Buona Befana a tutti. Che abbiate trovato dolciumi o cipolle, cioccolatini o carbone, un augurio sincero a tutti i miei affezionati o distratti lettori.
Nella mia calza di stamani, ho deciso di tirare fuori quattro pezzettini dell’Italia di oggi, quattro pezzettini di diverso valore e sapore, che non vorrei vedere più nella calza dell’anno prossimo e che invece occhieggiavano nella rete, nei quotidiani di ieri, sui muri della capitale.
Partiamo dalla parola che lega due eventi fra loro assai diversi: calendario.
Nel ricco nord, nell’Italia che produce, l’assessore provinciale di Padova della Lega con delega alle tradizioni e all’identità, di cui non so e non voglio nemmeno ricordare il nome, ha distribuito ai comuni del suo territorio 50.000 copie di un calendario del 2011 che introduce il capodanno veneto, un altro paio di feste locali e cancella il 25 aprile e il 1 maggio. Molti comuni hanno rimandato indietro il calendario – ecco gli sprechi idioti di denaro pubblico – mentre l’assessore dichiarava soddisfatto che il 25 aprile e il 1 maggio sono feste da comunisti, che non si comprende da cosa ci siamo liberati, che il lavoro al nord si festeggia lavorando tutto l’anno, che il Nord continua la battaglia per la sua identità. Provo pena e disprezzo politico. E’ probabile che l’assessore non sia arrivato nella sua scuola a studiare il programma di storia fino alla seconda guerra mondiale; è certo che quando ha operato quelle scelte l’ha fatto pensando implicitamente al microclamore mediatico della sua idiozia, ma tutto questo va oltre la mia capacità di accettazione. E sono abbastanza stanco di sentirmi dire dai miei colleghi, intimiditi, del radicamento leghista nella pancia del nord: che qualcuno dei suoi concittadini si alzi e gli dica chiaramente che non si tratta di tutela dell’identità ma di strumentalizzazione paranoica di una cattiva politica e che, boutade dopo boutade, come ammoniva Michele Serra, nessuno si stupisca se dopo l’alluvione devastante che ha colpito il Veneto non sia scattato – come era sempre accaduto – un sentimento di solidarietà immediata e di aiuto spontaneo dal resto dell’Italia. A forza di tagliare il ramo italiano sul quale si è seduti, talvolta si cade.
Grande tristezza, invece, per un altro calendario e un’altra immagine. Cronaca nera, anzi nerissima, profondo sud, tragedia dostojeskiana di gelosie e plagi familiari che portano alla morte della giovane Sara Scazzi e all’arresto di mezza famiglia dopo due mesi di talk show ininterrotti: in una selva di microfoni e telecamere, avidi di dolore e grettezza, esce il calendario di “solidarietà” presentato dal padre della vittima, inebetito e assente nella foto che lo ritrae accanto ad un belloccione, abbronzato e inutilmente sorridente, già “tronista” di una qualche trasmissione. Mai più, per favore. Ve ne prego. Mai più. Ma un cordiale rigurgito morale per “gli operatori dell’informazione”? Così come avete rifiutato sempre le foto estorte negli obitori che riguardavano le morti illustri, non potevate rifiutarvi di andare ad una conferenza stampa del genere ?
Passiamo ai muri della capitale che, da quando la frequento e la abito, offrono la più devastante e inutile guerra: quella dei manifesti politici. Guerra innanzitutto costosissima poiché far notare un proprio messaggio in una città da oltre tre milioni di abitanti e affetta da cronico abusivismo pubblicitario richiede strisciate da migliaia di manifesti attaccati nottetempo: decine di migliaia di euro ad ogni incursione. Guerra poi ad alta intensità emotiva e a bassissimo contenuto qualitativo. “La sinistra ha lasciato 12 miliardi di buffi (debiti). Zingaretti vergogna, amico di Veltroni” “Alemanno per il pedaggio sul GRA. La destra non ama Roma” e via andando. Il livello è quello delle scritte nei bagni delle scuole: Gigi ama Luisa, Marisa è una troia, e via poetando. Ma davvero si pensa di raggiungere qualcuno con messaggi del genere.
Roma offre poi un altro genere inquietante, quello dei manifesti celebrativi esplicitamente fascisti. In questi giorni campeggia un “Acca Larenzia 7.1.78 7.1.11” con grande foto (un particolare) a colori di una scalinata in cui una ventina di giovani (chiaramente riconoscibili) saluta romanamente a braccia tese. Il manifesto – non quello qui a fianco – ricorda un episodio degli anni di piombo, quello di tre giovani attivisti del Fronte della Gioventù pestati a morte nel popolare quartiere Tusculano. Ma ogni paio di mesi vengono anche affissi manifesti con la grande foto di un giovane, la data dell’anniversario, una citazione a metà fra Tolkien e Bach del gabbiano Jonathan Livingstone sulla vita, la morte, l’amicizia e l’impegno. Solo Google e Wikipedia aiutano i curiosi a capire quale episodio remoto di violenza politica si cela dietro quella commemorazione.
Il 13 gennaio si terrà la Direzione del Pd, quella rinviata alla vigilia di Natale. E’ ovviamente una Direzione importante, la prima dopo la mancata spallata del 14 dicembre, quella che ridefinisce il punto su alleanze e primarie, insomma una cosa sera. Il simpatico Pippo Civati ha annunciato che lui convoca la sera prima a Roma un’altra Direzione, chiamata in onore al battutismo trionfante “la Giusta Direzione”. Pensierino: Pippo Civati è un membro della Direzione, io no. Pippo Civati presiede un Forum tematico del partito, ruolo importante destinato a pochi e che aiuta a definire la linea e l’dentità del partito, io no. Perché non si dimette da entrambi e organizza le sue zingarate politiche lasciando ad altri il suo spazio ? Perché altrimenti non interviene in Direzione ed esprime lì le sue ragioni, dialogando non con gli amici di Facebook (spiacente, troppo facile, troppo facile) ma con altri “professionisti” della politica come lui con i quali non ci si può cavare con una battuta o con una predica ? Sono una persona mite e forse anche troppo rispettosa delle regole dell’organizzazione cui liberamente appartengo, ma di rottamatori in auto blu e predicatori neo-populisti in realtà professionisti politici come altri ne ho un po’ le scatole piene. Il travestimento sta divenendo insopportabile.
Negli anni (una volta si diceva convenzionalmente “bui”) del Medio Evo, giravano per le contrade i frati predicatori che incessantemente ripetevano “Memento mori”, “Fratello, ricordati che devi morire”, simpatico richiamo ai veri valori della spiritualità contro la mondanità dei nostri peccati. Lo ricordo perché ho ricevuto dall’Istituto Bruno Leoni (sottotitolo “Idee per il libero mercato”) uno screen saver assai originale. Se lo installi, compare la cifra del nostro debito pubblico che sale allo scorrere del tempo. Certo non sarà uno strumento infallibile, non terrà conto dell’andamento delle singole aste dei titoli e dell’inflessibile Tremonti, ma vedere che il debito nazionale produce 2700 euro di nuovo debito al minuto, sì al minuto, fa una certa impressione. Memento mori, fratello. E se non vuoi morire, fai qualcosa per non ipotecare il futuro dei tuoi figli.
Baci a tutti

Prosegue l’arrivo dei 
Proseguono gli arrivi dei vostri manifesti.
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