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L’autunno del Colonnello

La riforma “epocale” della giustizia annunciata da Berlusconi, e soprattutto la fotografia del premier col viso incerottato mentre esibisce la vignetta riassuntiva delle sue intenzioni in materia, hanno spostato alle pagine interne di tutti i quotidiani italiani gli aggiornamenti politici e militari della crisi libica.

Ciò nondimeno, la riunione dei ministri degli esteri a Bruxelles di ieri, il vertice straordinario di oggi, le negoziazioni che si svolgono senza sosta a New York dall’inizio della settimana suggeriscono che il week end porterà decisioni importanti per fronteggiare l’emergenza che si consuma al di là del canale di Sicilia.
Gheddafi misura in questi giorni il magrissimo bottino dei 13 anni passati fuori dalla “black list” degli Stati canaglia, da quando – grazie anche alla paziente diplomazia italiana – Tripoli usci dal purgatorio, o forse dall’inferno, degli Stati accusati di organizzare, foraggiare, sostenere le reti del terrorismo e della destabilizzazione internazionale. Era una promozione che chiudeva la stagione degli embargo economici e apriva quella degli affari petroliferi ma che non è riuscita a cambiare la natura intima, guascona e autoritaria, del Rais.
L’Unione Europea pare unanimemente pronta a sostenere, tramite il dispositivo Nato e le proprie forze, le misure coercitive aeree e navali di cui si discute, no-fly zone e blocco delle coste. Si tratta di una compattezza che è figlia della memoria dei ritardi tragici accumulati nelle crisi balcaniche degli anni 90. Nella corsa degli ego politici non poteva mancare la fuga in avanti dei cugini d’Oltralpe, la disponibilità unilaterale di Sarkozy a bombardare la Libia e a riconoscere il Consiglio di Bengasi: si tratta di una mossa goffa e pasticciona, ma soprattutto inutile. Parigi cerca di far dimenticare l’aiuto offerto nei primi giorni della crisi tunisina a Ben Alì per reprimere le rivolte, le vacanze dei suoi ministri a spese degli uomini d’affari legati al regime e cerca probabilmente un accreditamento in Libia per inserirsi in un mercato petrolifero che la vede esclusa. Ma l’attivismo del neo ministro degli esteri Alain Juppè non è piaciuto ai colleghi europei e americani, non è piaciuto in Africa poiché così palesemente tardo-coloniale, non è piaciuto nemmeno a Bengasi, che non si sente pronta a chiedere alcun riconoscimento poiché ancora troppo disorganizzata per configurarsi come governo provvisorio.
La Lega Araba non solleva obiezioni all’intervento coercitivo. Si tratta di una posizione mediana fra i Paesi del Magreb, i vicini di Gheddafi, più cauti nel sollevare il dito contro Tripoli ma ben lieti se la crisi viene risolta, e quelli del Golfo dove Emirati Arabi ma soprattutto Arabia Saudita richiedono con forza un intervento militare, quest’ultima ben memore del complotto per assassinare il re, ordito solo due anni fa da Tripoli.
L’Unione Africana, che dell’intera vicenda resta uno junior partner, è ad oggi contraria. La compagnia comprende troppi autocrati e dittatori, alcuni dei quali disponibili ad ospitare un esilio di Gheddafi, che si riconoscono implicitamente nelle vicende del Rais e alcuni dei quali sono stati da lui così generosamente foraggiati con investimenti, armi e infrastrutture negli ultimi decenni da non dimenticare il debito contratto.

Infine, ma ovviamente più importante di tutti, le Nazioni Unite, dove si negozia un testo che non incontri la resistenza della Russia. Mosca non ha particolari rapporti di amicizia con Gheddafi (lo ha definito nei primi giorni della crisi “un cadavere politico che dovrebbe lasciare il potere”) e nemmeno un amore sviscerato per i principi del diritto internazionale ma, da un lato, teme un precedente di “interferenza” in un conflitto interno ancora aperto che potrebbe giocare contro di sé nelle numerose crisi all’interno dei propri confini e soprattutto nelle crisi nello spazio post sovietico, specie in Caucaso, in cui il Cremlino si infila volentieri, dall’altro, non vede male una qualche turbolenza dei mercati energetici – nonostante Tripoli rappresenti un modesto 2% dell’export mondiale – per tenere alto il prezzo della bolla di petrolio e di gas sulla quale sta seduta. Non è dunque a caso che il vicepresidente americano Biden sia volato in Russia per persuadere Putin; non sarebbe male se una volta, una volta sola, il primo ministro italiano spendesse le sue relazioni speciali, se davvero contano anche in politica, per aiutare la comunità internazionale a smussare gli angoli dell’amico Putin.
Mentre il mondo discute di Libia, non perdiamo d’occhio i movimenti dell’onda lunga. In Arabia, in Bahrein, in Yemen, in Giordania, in Marocco le cose non sono ferme. Abbiamo detto e scritto molte volte che a fronte di alcuni elementi comuni vi sono pure molte diversità nazionali e dunque molti esiti possibili, ma qui occorre solo ricordare che la scossa di terremoto iniziata il 4 gennaio a Tunisi è ben lungi dall’essersi fermata.

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La storia

La storia corre veloce in questi giorni. Più veloce delle parole pronunciate. Più veloce ancora di quelle scritte sui terminale delle agenzie e poi stampate sui giornali.

La storia corre poi velocissima, imprendibile, se chi ne deve leggere i segni è paralizzato dalla paura – quel sentimento che Dominique Moisi, nel suo libro “Geopolitica delle emozioni” attribuisce all’Europa odierna – o peggio ancora è distolto da un’altra agenda, è altrove.

E’ il caso sconcertante del governo italiano in queste settimane.
Il Mediterraneo ha dato il via ad un domino di “regime change” che tutti si affannano a definire imprevedibile, anche per farsi uno sconto.
La Tunisia è caduta in 10 giorni, l’Egitto in 18, la Libia chi sa, magari sarà caduta dopo che questo articolo sarà stato chiuso. In meno di tre settimane, Gheddafi ha prima lodato la rivoluzione di Tunisi, poi ha difeso Ben Alì dopo la fuga in una impaurita ed incerta intervista televisiva ad una tv araba, poi ha sparato sul proprio popolo.

Chi è ancora in sella (Giordania, Algeria, Marocco, Bahrein, Yemen) si è affannato a promettere riforme o riforme più decise, a cambiare i governi se non ad annunciare le proprie non ricandidature. Difficile dire quando e dove il domino si fermerà.

La politica esige però da chi guida il dovere di comprendere la storia, di scommettere, di anticiparla.

Nei Paesi della sponda sud, l’età media della popolazione è compresa fra i 24 anni dell’Egitto e i 29 della Tunisia. In quei Paesi, Mubarak governava da 29 anni, Gheddafi governa (?) da 41 anni.
La demografia è un potente fattore rivoluzionario, specie se trova una tecnologia facile per propagarsi (i social network) e qualcuno o qualcosa che ne dà una narrazione omogenea. Quel qualcosa è stato finora Al Jazeera, l’emittente la cui copertura coincide con l’area delle turbolenze annunciate, la televisione che spiega da anni come sia possibile (ed auspicabile) un “approdo turco”, una rivoluzione moderata che coniughi islam e democrazia.
E la giovane età della rivoluzione è la prima spiegazione della sua inedita “ingenuità”: piazze enormi prive di leader, inni nazionali al posto delle bandiere di partito, slogan – comunque pochi – pro-americani ed anti europei.

Non c’è panarabismo, non c’è panislamismo (meno che mai Al Qaeda), non c’è anticapitalismo, non c’è il Baath rimodernato, non c’entrano il petrolio o le materie prime. Sono rivoluzioni diverse.
Senza dubbio l’esito di questi terremoti è ancora incerto: gli apparati di polizia e l’esercito, che giocano ovunque un ruolo decisivo, hanno svolto il ruolo di arbitri, hanno consentito, moderatamente represso (con l’eccezione libica), poi appoggiato il cambio. E può accadere che, sgonfiata la prima pressione, cerchino di riprendere in mano il pallino del gioco.
In tutto questo, il governo italiano, semplicemente, non c’è. Nonostante le buone analisi offerte dalla struttura diplomatica, è rimasto indietro di tre giorni, assieme alla Francia, quando si è sollevata la Tunisia; indietro in Egitto, quando 24 ore prima del 25 gennaio, in Senato, Frattini ha solennemente annunciato che uno scenario tunisino al Cairo era impossibile; drammaticamente indietro in Libia.

Sulla tragedia libica, il governo ha toccato il fondo: mentre iniziavano le violenze, Berlusconi diceva di non volere “disturbare Gheddafi”; mentre i mercenari sparavano a Bengasi, Frattini dichiarava che la “costituzione libica proposta dal figlio del Leader sarebbe uno storico traguardo”; mentre gli ambasciatori libici a Pechino, Dehli, Cairo, New York si dimettevano e i Mirage dell’aviazione disertavano per non bombardare i civili, Frattini sosteneva che la UE non doveva interferire e che si doveva proporre una riconciliazione nazionale; quando le Nazioni Unite, il Vaticano, la Lega Araba, l’Europa, il circolo del Burraco di Terracina, le Isole Tonga e l’Associazione Podisti hanno preso le distanze, buon ultimo, a tarda serata, Berlusconi ha detto di “cessare la violenza”. E ancora non sappiamo cosa succederà oggi.

Distratti in Italia, irrilevanti in Europa. E invece l’Italia, per geografia prima che per storia, ha il dovere di offrire una mano, di far percepire alla nuova generazione di leader la propria amicizia, di offrire un partenariato economico, sociale, civile e non solo il nostro terrore davanti allo scenario degli sbarchi. Ma la storia corre veloce e noi siamo fermi.

Anche per questo, è urgente che il governo Berlusconi se ne vada a casa.

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Ciao Tommaso

“Gli americani non sanno un granché di integrazione europea, e quello che sanno lo apprendono dai giornali in lingua inglese, cioè dai media britannici, una lente assai distorcente per capire davvero l’Europa”. L’avevo ascoltato e incontrato l’ultima volta nove giorni fa, a New York, mentre spiegava ad una platea italiana e americana della business community gli sforzi messi in atto dalle autorità di Bruxelles per difendere l’euro dalle speculazioni sui debiti sovrani e per dare vita ad un nuovo meccanismo di governance. Ero intervenuto nel dibattito per chiedergli un’opinione sull’ipotesi di tassare le transazioni finanziarie. Mentre la sua controparte della Federal Reserve aveva liquidato l’argomento replicando che “non era in agenda”, Padoa Schioppa aveva pazientemente argomentato che, dopo le devastazioni sull’economia mondiale provocate dalle scorribande speculative, l’argomento non poteva essere archiviato frettolosamente e che occorreva ripartire dall’ipotesi di Tobin per corresponsabilizzare i mercati, altrimenti inaffidabili e drogati.

Con Padoa Schioppa ci lascia un italiano per bene, uno straordinario servitore dello Stato, un uomo preparato e misurato, doti rare in un mercato politico sempre più affollato di imbonitori e parolai.

Un blog è uno spazio personale condiviso con chi ha voglia. Non è questa dunque la sede adatta per commenti e profili biografici che avrete già letto o leggerete domani sui giornali.
Il mio ricordo di Tommaso Padoa Schioppa è affidato a tre momenti diversi che offro senza alcuna pretesa di completezza.

L’euro è stato per l’Italia un traguardo di grande rilievo storico, duro da raggiungere, faticoso oggi da mantenere. L’Italia che affrontò negli anni 90 la lunga maratona di sacrifici necessari fu guidata da un drappello di personalità – Amato, Ciampi, Prodi, Andreatta, Monti, Padoa Schioppa e altri – che seppero spiegare alla nostra comunità il valore di quella scelta e che seppero persuadere gli scettici alleati europei della autenticità della nostra convinzione ad essere parte di quel club. Padoa Schioppa, che servì come membro del board della Banca Centrale Europea, e che consacrò alla moneta europea parte del proprio percorso, non si comportò mai come il “sindacalista” del proprio paese che strizzava l’occhio per avere uno sconto, un trattamento di favore, ma semmai come il garante del rigore che serviva a noi per dare vita ad una moneta comune apprezzata anche dal resto del mondo.

Anni dopo, Padoa Schioppa ha svolto la funzione di Ministro del Tesoro nello sfortunato secondo governo Prodi. Ne serbo un ricordo amaro e anche autocritico. Al centrosinistra è sempre toccato in sorte cercare di rimettere in equilibrio i conti pubblici, una preoccupazione che non ha primariamente turbato i sonni della destra italiana. Al termine del 2007, mentre incombeva la tempesta elettorale e la stretta finanziaria aveva prodotto i suoi risultati consentendo di mettere da parte un “tesoretto”, Padoa Schioppa resistette tenacemente alle pressioni per varare una legge finanziaria generosa, capace di lisciare gruppi e categorie per ottenerne il favore. Fu accusato di essere un impolitico. Prodi fu più volte tirato per la giacca affinché se ne liberasse. Eppure, riflettendo un secondo in più, era evidente che l’impoliticità di Padoa Schioppa produceva assai meno danni della politicità di Bertinotti, Pecoraro Scanio, Ferrero, Turigliatto o Mastella, una compagnia di giro che fu capace di dissipare in pochi mesi un capitale politico mentre Prodi e Padoa Schioppa almeno cercavano di tutelare la finanza pubblica.

Infine, la polemica sui “bamboccioni”. In Italia, troppo spesso, la comunicazione costruisce, volontariamente e non, autentiche trappole, sollecitando reazioni a interviste e dichiarazioni che non sono nemmeno state lette ma solo riportate dal cronista, e che consolidano in pochi giorni un senso comune che è poi quasi impossibile ricondurre alla fonte originaria.
Padoa Schioppa aveva argomentato che nel nostro Paese esisteva una doppia minoranza di giovani, la prima avvantaggiata da condizioni economiche e ambientali, la seconda particolarmente motivata e ambiziosa, che non si accontentava della propria posizione ma tentava, con percorsi di studio all’estero, con l’intrapresa economica, di emanciparsi presto e di costruirsi una propria vita. Era un tipo di generazione che Padoa Schioppa aveva seguito e aiutato nella propria funzione di docente universitario. A fronte di questa componente, Padoa Schioppa criticava un’altra parte della stessa generazione, meno motivata e più indolente, che si lasciava coccolare volentieri da famiglie iperprotettive e che stentava a lasciare il nido. Niente di eversivo: una straordinaria commedia francese, “Tanguy”, aveva già messo in scena l’argomento; analogamente Jerry Calà – fin dagli anni 80 – nel suo “Vado a vivere da solo”. E invece, bastava poco a distorcere e modificare la tesi, Padoa Schioppa era divenuto il cocciuto censore di una generazione precaria, il sordo castigatore di un’epoca in cui i padri invece avevano sottratto il futuro ai figli. Di carattere schivo, Padoa Schioppa aveva evitato di replicare all’ondata di rilievi, talora anche inutilmente insolenti.

Dopo Edmondo Berselli, nella primavera di quest’anno, il 2010 ci porta via un’altra personalità di grande spessore, ricco di cultura e di umanità, lasciandoci un dibattito pubblico più povero e gridato.

Ciao Tommaso. Ci mancherai.

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Svegliatevi ! Ci stanno nascondendo il futuro

Svegliatevi e accendete i neuroni, poiché quello che sto per scrivervi non è un commento arguto sul nostro Berlusconi o sui tanti Berluschini, non uno sfogo su uno dei mille temi della politica-intrattenimento dell’oggi ma un drammatico appello, una profezia Maya sulla fine del mondo, un altolà sul campionato Italia – Europa 2011-2020 che potrebbe essere giocato con regole radicalmente diverse.


La questione è drammaticamente seria e nemmeno facile da spiegare, né tantomeno da maneggiare in termini di soluzioni possibili. Ma partiamo.
Vi ricordate, se siete giovani, o avete sentito parlare del trattato di Maastricht ?
Firmato ed entrato in vigore nei primi degli anni 90 e liquidato dalla comunicazione pubblica come uno dei tanti sbadigli diplomatici in doppiopetto, quel trattato, che aprì la strada all’unione politica dell’Europa, previde invece l’autostrada che conduceva all’Euro e che ha cambiato la vita del nostro Paese per tutto il decennio.
Dal 1992 al 1998 – cominciò Amato e finì Prodi – l’Italia, come e più di altri Stati europei, affrontò un ciclo di 7 anni di finanza pubblica restrittiva (maggiori entrate e minori spese per un totale di circa 650.000 miliardi di vecchie lire) che ci permise di cogliere il traguardo della moneta unica.
Nel mio giudizio si è trattato di un risultato storico, del colpo di reni di un Paese che soffriva ogni tempesta finanziaria, che affrontava il mercato a suon di svalutazioni competitive. E che è stato – primo elemento chiave da tenere a memoria per ciò che sto per dire – il pilastro portante della comunicazione pubblica e politica del centrosinistra. Ricordate Prodi ? “Se non ottengo l’euro, lascio”, “l’Italia deve rimanere in serie A e giocare in Europa…” ecc. ecc.
Insomma, anche se il trattato era passato nell’indifferenza generale, le sue conseguenze concrete hanno cambiato le nostre vite.
Bene. Torniamo ad oggi. Anzi a ieri. All’Europa che cerca di reagire alla tempesta perfetta dell’economia mondiale 2009, alla crisi globale che è stata paragonata alla crisi del 1929, al fallimento delle banche americane, al rischio di default del debito greco. Questo, anche se siete giovani e spensierati, ve lo ricordate perché è cronaca recente.
La Germania borbotta, non vuole pagare la crisi degli altri, si oppone, sussurra che sarebbe meglio se la Grecia uscisse dall’euro, rimpiange il tempo del marco, poi si adegua. La Grecia rinegozia il debito, adotta un programma di risanamento draconiano e via, domani è un altro giorno.
No, decisamente no. Domani non è un altro giorno. Passata la nottata, l’Europa inizia a discutere delle nuove regole del patto di stabilità, della nuova governance economica europea.
Noi no. Noi discutiamo dei problemi diurni e notturni del premier, di Noemi, di Corona, del delitto di Avetrana, di Ruby Rubacuori. C’è solo Tremonti – anzi, sono lieto di darvi una notizia: il governo tecnico c’è già, è formato da Giulio Tremonti e da Tremonti Giulio – che senza passare né dal Parlamento (non mi stupisco) ma nemmeno da Palazzo Chigi (mi stupisco un po’ di più) tenta di partecipare al negoziato.


L’Italia non è gradita al tavolo fra Berlino e Parigi che accetta di discutere prima con Londra (che non appartiene all’area euro) che con noi. Alla fine, i soliti tre trovano un’intesa a più livelli: Gran Bretagna e Francia si scambiano alcune fiches importanti nel settore della difesa (tagliandoci fuori), la Germania impone le nuove regole di stabilità che attribuiscono enorme rilevanza – per la tranquillità macroeconomica del continente – non solo al deficit (quanto mi manca fra entrate e uscite alla fine di ogni anno) ma al debito (la somma dei deficit annuali consolidati).
Tutto chiaro fin qui ? Andiamo avanti.
L’Italia ha un deficit grave, ma non il peggiore. Tremonti ha perfino litigato con premier e ministri per tenere la cassaforte sotto chiave e ha tagliato pesantemente in questi due anni elargendo solo mance politiche alla Lega e a qualche ministro amico. Basta pensare al taglio dei fondi per il sud, per la scuola, per l’università, per gli enti locali.
L’Italia ha però un debito pazzesco, che in due anni di Berlusconi e di crisi globale è schizzato dal 104% al 118% del Prodotto Interno Lordo. Abbiamo cioè più debito che ricchezza in questo Paese e l’Europa ci teme poiché siamo il terzo Paese europeo per dimensione. L’Euro è sì un solido transatlantico ma l’Italia è un iceberg di notevoli dimensioni. Too big to fail, ma sempre osservati speciali, tanto più se al comando del Paese c’è Mr. Bunga Bunga. Altri Paesi, con deficit peggiori del nostro, hanno un debito del 50, 60, talvolta solo del 35% del Pil.
La somma dei due criteri insieme, letteralmente, ci ammazza.
Tremonti, nel proprio negoziato personale e riservato, mette una piccola toppa. Ottiene che nella conta globale dei debiti sovrani (una montagna che schiaccia l’intero occidente) venga contato anche il debito privato, l’indebitamento del sistema imprese e famiglie. L’Italia, in quel parametro, viaggia forte, risparmia ancora, mette ciò che può sotto il materasso, esporta in Svizzera semmai (come sappiamo dalle operazioni di scudo fiscale). Quel risparmio privato potrebbe essere fatto valere per ottenere degli sconti quando il severo controllore europeo/tedesco ci farà l’esame e ci darà i compiti per casa.
Le regole prevedono inoltre che i piani nazionali di rientro dal debito debbano essere sottoposti all’Europa – Commissione Consiglio Parlamento – che rientrino dall’esame di Bruxelles senza nemmeno passare dal via, cioè dal Parlamento nazionale e dal dibattito pubblico. Una vera e propria pesante cessione di sovranità ad un’Europa che nemmeno ha avuto il coraggio di fare l’unione politica.
Saranno tagli o taglietti ? Saranno colpi di mannaia.
Nel solo 2011 si parla di nuovi tagli per 45 miliardi di euro. E non una tantum. Ma una specie di nuovo ciclo pluriennale.
Come si può tagliare in un Paese che ha smesso di crescere e produrre ricchezza ?
Come potrebbe fare una famiglia a pagare bollette, affitti, cibo e vestiti per 4000 euro al mese se la somma degli stipendi in entrata è 2500 ?
Edmondo Berselli, nel suo splendido saggio “L’economia giusta” scritto alla vigilia della sua morte, ammoniva di prepararsi culturalmente al ritorno della “povertà”, al calo dei consumi, degli standard di vita. Della marcia indietro da un tenore di vita che l’Occidente e l’Italia non si possono semplicemente più permettere.
Tenendo per un attimo da parte – ma leggendolo la sera – Berselli, resta la questione. Tagliare 45 miliardi ad un corpo sociale già scarnificato comporterà rimettere in discussione il patto sociale. Altro che Marchionne e Pomigliano. Qui si parla di affrontare il nodo della scuola pubblica, delle pensioni, dei servizi alla persona. Di cambiare l’edificio, non di dare un’imbiancata alle pareti.
Questo macigno ci pone, qui e ora, quattro questioni.
Il primo, non nuovo, è l’inutilità, la dannosità del nostro governo per l’Italia e per il mondo. Non contiamo. Siamo compatiti. Si decide del nostro futuro, al massimo discutendo con Tremonti, mentre il premier si occupa d’altro. Compromettendo il futuro di un’intera generazione. E non è un’iperbole retorica. Questa storia va raccontata a tutti, continuamente, finché non si pianta nella zucca dei nostri concittadini più in fondo della persecuzione dei giudici e dei comunisti contro Silvio.
Il secondo. E’ tutto nostro. I progressisti nel mondo – socialisti o liberaldemocratici che fossero – si sono mossi negli ultimi anni con uno schema abbastanza “convenzionale”: esiste il mercato, esiste la finanza (anche se nutriamo qualche dubbio su quella ricchezza di carta), c’è dunque la crescita; i progressisti usano la politica dei redditi per ridistribuire la ricchezza e diminuire le disuguaglianze. Ecco perché le proposte per “più” scuola, “più” investimenti in innovazione e ricerca, “più” servizi alla persona, e via elencando i “più”. Che dire e che fare quando la cassa è vuota dunque non serve promettere “più” di niente poiché le risorse mancano completamente ?
Il terzo. Come si fa a discutere di un’Europa politica diversa, comprendendo le ansie tedesche e la necessità di crescita e stabilità, senza buttare via bambino e acqua sporca ? Invadere la Germania non si può. Obbligarla a fare marcia indietro da una politica in cui loro esportano nel mondo e si rafforzano e il resto d’Europa stringe la cinghia nemmeno. Scegliere in Bruxelles il “nemico” esterno su cui scaricare le nostre piaghe neppure. Ma la discussione pubblica su un’Europa che assume nuova sovranità ma che sarebbe percepita come causa miope del nostro impoverimento se non la cambiamo, questo sì. Discussione difficile ma necessaria. E chi dice che l’Europa fa sbadigliare, si attrezzi poi a spiegare le conseguenze del suo sonnellino.
Il quarto
. Come ci scegliamo leadership e alleanze del centrosinistra in questo inesorabile campo di gioco di cui nessuno parla ? Un campo di gioco che ci è stato occultato dal governo e dal sistema dei media ? Vogliamo rimanere fermi al duello oratorio fra chi sbanca meglio nel talk show ? Continuiamo a lungo con il “se c’è lui, io non vengo?”. O mettiamo questa questione al centro della discussione su programmi e responsabilità ?
Amici e compagni, democratici e italiani.
Questa è la questione dei prossimi anni con la quale si dovrà cimentare il governo Berlusconi, il governo tecnico Tremonti, il governo marpione Casini, quello di salute pubblica Draghi, quello del Pd Bersani, quello della-sinistra-che-sogna Vendola, quello che preferite voi. Ma da questo nodo non si prescinde.
E io credo, scrivo e lavoro perché il mio partito, perché chi mi legge su questo blog, perché la rete levi da sotto il tappeto questo campo di gioco che ci è stato nascosto e sul quale balla invece – senza retorica alcuna – il futuro del nostro Paese.

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