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Il giorno della caduta

Stasera, 24 ore dopo lo scaramantico 11-11-11, si chiude l’era Berlusconi. Tre anni fa, dopo la terza vittoria elettorale in 17 anni, molti commentatori e in conseguenza molti dirigenti politici davano per altamente plausibile che il Cavaliere avrebbe terminato la sua esperienza politica traslocando al Colle più alto, al Quirinale. Un anno fa, quando cominciarono a deflagrare gli scandali privati e le incompetenze pubbliche del suo maldestro governo, molti commentatori e in conseguenza molti dirigenti politici davano per altamente plausibile che l’epoca di Berlusconi sarebbe finita con le modalità del “Caimano” di Nanni Moretti, scontro sociale, auto bruciate e un regime rinchiuso nella ridotta del bunker. Non è andata né in un modo né nell’altro. Fallisce miseramente, nell’ignominia internazionale diffusa, un’esperienza fallimentare di populismo al governo, di uomo solo al comando, di conformismo culturale diffuso nella Rai, nelle categorie, in alcuni salotti buoni del Paese. Fallisce senza possibilità di rivincita. Fallisce nella esplosione di un partito che non è mai stato partito, e che vede oggi la balcanizzazione delle sue correnti, gli scambi di insulti fra il neo-coraggioso Frattini e gli arditi dell’ex An. Fallisce nei musi lunghi delle “orfanelle”, le deputate giovani e belle premiate dal leader con un seggio alla Camera. Fallisce nella corsa ai distinguo, prima privati, oggi pubblici, dei suoi dirigenti. Ma regge la democrazia parlamentare italiana che, nonostante due anni di discrediti e accuse, di battute e di denunce, ha prodotto una settimana orsono quel magico numero, 308, che ha decretato la fine del Governo. Non il Caimano dunque, ma una sconfitta parlamentare. Quella sconfitta si sovrappone alla sfiducia espressa da mesi dai mercati e dall’Europa, dagli Stati Uniti e dalla tardivamente risvegliata business community italiana. Ma è arrivata dopo una lunga guerra parlamentare che ha costretto alle dimissioni e sfiduciato sottosegretari e ministri inquisiti, che ha riunificato in una due opposizioni parlamentari (Pd e Udc con terzo polo), che ha lavorato sulle fratture della Pdl fino a favorirne lo sfarinamento. Il Pd non è esente da errori e da comportamenti individuali sbagliati ma questo epilogo non sarebbe stato possibile senza le mozioni di sfiducia e gli assalti sugli emendamenti, senza le manifestazioni di piazza e la tessitura di alleanze interne e internazionali. Il Pd ha dimostrato di essere, alla prova dei fatti, un partito solido e responsabile, articolato al suo interno ma quanto meno più solido e responsabile di molte altre forze politiche e delle giravolte viste in questi anni. Per questo, stasera, come molti di voi, mi prenderò 10 minuti per stappare una buona bottiglia brindando alla pagina che si gira definitivamente. Da domani, siamo pronti a sostenere, senza distinguo, la nascita di un governo di emergenza che nasce sotto l’alta vigilanza del Capo dello Stato. Se lo spread fra i titoli italiani e quelli tedeschi cala di 120 punti in due giorni, questo dice da sé quanto grande fosse il discredito del governo uscente e quanto necessario il cambio di queste ore. Le forze politiche devono saper dimostrare generosità nei momenti decisivi. Per questa ragione, non ci saranno da parte nostra assalti alla poltrona. Siamo convinti che serva stringere i denti per alcuni mesi per riavviare la macchina democratica, per mettere mano a riforme importanti, non a pannicelli caldi. C’è stato un tempo in cui l’alto debito italiano era prevalentemente in mano a banche e famiglie italiane; era cioè un debito che lo Stato aveva con sé stesso, sotto altra forma. Noi prestavamo allo Stato le risorse per pagarci in stipendi e servizi. Nel mercato di oggi non è più così: il debito italiano è per oltre il 50% in mani non italiane, ma di banche e di fondi europei e non; se vogliamo che esso sia rinnovato alla sua scadenza, ascoltare l’Europa è un passo necessario. Non è possibile – è solo un esempio fra i molti possibili – e nemmeno giusto che un tedesco lavori qualche anno in più per pagare la pensione a un italiano che lavora qualche anno in meno. Se condividiamo le risorse per la crescita e per fare fronte ai debiti, deve venire il tempo in cui condividiamo anche le regole del gioco della distribuzione della ricchezza. E questo vale per tutti, dai deputati ai disoccupati. Il Partito Democratico si assume così la propria responsabilità. Gli altri tirino le loro somme e si assumano le loro.

Stasera si brinda. Da domani si torna al lavoro, perché prima di tutto viene l’Italia.

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Dopo Gheddafi

Tratto dal sito www.nuovitaliani.it

Le crude immagini dell’esecuzione del colonnello Gheddafi chiudono la prima fase della rivoluzione/guerra di Libia. Si tratta di un epilogo tragico, purtroppo ampiamente prevedibile dopo gli inviti del Segretario di Stato americano Hillary Clinton di 48 ore fa a prendere il Rais “vivo o morto” e dopo la scelta del CNT di mettere una taglia cospicua sulla testa dell’uomo. Avremmo preferito un Tribunale Internazionale dove giudicare il dittatore responsabile di tanti massacri, ma il gorgo della violenza generata ha scelto la scorciatoia della giustizia sommaria. E non ci sono piaciute – senza amore di polemica spicciola – le dichiarazioni di alcuni esponenti del governo italiano, passati con indifferenza dal baciamano allo sberleffo, secondo la peggiore delle tradizioni patrie.

L’epilogo di sangue deve diventare oggi il prologo di una nuova stagione che mette in capo al governo transitorio la grande responsabilità della ricostruzione materiale, civile e politica. E quella della necessaria pacificazione, condizione necessaria per mantenere il Paese unito.
La Libia non ha storie democratiche alle spalle da ricordare, non ha una memoria genetica di pluralismo da risvegliare. Dalla monarchia di re Idris alla grande Jamahyria di Gheddafi, i libici sono passati da un autoritarismo all’altro, entrambi privi di solide istituzioni che non fossero le appendici strumentali del capo, e non hanno mai avuto quella società civile plurale di conio europeo (borghesia, professioni, ong e sindacati) ma semmai una ragnatela tribale modernizzata dai proventi dell’economia petrolifera.

E’ dunque un cammino impegnativo quello che si apre oggi. Impegnativo per le autorità di governo ma anche per i Paesi davvero amici, non quelli che si sono affannati a catturare un applauso elettorale in queste settimane di guerra ma quelli che si sentono pronti, oltre che a ricostruire le infrastrutture, a costruire una inedita democrazia.

Occhi puntati sulla riva Nord dell’Africa nelle prossime settimane. Domenica va al voto per l’assemblea costituente la Tunisia del post Ben Ali. Fra novembre e dicembre voteranno poi Marocco ed Egitto.
Mentre nel Golfo si spara e si lotta in Yemen e in Bahrein, mentre in Medio Oriente proseguono i rimpasti di governo in Giordania e le violente repressioni in Siria, il Maghreb può e deve mandare il messaggio che la primavera araba non è sfiorita, che la passione politica dei ragazzi che abbiamo incontrato sei mesi fa è ancora vitale, che la controrivoluzione felpata dei gattopardi, dei militari, dei “barbuti” non ha guadagnato terreno. E’ importante per i Paesi che stanno per votare per il loro futuro; è importante forse più per quelle opinioni pubbliche ancora schiacciate dal giogo delle autocrazie che attendono di capire se la “rivoluzione è possibile”.

L’Italia, anche quella del declino berlusconiano, ha comunque una parte del suo destino nel Mediterraneo, ha un interesse in più che lo spazio geo-politico di nostra pertinenza sia uno spazio di pace, di dialogo,di sviluppo economico. Già, di sviluppo economico. Perché una possibile crisi della primavera araba consiste proprio nella circostanza che l’Occidente e l’Europa hanno incitato, applaudito e talora aiutato i rivoltosi, ma l’economia si è fermata e gli aiuti sono stati modesti, fornendo così un argomento di leva ai nostalgici del tempo andato e ai mestatori delle epoche di crisi. Insomma, mai come in queste circostanze, le scelte della politica incideranno davvero sui destini delle persone.

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Il dovere di essere chiari

Anche il conflitto libico non è sfuggito finora alla regola delle crisi contemporanee che vedono nell’informazione, nelle parole e nelle immagini, un teatro non secondario di battaglia. E’ per questo che vorrei tentare di rimettere in fila brevemente i pezzi del mosaico degli ultimi giorni.

Con un colpo di coda assolutamente inatteso, le Nazioni Unite hanno approvato giovedi scorso la risoluzione 1973 che chiama gli Stati membri, come singoli o tramite le organizzazioni regionali, a mettere in atto una serie di misure coercitive per assicurare la protezione dei civili dalla minacce provenienti dal regime di Tripoli. Su quella risoluzione si sono astenuti due membri permanenti (che avrebbero potuto usare il loro potere di veto) come Russia e Cina e si sono astenuti anche India Brasile e Germania (dando prova, a mio avviso, nonostante il grande potere economico di scarsa attitudine ad assumersi responsabilità di governance mondiale); d’altro canto, a conferma che non si tratta di un’opinione politica dell’ “Occidente” hanno votato a favore paesi come la Colombia o come le due più grandi potenze africane, Sud Africa e Nigeria.
La risoluzione è più dura nei mezzi coercitivi richiesti alla comunità internazionale ma pare perfino più morbida della precedente (la 1970) che non dicendo alcunché sui mezzi coercitivi aveva un giudizio politico ancora più severo, rendendo implicita la richiesta di “regime change” a Tripoli.

Nel fine settimana, ciascuno secondo le proprie regole costituzionali, numerosi Paesi hanno dato disco verde ai rispettivi governi per la partecipazione alla coalizione internazionale.
In Italia, seguendo una prassi che ha un solo precedente – la missione Unifil in Libano deliberata a Parlamento chiuso in agosto – sono state le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato a votare l’intervento, chiarendo fin da venerdi scorso che quel voto sarebbe stato confortato da un voto del plenum del Parlamento appena possibile, cioè questa settimana.

Il Capo dello Stato – che ha oramai assunto una centralità straordinaria per tutte le vicende rilevanti della vita pubblica nazionale – ha ripetuto durante il fine settimana, davanti alle prime immagini della contraerea o delle vittime in strada – che l’Italia stava agendo per implementare una decisione Onu, in modo da evitare o da limitare al massimo che si aprisse la querelle impropria sull’articolo 11 e sul ripudio della guerra sancito dalla nostra Costituzione.

Ogni intervento militare, infatti, nel linguaggio comune, può essere assimilato o riassunto nel termine “guerra”, ma se l’intervento ha i canoni della giustezza e della legittimità internazionale, è improprio usare quella parola come giudizio morale implicito di condanna. Se un cittadino compie un reato e un tribunale legittimo emette una sentenza, i carabinieri o la polizia lo assicurano alle patrie galere; se uno Stato è punito dalla comunità internazionale per crimini di guerra o per altre gravi violazioni, tocca agli altri Stati compiere la funzione dei carabinieri o della polizia.
E’ sicuramente vero che non tutti i comportamenti gravi degli Stati vengono sempre colpiti o colpiti con la stessa durezza, come del resto capita in ogni ordinamento giudiziario nazionale (con i suoi errori e i suoi accanimenti), ma questo non toglie che quando un regime ha provocato la comunità internazionale con ogni mezzo, quella incompletezza possa essere usata come alibi per l’inerzia.

Il conflitto sul campo andrà seguito passo passo. I primi raid hanno consentito a Bengasi di respirare, di recuperare terreno, hanno spinto Gheddafi ad annunciare (per ora solo annunciare) un cessate il fuoco. E’ vero che hanno anche reso più prudente la Lega Araba che pure aveva chiesto l’intervento e che hanno permesso a Putin di alzare il dito ammonitore. Considero tutto questo un gioco delle parti della politica internazionale, di cui tenere conto ma davanti al quale non paralizzarsi.
Vedremo invece se la Nato assumerà un ruolo più organico nella definizione del quadro di comando. Ad oggi è vero che essa ha reso disponibili alcune infrastrutture tecnologiche per l’efficacia degli interventi ma che non esiste un definito quadro di comando. E’ questo che spiega – davanti all’abitudine (Serbia, Bosnia, Kosovo, Afghanistan ecc.) di avere un intervento affidato ad una organizzazione regionale – la sensazione di una coalizione che nei primi giorni privilegia il fai-da-te. Tutte le sensazioni sono legittime ma credo di poter assicurare che la regola vigente non è certo il fai-da-te; è vero invece che sarebbe difficile dar vita ad una coalizione Nato con Paesi come i partner arabi, che si sono resi disponibili, sottoposti alle linee di comando dell’alleanza.

Credo invece che sia indispensabile che il governo venga in Aula mercoledi a prendere il voto del Parlamento, che ci venga con Silvio Berlusconi, che cessi cioè il gioco delle tre carte con Frattini e La Russa a fare da centravanti, Bossi a criticare la partecipazione in Libia e Berlusconi un po’ di qua e un po’ di là. Se il governo non avesse una propria maggioranza in politica estera, sarebbe inevitabile la richiesta di dimissioni.

Un’ultima postilla: l’attenzione sulla Libia ha spostato alle pagine interne l’apocalisse giapponese e ha ridotto a trafiletti le sommosse di piazza che proseguono in Bahrein, in Yemen così come il referendum costituzionale egiziano.
Occhi aperti. L’informazione, per mestiere, amplifica, sceneggia, retrosceneggia, comprime, dilata, ma l’importanza oggettiva di quei fatti rimane. Anche se a pagina 21.

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150 in Italia, 10 a 5 a New York

E’ stata una giornata importante, brutta solo nel tempo atmosferico, bella per la politica, la memoria, il futuro. Il Presidente Napolitano ha rivolto al Parlamento un discorso molto ricco e colto, una riflessione alta sulla storia di questi 150 anni, sulle sfide che ci riguardano, sull’equilibrio di questa comunità.

Non ho avuto tempo di scrivere un pezzo mio personale, il mio buon compleanno all’Italia, ma mi è molto piaciuto quello che ha scritto il mio amico Michele Morrocchi; perciò giro il suo augurio anche ai miei lettori.

“Evviva l’Italia. Quella Liberata, quella da liberare. Evviva il nostro Paese, che indice una festa e ci mette tre mesi per decidere se di festa vera si tratti o di mera sottolineatura del calendario. Evviva il Paese che, come per i còrsi in Francia o i baschi in Spagna, quando suona l’inno vede i rappresentanti di quei territori uscire dalle aule. Peccato però che non stiano al governo e non esprimano il ministro dell’Interno. Evviva gli stessi ministri leghisti che come Moretti in Ecce Bombo s’interrogano se si notano di più se vanno o se non vanno alle celebrazioni di questo pomeriggio in parlamento. Evviva Silvio che fu ferito come Garibaldi. Evviva il suo cerottone-lenzuolo degno di un martire risorgimentale. Evviva pure il dibattito sul nucleare, quello sulla giustizia, quello sulla bioetica, il testamento biologico, l’aborto, le canne, la pena di morte e tutto quello di cui si dibatte e di cui poco si fa. Evviva il Paese che evade e quello che produce pagando le tasse. Evviva un Paese che al contrario di tutto e di tutti rimane una delle sette potenze economiche del mondo. Evviva il vincolo esterno per abbassare il rapporto debito Pil. Evviva un paese litigioso, ingegnoso, pieno di umanità e retorica. Evviva i tanti tricolori alle finestre, e quelli agli occhielli delle giacche di ex extraparlamentari di sinistra che trent’anni fa gridavano “uno, cento, mille, Vietnam”. Evviva l’Italia che si celebra e non ricorda, che rimuove il proprio passato coloniale, il ventennio fascista, che rimpiange la DC (anche in quelli che sempre trent’anni fa le auguravano diossina), che fa sfoggio di passato e poi nell’occasione del 150° non apre nessuna seria riflessione storica sul proprio passato e la propria identità. L’Italia dei Santi e soprattutto dei santini, quella che anche quando prega si affida all’intermediario piuttosto che al diretto interessato. Evviva un Paese anziano che però parla e mostra sempre giovani belli atletici e perfetti. Evviva i cervelli in fuga e quelli che, nonostante tutto, restano. Evviva l’Italia e soprattutto viva gli italiani.”

Venti minuti fa, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato la risoluzione n.1973 che autorizza la comunità internazionale ad intervenire per proteggere i civili. E’ un modo per approvare la no-fly zone ed altre misure salvo l’occupazione di terra. 10 i voti favorevoli, 5 le astensioni (Russia, Cina, Brasile, India e Germania). Fra i favorevoli anche le grandi nazioni africane presenti come Sud Africa e Nigeria.

Speriamo davvero che non sia troppo tardi. Gheddafi marcia su Bengasi e minaccia di non avere pietà. Bengasi è comunque in festa dopo il voto di New York, ma si possono già sentire rumori di esplosioni e di artiglieria. Sarà una notte lunga. Saranno giornate lunghe.

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