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Countdown -2: la lunga vigilia

Innanzitutto mi scuso per il silenzio di questi giorni. Vedo dal counter che avete continuato a verificare se il blog veniva aggiornato – e vi ringrazio di questo – ma, purtroppo, devo avere avuto l’ennesimo problema informatico ad aggiornare il sito dalla Grande Mela.

Ho appena finito di ascoltare Gianfranco Fini intervistato da Lucia Annunziata e devo confessare che si è trattato di una delle prime trasmissioni da diverso tempo utile a chiarire alcune nebbie che ci separano dal voto di martedì e dai giorni successivi.

Da giovedì a sabato, effetti del calciomercato anticipato, gli allibratori della fiducia avevano ricominciato ad accettare giocate sull’1, vittoria interna della maggioranza, seppur di misura.
Da ieri, e non per l’effetto emotivo della bella piazza vista assieme con il Partito Democratico, si ricomincia a giocare l’X 2, la vittoria esterna dell’opposizione.

Vale la pena di ribadirlo. Il ciclo politico del 2008 è finito, sia che la sfiducia passi di un voto sia che accada il contrario. Questa maggioranza, con questo capo del governo, può chiuderci l’aula a tempo indefinito poiché intanto non ha le condizioni politiche per discutere e approvare alcunché. E la consueta disponibilità di mezzi sussurrata dai “bravi” (manzonianamente) del capo, unita alla sua alterigia, non hanno prodotto gli effetti sperati.

Fini ha detto con insolita chiarezza due cose. Che da mercoledì mattina, Futuro e Libertà passa comunque all’opposizione (ergo, il voto sulla riforma Gelmini era un’ultima offerta di pacificazione); che chi vota la fiducia dando magari il margine decisivo di apparente sopravvivenza del Cavaliere si condanna proprio allo scioglimento delle Camere poiché questo sarebbe il disegno di Berlusconi dopo aver ricevuto la fiducia (a dispetto dunque della odierna saggezza popolare che associa la compravendita del voto alla durata della legislatura).
Una terza cosa ha detto Fini, stavolta fra le righe. Che la disponibilità a conferire un secondo mandato a Berlusconi (ipotesi non negata in assoluto) sarebbe (stata) possibile solo ove il Cavaliere si dimettesse domani, cioè prima del voto, riconoscendo la sconfitta, la fine della fase politica, la disponibilità a cambiare molto della sua impostazione. Se due settimane fa si trattava di un periodo ipotetico della possibilità (come si studiava a scuola), il tempo trascorso si è incaricato di trasformarlo in un periodo ipotetico dell’irrealtà. Berlusconi, domani, lancerà la sua ultima offensiva ma non si dimetterà.
Una quarta e ultima cosa va segnalata. Fini ha ribadito come la sua iniziativa politica si configuri come “un’opa”, un’offerta pubblico di acquisto sul centrodestra, una scommessa su un centrodestra diverso, non un cambio di perimetro. Da qui la disponibilità a sostenere, senza elezioni anticipate, una ipotesi che veda alla guida di un nuovo esecutivo una figura qualsiasi diversa da Silvio, purché di centrodestra.

Buone, o almeno decenti, notizie fino a martedì, dunque. Ma tanta incertezza dopo. Quando si renderà palese, come abbiamo scritto in queste settimane, che il cosiddetto “terzo polo” persegue strategie divaricate e che il Partito Democratico deve innanzitutto fare leva su se stesso e sul proprio orgoglio per cavarsi fuori dal paradosso che vede la maggioranza sbriciolarsi ma non vede l’alternativa decollare.

La manifestazione di sabato è andata molto bene. Senza iattanza, senza sbrodolate sui numeri, il partito ha mostrato una sua maturità, ha dato prova di unità in questo passaggio stretto. Fa male e sbaglia a non accorgersene chi continua a scommettere sul naufragio del quartier generale per accreditare se stesso. C’è un tempo, ed è questo, per rimettere le ambizioni personali un passo indietro e per contribuire con serietà alla vittoria di un progetto collettivo. Da praticare, non da declamare a parole. Se c’è profitto, ci saranno dividendi per tutti, innanzitutto per un Paese stremato e sfiduciato. Altrimenti, i naufraghi non si salveranno aggrappandosi alla forza delle onde.

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A proposito di Matteo

Ne scrivo come persona informata sui fatti. Lo conosco da 15 anni e ho condiviso un lungo pezzo di strada.


Ne scrivo così smetto di dare consulenze individuali a Roma a chi mi chiede di aiutarlo a capire.
Ne scrivo alla vigilia della riunione fiorentina, intestata originariamente a Pippo Civati, affollata da migliaia di democratici, giovani e non solo, alla ricerca di buona politica e da altri alla ricerca di un certificato di verginità restituita, e che porterà grande profitto politico al sindaco di Firenze.
Leggete “I barbari – saggio sulla mutazione” di Alessandro Baricco. E’ già tutto scritto lì. E’ un testo che sprizza intelligenza ad ogni riga e che definisce (non fermatevi ai pregiudizi suggeriti dal titolo) i confini del campo in cui collocare Matteo.
Bisogna applicare le regole sulla mutazione culturale a quel settore particolare della vita pubblica che è la politica.
Sono persona informata sui fatti.
Matteo viene da una famiglia impegnata nella sinistra dc, nasce all’impegno con i Comitati Prodi, ha lavorato con me come assistente parlamentare, è stato scelto come segretario provinciale del Partito Popolare prima e della  Margherita poi e, proprio in quella qualità, è stato candidato ed eletto Presidente della provincia a 30 anni.
Uno straordinario percorso che – se scrivessi con altri intenti su un altro giornale – potrebbe tradursi in una serie di luoghi comuni capaci di incrinare il personaggio di oggi: prima portaborse, poi cooptato come segretario provinciale, poi imposto dalla partitocrazia come candidato Presidente.
Di questo straordinario percorso porto una qualche responsabilità personale.
Dopo l’esperienza in provincia, le primarie per Firenze, la vittoria contro i tre altri candidati (fra i quali il sottoscritto) e oggi questa altrettanto straordinaria fase di “visibilità” nazionale.
Matteo è veloce, la sua qualità migliore in un mondo politico che sembra frenetico ma tende in realtà al bradipismo, che enuncia in ogni intervento il grande cambiamento attorno a noi ma che stenta poi anche a spostare un posacenere.
La sua velocità serve a stare in sintonia con la generazione multitasking e che si stanca presto se non continuamente sollecitata; serve inoltre a non farsi mai inchiodare (come l’ombra di Peter Pan) ad un errore, ad una contraddizione.
Matteo è veloce nei passaggi da una posizione all’altra, comprende al volo quando un luogo smette di dargli più energia di quanta gliene assorba. E’ veloce nel mutare il punto di osservazione e nel mixare – come Jovanotti – i riferimenti simbolici: da De Gasperi a Cecilia Strada, da Zygmun Bauman a Stefano Borgonovo, da Giuliano Ferrara a Victoria Cabello, da Nicky Vendola a Bruno Vespa. Un sistema cosmico che non prevede stelle fisse ma che esprime il fiuto sempre aggiornato per ciò che viaggia sotto la pelle del moderno. E’ veloce nelle guerre, veloce nelle rappacificazioni poiché il cupio vivendi non ammette processi troppo complessi e poiché sa che il potere politico si fonda – come spiegava Machiavelli – sull’amore o sulla paura, non sulla stima. Che anzi la polarizzazione dei giudizi – chi lo ama, chi lo detesta – è la prima condizione per imporsi come personaggio pubblico di prima fila.
A Firenze, è un sindaco molto apprezzato. Ha riportato la città nelle cronache nazionali con le sue apparizioni (e di ciò i fiorentini sono provincialmente molto fieri), è ubiquo e ama il contatto con le persone che lo ricambiano. Ha imparato la lezione dei sindaci Rutelli e Veltroni; parlare sempre dell’amore per la città, delle cose che vanno bene, dello sforzo per migliorare quelle che non vanno, rimuovere radicalmente dalla comunicazione le tristezze e i dubbi, atteggiamenti che non si addicono ai leader coraggiosi. Ha accarezzato finora la città per il verso del pelo, privilegiando interventi immediatamente visibili (chiusure e demolizioni) e rinviando quelli di trasformazione strutturale, di cui parla volentieri ma che colloca in un tempo molto, troppo futuro. E’ un motivatore per la sua squadra: bastone e carota e una instancabile tendenza a fissare traguardi con l’annesso guardaroba di titoli e punti esclamativi: i 100 giorni, i 100 punti, le 100 piazze, il giorno della pulizia dei muri, quello del fiume, quello della chiusura del centro ecc.
Da conoscitore del marketing, usa la comunicazione come pochi altri.
Alterna giornali e televisioni tramite i quali comunicare le novità per tenerli tutti ben vicini a sé; costringe un giornalismo in crisi di astinenza a seguire i suoi post su Facebook e ad amplificarli; pastura quotidianamente una comunicazione locale “embedded” cui non lascia spazio e tempo per seguire altro, passa con disinvoltura dalla comunicazione istituzionale di Porta a Porta, al confronto duro di Annozero alle “pogate” di Victor Victoria, calcando semmai l’accento fiorentino se partecipa alle trasmissioni delle tv locali.
Così, ha occupato interamente il campo.
Il Partito Democratico locale ne vive di luce riflessa e lo insegue, talvolta irritato per i suoi scarti imprevisti ma sempre desideroso della sua approvazione.
Il PdL si è arreso da tempo: come contrastare un sindaco che parla direttamente con i vertici nazionali del proprio partito? Che ha assorbito parole d’ordine che parlano alla pancia della destra (la velocità della decisione, l’efficienza del comando, l’ottimismo, il rapporto forte e devoto con la Chiesa, l’ordine e la pulizia in senso fisico e morale)?
Quale sarà il destino di Matteo da “grande” ?
La sfida per il governo, come gli scrivono i suoi fan “dopo avere già salvato Firenze”? La sfida per la leadership del PD ?
Matteo ama l’azzardo ma è anche un abile costruttore di reti e strategie che dopo, semmai, racconta come scelte del cuore. La narrazione oramai mitologica delle primarie fiorentine che l’hanno lanciato, del “Davide contro Golia”, del “solo contro l’establishment”, del “l’abbiamo fatta grossa” è il suo capolavoro di comunicazione più riuscito, un senso comune oramai consolidato che ha in realtà molti molti debiti con la verità di quella storia. Ma tant’è.
Sulla scena nazionale, Matteo attende, strappa, stempera le reazioni, consolida con una passata di talk show, si ferma, presidia il campo, attende un altro po’, ristrappa, contrasta le reazioni con vigore proporzionale alla forza guadagnata, riconsolida con una passata di talk show, si ferma.
E’ un metodo. Si tratta di immaginare le prossime tappe.
La capacità, il calendario, perché no ? la fortuna, gli diranno dove posizionare l’alzo del mirino.
Il ruolo di Sindaco gli ha permesso di evitare il rimprovero di arrivismo. Lui parla per gli altri, non per sé. Nel frattempo, ha esposto Zingaretti, Chiamparino, Vendola, attende che il tempo logori; ha proposto di scegliere una donna.
Ha parlato con noia e fastidio delle formule aride della politica nazionale, dei riti parlamentari, delle burocrazie, sapendo bene che la politica romana è un gioco nel fango, che ci si sporca facilmente, senza volerlo, che ci si consuma a velocità doppia, e che dunque il primo titolo di legittimazione è parlarne “da fuori”, contrapponendo la dura vita reale alle mollezze del transatlantico, la concreta politica locale alle discussioni arzigogolate di partito. Come sparare sulla Croce Rossa.
Ha conficcato il chiodo simbolico del ricambio dopo tre mandati, senza eccezioni, evocando il senso comune calcistico che le squadre e gli allenatori perdenti vanno a casa. Lo Statuto parla chiaro. Basta leggerlo. Ma quei tre mandati senza eccezioni così narrati annientano il Partito Democratico di oggi. Non D’Alema e Veltroni, non Fassino e Bindi, non Marini e Finocchiaro, ma Melandri e Lumìa, Fioroni, Parisi, Follini, Treu, Franceschini, Gentiloni, Realacci, Chiti, Ventura, Maran, Zanda, Tonini, D’Antoni, molti altri, perfino Letta e Bersani.
Una battaglia così impostata produrrebbe l’effetto di “salvare” i più logorati e punire i meno esposti, salvando magari chi, portaborse, portavoce, portapancia, portacorrente ha una sola legislatura. La matematica come alibi di rinuncia del giudizio politico.
I giornali parleranno delle conclusioni di domenica ma Firenze varrà per la maratona del sabato. Ci saranno fuochi d’artificio ed effetti sorpresa, musiche, frasi proiettate, video, tutte cose che chi ha già lavorato con Matteo, conosce bene. Ma varranno le parole della politica. Ciascuno giocherà – come insegna Andy Warhol – la propria carta di freschezza, di linguaggio e di contenuto nei 5 minuti assegnati. Un modello pesantemente debitore ai formati televisivi del talent show.
“Potrebbe essere … il normale duello fra generazioni, i vecchi che resistono all’invasione dei più giovani, …e tutte quelle cose che sono sempre successe e abbiamo visto mille volte. Ma questa volta sembra diverso. … Di solito si lotta per controllare i nodi strategici della mappa. Ma qui, più radicalmente, sembra che gli aggressori facciano qualcosa di molto più profondo: stanno cambiando la mappa”.
E’ davvero così ?

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Le spine di Pierluigi

un senso a questa storia

un senso a questa storia

Ho visto disfarsi troppi partiti e bruciare troppe leadership nel mio campo – mentre il centrodestra governava l’Italia – per appartenere al club di coloro che si siedono a bordo campo ad aspettare la scivolata del leader che non hanno votato.
Premessa forse involuta per dire che ho guardato comunque con fiducia al lavoro iniziato da Pierluigi Bersani.
Prima di vedere come va a finire – e dunque assumendomi un rischio – voglio però dire qualcosa sul nodo della scelta delle candidature regionali, perché là qualcosa non va.
Come si comprende, non mi riferisco allo scarso presenzialismo del segretario e alla sua non straordinaria rapidità d’azione. Lo sapevamo da prima (ancor più chi lo conosceva da molto) e poi, detto con franchezza da giorno festivo, dei politici grimpeur, rapidi e mediatici – cioè di coloro che fanno dimenticare rapidamente il loro precedente exploit mediatico con un’altra capriola senza contenuto – ne ho da tempo piene le tasche.
E’ che mi risuonano in testa, come i soundbytes delle campagne elettorali, gli slogan del dibattito congressuale: “basta con il partito leggero, arriva finalmente quello forte, radicato sul territorio”, “le primarie non sono in discussione”, “diamo un senso a questa storia”, “dobbiamo ricostruire l’identità del profilo del Pd”, “non vergogniamoci più della parola sinistra”, “una nuova stagione di alleanze per l’alternativa”. Vaste programme ! avrebbe commentato qualcun altro.
Ad oggi – spero di sbagliarmi e comunque mi assumo il rischio di una valutazione a giochi aperti – la radiografia è di disarmante preoccupazione.

Calabria – primarie di partito convocate e rinviate già tre volte. Corrono ad ora cinque candidati, il presidente uscente e quattro altri concorrenti tutti dell’area di maggioranza. La rete è piena di denunce e gridi di allarme di iscritti del Pd che lamentano assenza di informazione e manipolazioni preventive.

Campania – l’eredità di Bassolino (area di maggioranza) è sicuramente pesante e la distanza politica dalla stagione di cinque anni fa appare siderale (vi ricordate l’Udeur nel centrosinistra ?). Le primarie sono state convocate e rinviate quattro volte. Alla fine, per evitare il ridicolo, sono state “congelate”. Mezzo partito non sa come dire di no a De Luca, sindaco di Salerno che ha da tempo aperto una sua Opa sul partito campano, correndo con insegne e liste proprie ogni volta che ne abbia la possibilità. Un amico bene informato mi diceva che si prefigura lo schema, a me noto e caro ma non nuovissimo, di lanciare due candidature una contro l’altra per poi tirare fuori la terza all’ultimo secondo.

 Puglia – qui siamo al virtuosismo. È uscente l’ottimo Vendola, un buon Presidente che è sopravvissuto a inchieste imbarazzanti, che rappresenta una sinistra desiderosa di ricongiungersi al Pd (andate a rileggervi gli slogan congressuali qualche paragrafo sopra…), che per questo ha spaccato un partito, che accetta – pur uscente – di passare da primarie, che sa partecipare civilmente e con argomenti convincenti ai salotti televisivi. Ma Vendola contrasta con la linea congressuale di aprire all’Udc e viene cortesemente invitato a farsi da parte, senza spiegazione, senza primarie, senza compensazioni (perfino un capo azienda come Berlusconi ha promesso qualcosa a Galan per sgomberare il Veneto e consegnarlo alla Lega di Zaia). Ovviamente il Presidente resiste. Prima gli viene caricato a molla contro il sindaco di Bari, che ha corso al congresso con una lista a nome proprio, che chiede una leggina ad hoc per non dimettersi da Sindaco. Fallito l’assalto del sofisticato Emiliano, ecco l’ottimo Boccia, giovane economista in ascesa, già assessore di Emiliano, dell’inner circle di Bersani, area margherita/letta. Peccato che proprio Francesco abbia già perso le primarie con Vendola cinque anni fa, che dunque chieda di correre senza primarie, che si aspetti – chi sa perché – un ritiro spontaneo di Vendola, che in conseguenza Di Pietro annunci che se c’è troppo casino corre anche uno dei suoi (andate a rileggervi gli slogan congressuali qualche paragrafo sopra…). Troppi apprendisti stregoni. E un consiglio: perché non fate correre l’autorevolissimo senatore La Torre, braccio destro del Presidente D’Alema, vice presidente dei senatori del Pd, sostenitore del partito forte e che finalmente decide, e lo fate misurare a casa sua invece che sui bianchi divani di Porta a Porta ?

Lazio – il motto è “vai avanti te che a me scappa da ridere”. E infatti, un bel giorno, si candida Emma Bonino, a nome di verdi, radicali, riformisti, liberali e tutto quel pateracchio di etichette che ogni volta Pannella sciorina come un mantra. Panico immediato ma in 24 ore le truppe del Pd sbandano. Già, ma è da settimane che, dopo l’uscita di Marrazzo, va avanti un minuetto di candidature che salgono e scendono senza alcuna regola, senza alcun riferimento ad una selezione primaria o altro. Zingaretti esploratore conclude: o Bonino o un esponente nazionale, magari cattolico perché a Roma c’è il papa e votano le suore. La traduzione geniale del suggerimento diventa Bindi o Letta (come Boccia, esponenti kamikaze della componente moderata mandati avanti mentre il partito forte pensa e riflette), romani come io sono friulano. Secondo me, candideremo la Bonino – ottima persona. Nascono varie domande: ricordo male o l’alleanza con i radicali era una delle accuse della stagione congressuale ? dov’è il partito forte ? perché non candidare allora il giovane Orfini ? perché non l’altra donna Silvia Costa ? e soprattutto perché lasciare solamente ad una professoressa democratica utente di Facebook il compito di ricordare che dovevamo fare le primarie per non ripetere l’incidente del Campidoglio con Rutelli scelto a tavoilino ?

Umbria – qui le primarie si faranno, forse, per dirimere un duello interno pesante fra l’ex tesoriere Agostini e la presidente uscente che chiede all’assemblea un voto blindato al 70% per cambiare lo statuto e fare il terzo mandato. Ma i bene informati dicono che è lunghissima la lista delle terze candidature che attendono di essere chiamate a salvare la patria senza primarie.

Toscana, Emilia, Liguria – c’è da dire, meno male che esistono. Qui la “moral suasion” ha evitato prima la competizione, ha scelto i candidati e fatto la coalizione. Anzi in Toscana abbiamo anche già scelto i consiglieri regionali con 3 mesi di anticipo e si discute già della prossima Giunta.

Mi fermo qui. Le Regioni sono anche altre. Ma al nord, Piemonte a parte, si partecipa alle elezioni con lo spirito di De Coubertin. La Basilicata è un feudo felice.

Un pensiero a Ottaviano Del Turco. Non sarà stato un campione di simpatia. Poi era socialista, aggravante definitiva. Ma è stato messo in galera da presidente di regione. Il mio Pd, tutto, lo ha scaricato in 10 secondi. Il Pm diceva ai giornali che c’erano “prove schiaccianti” di corruzione. Poi ha chiesto per due volte l’extra-time per nuove indagini perché la catasta di rogatorie internazionali e intercettazioni non aveva prodotto nulla. Oggi si chiede il proscioglimento perché non si è trovato ciò che si annunciava di avere già, qualcosa che permettesse almeno di andare in giudizio, ma ne ha parlato solo La Stampa. In Abruzzo oggi governa il centrodestra, con uno dei commercialisti dell’entourage di Berlusconi.

Forza ragazzi, amici, compagni e democratici. Smaltito il panettone, mi pare sia l’ora di svegliarsi e darsi una bella regolata.

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Il caso Firenze

A seguito dei provvedimenti della magistratura fiorentina, il capogruppo del Partito Democratico a Palazzo Vecchio ha sollecitato il partito ad aprire una riflessione non reticente sul tema del rapporto fra etica e impegno politico, sui possibili conflitti di interesse che sorgono nell’amministrazione della cosa pubblica, in una parola sulla esistenza o meno di una “questione morale” interna al Pd fiorentino. In questi ultimi due giorni hanno preso la parola alcuni protagonisti della vita cittadina, il sindaco per annunciare un nuovo piano strutturale “trasparente e chiaro” e per isolare le mele marce, l’ex sindaco per ridimensionare la portata dell’indagine (“non vedo mani sulla città, ma alcuni casi isolati”), il presidente della provincia per sottolineare come “la filiera del controllo non avesse funzionato” ma anche per “evitare generalizzazioni e strumentalizzazioni”. Il direttore della cronaca fiorentina della Nazione, proprio stamani, ha invitato il Pd a non fare finta di nulla, a interrogarsi seriamente sulla vicenda e sulla stagione politica che l’ha prodotta.
Il tempo nel quale siamo chiamati a questa riflessione non è dei migliori se si pensa per un attimo alle storie e storiacce che arrivano dalla Campania, dalla Puglia e, ultima ma non ultima, dalla regione Lazio. Sono storie di debolezze e di mediocrità umane che hanno regalato al Presidente del Consiglio argomenti per depistare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle proprie più rilevanti questioni, hanno offerto alla falange dei suoi dichiaratori da tg occasioni per offrire solidarietà pelose agli esponenti del Pd coinvolti, hanno inflitto al popolo del centrosinistra motivazioni ulteriori per alimentare un carico già pesante di sfiducia, di rabbia, talvolta di rassegnazione.
Tuttavia, in assenza di sedi politiche proprie dove svolgere questa analisi e da sempre scettico sul fatto che i giornali siano la sede migliore dove scambiarsi opinioni, svolgo anche io in forma di riflessione aperta il tema lanciato da Bonifazi e ripreso dalla Nazione. E non è facile perché lo spunto nasce dai presunti comportamenti di persone che abbiamo conosciuto e stimato in tanti (e ai quali auguro ovviamente, prima per se stessi e poi per tutti noi, di poter spiegare o quantomeno ridurre il carico delle accuse) e poi perché il rischio di scivolare o nella difesa ad oltranza o nella comoda individuazione di un capro espiatorio può prendere la mano.
Se dovessi violentare la mia naturale inclinazione alla complessità e dovessi rispondere in modo secco alla domanda “c’è una questione morale nel Pd a Firenze ?”, la mia risposta è “no”. Prosegui la lettura »

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