Le Camere sono chiuse ma il dibattito, quello mediatico, smaltito il panettone e lo spumante è già ricominciato. E i protagonisti, ma soprattutto la sostanza, sono quelli che avevamo anticipato negli ultimi post.
Berlusconi – per riavvolgere i nastri delle precedenti puntate – ha vinto il 14 dicembre lo scontro del pallottoliere ma non ha vinto con Kakà e Ronaldinho. Si è dovuto accontentare di Scilipoti e Razzi, Pionati e Nucara, un’umanità abbastanza modesta per mandare avanti altri due anni e mezzo di legislatura. Da qui la promessa del premier, nella conferenza stampa manicomiale che ha preceduto il Natale, di ripresentarsi a gennaio in piena forma e con il carniere pieno di nuove prede politiche. Promesse che devono essere sembrate merce avariata per il capo della Lega il quale, fin dal voto di dicembre (potremmo dire fin da settembre) ha ripetuto come una cantilena “o federalismo o elezioni”. Disponibile pure, il Senatur, a riparlarsi con l’odiato Fini o con quel democristianone di Casini del quale, però, stima il professionismo politico e il legame con i porporati d’Oltretevere. Ma per ora non c’è stato niente da fare. Fini ha allentato la briglia, Casini sente il richiamo di alcuni ambienti importanti ma teme l’abbraccio della morte del Cavaliere. E il piatto piange. E il tempo stringe. E’ l’esperienza politica a suggerire che in Italia non si vota in autunno, ma non si vota nemmeno in tarda primavera salvo che per le europee (vanno in meno e non interessano ai capi romani) e le amministrative (tanto sono un fatto locale). Alle politiche, non si rischia l’aumento della diserzione per effetto del sole e delle seconde case al mare. Ecco che la finestra politica per andare al voto anticipato si chiude fra un mese e mezzo al massimo. O federalismo subito o agonia dunque.
Ma chiudere una legislatura non è come chiudere con un discorso la festa della Lega di Pontedilegno. Il Capo dello Stato, come del resto il Ministro del Tesoro, sono attenti alle aste dei titoli pubblici, al rischio di una pesante fase di instabilità, al rischio che un voto in queste condizioni diventi un voto a vuoto, un’altra incompiuta. E quindi inventarsi una crisi in 30 giorni richiede, come vediamo, che la Lega alzi il tono fin da ora, una settimana prima che le Camere aprano, che si cerchi l’incidente capace di generare lo show down finale.
L’opposizione, stavolta, non ha alcun interesse a facilitare il compito. Se rissa politica deve essere, sia chiaro che la rissa riguarda Bossi e Berlusconi, non noi; sia chiaro, in caso di voto anticipato, chi ha la responsabilità di questo aborto politico; sia chiaro che quella compagnia che si è rotta sarà la medesima che chiederà assieme il voto dopo il fallimento.
Bossi pensa, legittimamente, in caso di elezioni e di vittoria ai punti di raddoppiare i deputati e soprattutto la propria capacità di ricatto politico. Noi pensiamo che questa scommessa sulla pelle del Paese sia una pazzia.
Nel frattempo, Marchionne sta cambiando la mappa delle relazioni industriali e, conseguentemente, la mappa delle relazioni sindacali. E’ un manager abile e svelto, ha operato bene nell’acquisizione di Chrysler, non è rimproverabile quando, lui come molti altri gruppi multinazionali, ricordano che i profitti non vengono dal mercato italiano. E come potrebbe essere del resto ? Un Paese che cresce all’1%, che salva i conti ma non promuove crescita e investimenti, che ha avuto un’assenza di un anno al Ministero dell’Industria, come fa a generare consumi tali da far fare profitti alle aziende che qui operano ? Ma perché Confindustria e Marchionne non dicono anche questo quando incontrano il Governo ? Sull’operazione referendum mi limito a dire che, anche in questo caso, consiglierei a tutti di evitare la vetrina del “io sto con questo, io sto con quello”, specie quando si sta, in una posizione o in un’altra, gratis e sulla pelle degli altri. Marchionne avrà le sue ragioni sulla produttività delle sue aziende, ma personalmente ricordo che fu la pace delle relazioni sindacali e l’accordo di Ciampi del 1993 a rendere possibile una stagione di sacrifici incredibili senza un’ora di sciopero e senza conflitti sociali. Non è modernariato.
Fra un anno o due, tireremo le somme e vedremo se valeva la pena di sperimentare questa epidemia di leaderismo a buon mercato che piace alla gente, almeno fino a quando il leader di turno esercita il suo potere sugli altri e non su di te.
Un pensiero finale ai cristiani d’Egitto e ai molti altri che sono perseguitati in questo tempo a tutte le latitudini. In una delle intenzioni della messa del Te Deum di fine anno, si ricordavano le cifre di sacerdoti, suore e missionari uccisi nel 2010 in nome della fede. Aggiungerei le centinaia di persone, né preti né suore, che hanno subìto la stessa orribile fine in un mondo che ha abbattuto le barriere fisiche, economiche e tecnologiche e ha ricominciato ad erigere le barriere invisibili ma ben più resistenti delle identità, o presunte tali.
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