Articoli con tag padoa schioppa

Per chi suona la campana europea

 

Quest’oggi metterò un secondo pezzo sull’Unione Europea, mentre è riunito il Consiglio Europeo. Questo è uscito da qualche tempo su un’altra rivista ma mi pare un buon prologo generale per la discussione odierna.

In un bellissimo testo dedicato alla “malinconia” dell’Europa, Tommaso Padoa Schioppa notava, con la leggerezza riservata in genere ai dettagli, come nei libri, nei saggi, nelle riviste specializzate, l’Europa fosse prevalentemente il racconto, la spiegazione di una storia di grande successo e come, per contrasto, quotidiani e periodici si dedicassero invece al medesimo tema per sottolinearne i passi falsi, gli errori, i ritardi.

Da un lato, dunque, la prospettiva di una grande impresa esaminata con il respiro del tempo e ammirata ovunque nel mondo; dall’altro l’ansia da crisi perpetua, giudicata freneticamente con un cronometro, capace purtroppo di produrre un senso comune di ripiegamento.

L’ultima volta che l’ho incontrato – al Consiglio Italia-Stati Uniti a New York – al tempo delle prime difficoltà della Grecia, il tema si ripropose: i commentatori americani evidenziavano l’inadeguatezza e i ritardi di Bruxelles mentre Padoa Schioppa, gentilmente ma in modo fermo, spiegava la relativa prontezza con la quale nascevano le nuove regole di governance economica, dovendosi appunto modificare norme, strumenti istituzionali affinché la nuova cosa fosse destinata a durare anziché essere la solita maionese impazzita degli annunci da conferenza stampa destinati ad essere superati da nuovi annunci.

Utilizzo questo ricordo per articolare in tre brevi tappe la mia riflessione sul progetto europeo, la necessità di cogliere questo passaggio – davvero eccezionale – di trasformazione della globalizzazione, come opportunità obbligata per compiere nuovamente una scelta di campo, per fare ciò che non abbiamo avuto la forza o il coraggio di fare finora. L’articolo perciò non contiene un elenco di proposte per la riforma dell’UE – quelle si possono leggere nel documento approvato dall’Assemblea Nazionale del Pd – ma elementi per la rinnovata adesione a un’idea che, data altrimenti per scontata o vissuta come una purga, rischia di appassire.

1. L’Europa è oggi al centro del dibattito politico, dell’agenda quotidiana. Di essa si parla fra le persone comuni, anche per lamentarsene. Banale? Non è sempre stato così. Anzi, non è stato così fino a pochissimo tempo fa.
L’integrazione europea ha festeggiato da molto il cinquantesimo compleanno ma per quasi quaranta anni essa è stata argomento per addetti ai lavori, per europeisti, per scrittori e lettori di libri appunto. L’unico momento d’incontro con i cittadini avveniva negli info-point istituzionali – brochure e visite guidate per studenti – per informare che l’Europa conveniva, che era cosa buona e giusta, che si trattava di una decisione tecnicamente utile per tutti. La politica vera però girava al largo. Perfino la negoziazione e la ratifica del Trattato di Maastricht, padre della moneta unica, punto di svolta per la vita di famiglie e imprese, momento di riallocazione della sovranità nazionale, avvenne senza il “dibattito” pubblico che oggi accompagna perfino le più inutili sciocchezze. Che sia stato provincialismo politico, distrazione di massa deliberata o insufficienza professionale del giornalismo nazionale, questa è stata la sostanza della realtà: l’Europa era un fatto “tecnico”, “non impedir lo suo fatale andare: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare”.

I sette anni di risanamento per centrare il traguardo della moneta, la caparbietà di Romano Prodi, la sua ascesa alla Commissione, il big bang dei dieci nuovi membri nel 2004, la tentata Costituzione hanno goduto di una diversa attenzione e sono divenuti pian piano e finalmente temi politici. Certo, senza esagerare se è vero che mai, sottolineo mai, cinque anni di discussione sulla nuova Europa hanno meritato la puntata serale di un talk-show, Porta a Porta, Annozero, Ballarò o altro.

La crisi recente ha cambiato le carte in tavola. Quotidiani e televisioni si aprono sovente con le decisioni adottate a livello continentale. In questo nuovo campo di gioco, l’Europa smette di essere una professione di fede, il nostro Paese non può più praticare il gioco dell’europeismo di facciata combinato con il più alto numero di infrazioni alle norme comunitarie, euroentusiasti ed euroscettici si devono guadagnare il pane del consenso argomentando e persuadendo l’opinione pubblica. E l’Europa, una volta “comunità di destino” per antonomasia, diviene argomento divisivo fra centrosinistra e centrodestra, diviene argomento politico.

2. L’estate 2011 ha sollevato nell’opinione pubblica, ma anche in ambienti insospettabili dell’establishment economico ed intellettuale del Paese, il nodo cruciale del rapporto fra democrazia e sovranità nell’epoca del capitalismo finanziario globale. Detto in termini semplici, è apparso evidente come i Paesi più piccoli e fragili, ma da ultimo anche il nostro, siano costretti a “rispondere” tramite aggiustamenti strutturali del proprio bilancio ai mercati finanziari, veri padroni del loro “debito”; che la qualità del debito – e dunque la volontà di sottoscriverne di nuovo e la soglia dei rendimenti attesi – sia “certificata” da tre agenzie di rating americane la cui proprietà è per altro privata; che le manovre di riduzione della spesa e di aumento delle entrate siano adottate con l’orologio delle Borse e non con quello del calendario democratico parlamentare. L’economia è globale, la politica è nazionale. L’economia scorre rapida come acqua fra i sassi, la politica ha i tempi delle costituzioni e delle leggi. L’economia risponde ad un’elite orientata di investitori che rappresentano anonimi azionisti, la politica risponde ai cittadini e alle decisioni da loro espresse nelle urne elettorali. Ma la politica nazionale ha in mano due soli strumenti economici, le tasse e il ricorso al debito, o meglio “avrebbe” poiché le prime sono arrivate al punto di rottura e il secondo dipende da altre mani. Le grandi ricchezze in compenso sono crescentemente staccate dal legame con il territorio e le grandi aziende possono permettersi il lusso di andare a pagare le tasse nei Paesi in cui questo risulti più conveniente. Una politica nazionale senza strumenti economici veri viaggia inesorabilmente sulle montagne russe della finanza mondiale. Si può girare attorno alla giostra finché si vuole ma questa è la questione delle questioni. Non viviamo nel tempo dell’invadenza della politica ma nel tempo della sua fragilità. Possiamo pure illuderci che è sufficiente affannarsi a dare “segnali”, a rincorrere il senso comune, ad aggiungere qualche chilo di demagogia spicciola per dimostrare che siamo sulla palla, a proporsi di rimpiazzare un pezzo di ceto politico con un altro per vincere la partita, ma la verità della realtà è più scomoda e pone un’ipoteca seria sulla rilevanza dei vecchi strumenti politici di questa epoca.

3. Il ritorno all’Europa si impone perciò come uno stato di necessità. Romano Prodi coniò a suo tempo un’espressione semplice ed efficace: l’Europa è come una bicicletta; se si smette di pedalare, si cade. Oggi è più vero che mai: l’Unione che in vent’anni ha raddoppiato i suoi membri, che ha modificato 5 volte i suoi Trattati, che è ancora per poco l’area più ricca e meno ineguale del mondo, potrebbe vedere l’implosione lenta del proprio edificio se non compie un’ulteriore scatto in avanti.
Non è più una scelta da compiersi solo per passione, per visione, per amore di un’Europa federale, ma l’unica decisione realista possibile per costruire un livello di sovranità efficace nell’epoca della globalizzazione. Possiamo trattare le nostre società come degli eterni adolescenti, additare loro un nemico di turno che insidia il nostro modello di vita (la Cina, l’Islam, l’immigrazione, l’euro o la burocrazia di Bruxelles), vincere le elezioni con il populismo di una finta manona protettiva che promette senza potere ma non risolve i problemi lasciandoli sclerotizzare. Possiamo però anche caricarci di una quota di responsabilità del rilancio europeo, sia per quello che si può fare a regole vigenti, sia per l’iniziativa che si può assumere assieme ad altri sui temi dell’energia, dell’immigrazione, della ricerca, delle politiche fiscali, della crescita sostenibile in un pianeta che avrebbe risorse abbondanti per tutti ma una cui parte vive nell’ossessione dell’accumulo di nuovo sviluppo.

Archivi, siti e riviste abbondano di proposte: Delors, Monti, Prodi e molti altri hanno già scritto ciò che occorre fare; il Partito Democratico ha adottato in proposito un proprio documento, preciso e articolato.
Non manca la ricetta. Manca la volontà e la leadership per l’impresa. L’Europa della destra ha palesemente fallito: essa non ha sbarrato le porte all’estremismo eurofobico che oggi manda a Strasburgo più di 100 deputati, ma non ha guidato il processo. Così, anche alcune decisioni giuste adottate negli ultimi mesi sono sembrate figlie di una pena da scontare.

Dotare l’euro non solo del freno del risanamento ma dell’acceleratore dello sviluppo e del volante di una guida politica, spendersi sulla opportunità storica offerta dagli eventi del Mediterraneo, molte e già conosciute sono le prove che ci aspettano. E’ questa l’Europa dei democratici che dobbiamo costruire con urgenza e con il coraggio politico che manca alla Commissione Barroso e all’imballato motore franco-tedesco.
“Non è tempo di chiedersi per chi suona la campana – scriveva John Donne – perché essa sta suonando anche per noi”.

Tags: , ,

Ciao Tommaso

“Gli americani non sanno un granché di integrazione europea, e quello che sanno lo apprendono dai giornali in lingua inglese, cioè dai media britannici, una lente assai distorcente per capire davvero l’Europa”. L’avevo ascoltato e incontrato l’ultima volta nove giorni fa, a New York, mentre spiegava ad una platea italiana e americana della business community gli sforzi messi in atto dalle autorità di Bruxelles per difendere l’euro dalle speculazioni sui debiti sovrani e per dare vita ad un nuovo meccanismo di governance. Ero intervenuto nel dibattito per chiedergli un’opinione sull’ipotesi di tassare le transazioni finanziarie. Mentre la sua controparte della Federal Reserve aveva liquidato l’argomento replicando che “non era in agenda”, Padoa Schioppa aveva pazientemente argomentato che, dopo le devastazioni sull’economia mondiale provocate dalle scorribande speculative, l’argomento non poteva essere archiviato frettolosamente e che occorreva ripartire dall’ipotesi di Tobin per corresponsabilizzare i mercati, altrimenti inaffidabili e drogati.

Con Padoa Schioppa ci lascia un italiano per bene, uno straordinario servitore dello Stato, un uomo preparato e misurato, doti rare in un mercato politico sempre più affollato di imbonitori e parolai.

Un blog è uno spazio personale condiviso con chi ha voglia. Non è questa dunque la sede adatta per commenti e profili biografici che avrete già letto o leggerete domani sui giornali.
Il mio ricordo di Tommaso Padoa Schioppa è affidato a tre momenti diversi che offro senza alcuna pretesa di completezza.

L’euro è stato per l’Italia un traguardo di grande rilievo storico, duro da raggiungere, faticoso oggi da mantenere. L’Italia che affrontò negli anni 90 la lunga maratona di sacrifici necessari fu guidata da un drappello di personalità – Amato, Ciampi, Prodi, Andreatta, Monti, Padoa Schioppa e altri – che seppero spiegare alla nostra comunità il valore di quella scelta e che seppero persuadere gli scettici alleati europei della autenticità della nostra convinzione ad essere parte di quel club. Padoa Schioppa, che servì come membro del board della Banca Centrale Europea, e che consacrò alla moneta europea parte del proprio percorso, non si comportò mai come il “sindacalista” del proprio paese che strizzava l’occhio per avere uno sconto, un trattamento di favore, ma semmai come il garante del rigore che serviva a noi per dare vita ad una moneta comune apprezzata anche dal resto del mondo.

Anni dopo, Padoa Schioppa ha svolto la funzione di Ministro del Tesoro nello sfortunato secondo governo Prodi. Ne serbo un ricordo amaro e anche autocritico. Al centrosinistra è sempre toccato in sorte cercare di rimettere in equilibrio i conti pubblici, una preoccupazione che non ha primariamente turbato i sonni della destra italiana. Al termine del 2007, mentre incombeva la tempesta elettorale e la stretta finanziaria aveva prodotto i suoi risultati consentendo di mettere da parte un “tesoretto”, Padoa Schioppa resistette tenacemente alle pressioni per varare una legge finanziaria generosa, capace di lisciare gruppi e categorie per ottenerne il favore. Fu accusato di essere un impolitico. Prodi fu più volte tirato per la giacca affinché se ne liberasse. Eppure, riflettendo un secondo in più, era evidente che l’impoliticità di Padoa Schioppa produceva assai meno danni della politicità di Bertinotti, Pecoraro Scanio, Ferrero, Turigliatto o Mastella, una compagnia di giro che fu capace di dissipare in pochi mesi un capitale politico mentre Prodi e Padoa Schioppa almeno cercavano di tutelare la finanza pubblica.

Infine, la polemica sui “bamboccioni”. In Italia, troppo spesso, la comunicazione costruisce, volontariamente e non, autentiche trappole, sollecitando reazioni a interviste e dichiarazioni che non sono nemmeno state lette ma solo riportate dal cronista, e che consolidano in pochi giorni un senso comune che è poi quasi impossibile ricondurre alla fonte originaria.
Padoa Schioppa aveva argomentato che nel nostro Paese esisteva una doppia minoranza di giovani, la prima avvantaggiata da condizioni economiche e ambientali, la seconda particolarmente motivata e ambiziosa, che non si accontentava della propria posizione ma tentava, con percorsi di studio all’estero, con l’intrapresa economica, di emanciparsi presto e di costruirsi una propria vita. Era un tipo di generazione che Padoa Schioppa aveva seguito e aiutato nella propria funzione di docente universitario. A fronte di questa componente, Padoa Schioppa criticava un’altra parte della stessa generazione, meno motivata e più indolente, che si lasciava coccolare volentieri da famiglie iperprotettive e che stentava a lasciare il nido. Niente di eversivo: una straordinaria commedia francese, “Tanguy”, aveva già messo in scena l’argomento; analogamente Jerry Calà – fin dagli anni 80 – nel suo “Vado a vivere da solo”. E invece, bastava poco a distorcere e modificare la tesi, Padoa Schioppa era divenuto il cocciuto censore di una generazione precaria, il sordo castigatore di un’epoca in cui i padri invece avevano sottratto il futuro ai figli. Di carattere schivo, Padoa Schioppa aveva evitato di replicare all’ondata di rilievi, talora anche inutilmente insolenti.

Dopo Edmondo Berselli, nella primavera di quest’anno, il 2010 ci porta via un’altra personalità di grande spessore, ricco di cultura e di umanità, lasciandoci un dibattito pubblico più povero e gridato.

Ciao Tommaso. Ci mancherai.

Tags: ,