultimo segretario dei ds deve convincere innanzitutto 10 segretari di circolo, preventivamente terrorizzati che scatti qualcosa di anomalo nella pancia del loro partito, che i sondaggi non registrano, che i giornali evocano e chiamano attirati da un’altra potenziale tonnara politica.
Trovo naturale dunque che il Pd rifletta sullo strumento dopo due anni. Trovo ridicolo che il sistema politico italiano pretenda che il Pd sia l’unico partito che va a primarie su tutto mentre gli altri giudicano ma tengono ben chiusi i propri fortini. Trovo sbagliato che le primarie diventino l’unico codice fondativo di un partito che – spero – abbia la pretesa non di parlare d’altro, ma “anche” di altro e che dunque questo sia il tema che scalda i suoi dirigenti e quadri.
Infine, dato che penso che in questo Paese serviva a dicembre e servirebbe oggi un bel governo a guida Mario Draghi, non credo che raggiungerei mai questo disegno pregando il suddetto a partecipare alle primarie con Nicky Vendola…. Ma questo “è un altro discorso”.
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