Articoli con tag elezioni

Le elezioni di mid-term

Le elezioni di Mid-term sono andate, più o meno, come nelle previsioni della vigilia.

Ma è proprio quel “più o meno” che ci permette di esaminare qualche dettaglio di una grande foto di gruppo che ha eletto lo stesso giorno 435 deputati, 36 senatori e 37 governatori.
Il pendolo politico ha riequilibrato il potere della Casa Bianca. Accade quasi sempre, era già successo a Reagan nel 1982, a Clinton per ben 6 anni su 8, a Bush nel 2006.
Il popolo americano ha un’idea così intimamente radicata che il potere debba essere limitato e diviso che ogni Presidente negli ultimi 20 anni ha dovuto fare i conti con un Congresso che, con le elezioni di mid-term, gli ricorda i propri limiti. Nonostante questo, quasi sempre, l’inquilino della casa Bianca è stato rieletto, talvolta con maggioranze ancora più forti. Se è vero dunque che Obama deve ascoltare il messaggio che il Paese gli manda – soprattutto i giovani e le desperate housewives che gli hanno girato le spalle, è sbagliato trarre auspici precipitosi sulle presidenziali del 2012.
Se Barack Obama è stato punito per essere stato troppo a Washington (troppo “romano” diremmo da noi) e avere mantenuto meno del previsto la promessa di cambiamento, egli da ora in poi avrebbe buon gioco a cambiare lato del campo e attaccare da fuori una maggioranza repubblicana che impedisce al Congresso di lavorare.
I repubblicani vincono un po’ più del previsto alla Camera (cambiano colore mentre scriviamo quasi 60 seggi, altro che i 39 necessari per avere la maggioranza), ma non fanno il colpaccio al Senato dove Obama tiene la maggioranza, come non era riuscito a Reagan, Clinton e Bush in analoghe elezioni.
Il “tea party” si conferma più come problema che come opportunità per i repubblicani. Se Rand Paul ha vinto in Kentucky così come il giovane Rubio è esploso in Florida, vanno invece sottolineate (così come i media le avevano gonfiate nei giorni scorsi) le performance imbarazzanti della O’Donnell in Delaware e di Joe Miller in Alaska. La prima, dopo una campagna di gaffes e strafalcioni non camuffabili dall’inesperienza, ha preso 20 punti di distacco da Coons. In Alaska, patria della madrina del tea-party Sarah Palin, per la seconda volta nella storia americana grazie alla regola del write-in, la candidata uscente Murkowski è stata rieletta, nonostante appunto il suo nome non fosse sulla scheda elettorale (poiché battuta alle primarie dal tea-party) e nonostante l’abbondanza di consonanti del cognome (non insomma, un John Smith qualsiasi). In definitiva, se il tea-party ha un buon candidato sul quale far convergere il voto indipendente bene; ma se il candidato è un estremista dello “Stato minimo”, scappano sia gli elettori indipendenti che i repubblicani moderati. E’ un monito per le scelte del 2012.
Alcune note sparse: Obama perde di strettissima misura il seggio senatoriale del suo Illinois (grazie anche al classico e inutile terzo canddiato verde), vince nel seggio vacante del West Virginia grazie al popolarissimo ma a lui ostile Joe Manchin, tiene il Nevada con Reid. Noi italiani festeggiamo il ritorno di un Cuomo (Andrew) nel ruolo di governatore a New York e piangiamo la fine del mandato di Nancy Pelosi come speaker.
In California, dove si è corsa la campagna elettorale più costosa degli ultimi decenni, politica batte economia 2 a 0: restano a bocca asciutta le due wonder women repubblicane: Jerry Brown conquista la poltrona di governatore (che fu di Schwarzenegger) contro Meg Whitman, ex amministratore delegato di Ebay; Barbara Boxer, veterana democratica batte Carly Fiorina, ex amministratore delegato di Hewlett Packard.
Un’ultima nota sui governatori. I repubblicani hanno strappato ben 10 posizioni (ma perdono l’importantissima California). Non è solo un dato statistico: i governatori eletti gestiranno le informazioni del censimento decennale 2010 per ridisegnare i collegi elettorali e riattribuire le rappresentanze territoriali in misura fedele ai cambiamenti demografici. Non saranno dunque due anni ordinari.
In conclusione, Obama aveva ripetuto all’infinito una battuta nei comizi degli ultimi giorni: “Abbiamo trovato la macchina nel baratro, l’abbiamo tirata su, l’abbiamo rimessa nella giusta direzione ed ora arrivano questi repubblicani, ci battono la mano sulla spalla e ci chiedono di nuovo le chiavi della macchina. Gliele dareste voi ?”.
L’America del riequilibrio di mid-term non ha riconsegnato le chiavi della macchina ai repubblicani ma ha fatto accomodare l’elefantino sul sedile davanti alla destra del guidatore.
Tocca ora ai due partiti, tocca alla politica, interpretare i messaggi contemporanei di delusione e di cambiamento che l’America ha depositato nelle urne.

Tags: , ,

Tre SI’ ma senza entusiasmo

Domenica 21 non sarà soltanto dedicata ai ballottaggi amministrativi ma al voto sui tre quesiti referendari sulla legge elettorale, sul famoso “porcellum” inventato dal Ministro Calderoli alla vigilia delle elezioni del 2006. Che facciamo ?

porcelli-in-corsa
porcellum da corsa

Per coerenza con le posizioni che ho già preso in occasione di altri referendum, voglio ricordare la natura particolare dell’invito di domenica. Il voto al referendum non è assimilabile al voto politico, europeo, amministrativo. Esso non deriva dalla natura rappresentativa della nostra democrazia e dal dovere civile di scegliere i nostri rappresentanti nelle istituzioni ma da un invito che 500.000 cittadini (troppo pochi) rivolgono ad altri 45 milioni di connazionali finalizzato ad abrogare una parte o la totalità di una legge. Il primo è un dovere, il secondo è un invito. Utile ricordare che da più di 15 anni quell’invito viene disertato dalla maggioranza degli italiani, con il conseguente fallimento del voto, vuoi perché il tema non è stato ritenuto interessante, vuoi perché il quesito viene considerato troppo “tecnico” per essere sottoposto al referendum, vuoi perché alcuni anni si è abusato della pazienza dei cittadini interrogandoli su una dozzina di temi diversi, vuoi perché nella maggior parte delle circostanze le firme sono state raccolte da quegli stessi partiti che avevano il dovere e il compito di fare e modificare le leggi in Parlamento.

Questo voto non fa eccezione: si torna per la quarta volta sulla stessa materia (le leggi elettorali sono nel frattempo cambiate), dei tre quesiti solo uno è di immediata comprensione (quello sulle candidature multiple), i partiti sono stati coinvolti pesantemente nella raccolta delle firme.

La situazione

Il porcellum riuscì nell’intento velenoso di non donare a Prodi una maggioranza stabile nelle elezioni del 2006; lo stesso porcellum è stato superato in via politica nel 2008 sia nel centrodestra che nel centrosinistra con la creazione di un formato di competizione (PD vs PdL) che ha deciso di fare a meno di alleati piccoli e tendenzialmente rissosi che sono rimasti così sotto la soglia di sbarramento. Una specie di disarmo bilaterale ottenuto in via politica e non in via legislativa.

Cosa dicono i quesiti e cosa pensano i promotori del referendum Prosegui la lettura »

Tags: , , ,

Lo scenario politico, il Partito Democratico, le elezioni europee e le amministrative. 2^ puntata

Il Partito Democratico

Sostengo con convinzione lo sforzo che Dario Franceschini sta producendo in queste settimane. E’ un compito non facile, sia che Berlusconi si trovi alla vigilia di un epilogo che ancora non si intravede, sia che invece si trovi nel passaggio – mi suggeriva un amico – dal “Berlusconi rivoluzionario al Berlusconi statista” (così come De Felice descriveva analogamente una fase della storia di Mussolini).
E’ uno sforzo che ha prodotto dei risultati in Parlamento – decreti ritirati, momenti di tensione nella maggioranza fra PdL e Lega – ma anche nello stato d’animo della periferia del partito. L’antagonismo a Berlusconi con parole dirette e senza remore diplomatiche non sarà una strategia di lungo respiro, tuttavia è l’unica possibile per motivare il proprio popolo in una campagna elettorale che dirà molto non solo della leadership del Pd ma della validità del suo progetto.
La saldatura stretta fra PdL e Lega e lo sfondamento della PdL al sud sono segnali di burrasca all’orizzonte, sia per il rischio che il centrosinistra sia confinato dopo giugno al nord in alcune ridotte e veda cadere molte delle sue amministrazioni, sia perché è purtroppo ragionevole temere che le elezioni regionali del 2010 consegnino un Partito Democratico alla funzione di Lega dell’Italia Centrale, forte in Toscana, Umbria, Marche, Emilia (fino al Po), Liguria (solo nel Levante), Basilicata (come eccezione).
E’ per questa ragione che non c’è alternativa al rilancio del progetto del Pd nella sua accezione originale. Un partito che probabilmente è nato troppo tardi, dieci anni dopo il dovuto, e quando è nato, è nato settimino, subito costretto all’assetto di guerra e di emergenza. Prosegui la lettura »

Tags: , ,

Lo scenario politico, il Partito Democratico, le elezioni europee e le amministrative. 1^ puntata

Lo scenario politico

Fra quattro settimane, gli italiani saranno chiamati alle urne per le elezioni del Parlamento europeo e per il rinnovo di un gran numero di amministrazioni comunali e provinciali. coordinate-cartesiane
Si tratta di un test politico di grande importanza poiché dopo un turbine di sondaggi sapremo finalmente il giudizio sintetico che il corpo elettorale esprime su un anno di governo Berlusconi, sul progetto del Pd, sui gruppi dirigenti locali, sullo stato di salute del progetto europeo. Tanta roba. Anche difficile da decifrare, appunto, in un giudizio sintetico.
Per questo ci dedicheremo a questa complicata vicenda in 4 puntate.
Secondo alcuni - e spesso la mia analisi o meglio il mio stato d’animo spinge in quella direzione – abbiamo di fronte il Berlusconi più forte degli ultimi 15 anni.
Molte sono le ragioni di questo rapporto di forze. Innanzitutto la concentrazione di potere politico, economico, mediatico ha toccato il suo apice e sembra che, al di là dei tentativi dell’opposizione, anche quelle parti dell’establishment economico, della borghesia italiana, della Chiesa, che una volta marcavano una distanza dal progetto berlusconiano abbiano, nella migliore delle ipotesi, tirato i remi in barca quando invece non manifestano una vera e propria infatuazione tardiva verso il leader della destra italiana.
In seconda istanza, è triste ma giusto riconoscere che la società si è mitridatizzata alle dosi di veleno progressivo che il berlusconismo ha inoculato nelle vene del nostro corpo: atteggiamenti, frasi, dichiarazioni che pochi anni fa avrebbero sollevato un sano sdegno, una capacità di reazione, quel classico “vergogniamoci per lui” – e che ancora oggi stupiscono qualsiasi osservatore o cittadino straniero abituato a ben altri standard politici – passano oramai nell’indifferenza generale ed anzi fanno parte del senso comune sullo sputtanamento della politica. Romano Prodi si tirò addosso una valanga di critiche quando disse, anni fa, che Forza Italia era tendenzialmente il partito di quelli che parcheggiavano in seconda fila e chiedevano sempre l’aiutino. Non disse mai il giorno dopo di essere stato frainteso e colpì per un linguaggio insolitamente diretto ma non era lontano dal vero. Poco importa ora che non ci sia primo ministro di un Paese del G8 che faccia parlare di sé per le veline in lista o per le feste a sorpresa con i collier di diamanti in tasca. Questa è l’Italia di oggi e il premier, quando non strapazza personalmente gli avversari, è comunque sempre scortato da una falange di picchiatori politici e mediatici che si incaricano sempre di spiegarti che un bel rutto in televisione è popolare e fa audience e che chiunque non si adegui a questo linguaggio è un aristocratico fuori mercato.
Matteo Colaninno, pochi giorni fa, mi diceva che è vero che in Italia manca probabilmente un Obama capace di suscitare speranza e cambiamento ma che forse un Obama in questa Italia, altrettanto probabilmente, perderebbe le elezioni.
Da ultimo, Berlusconi è forte perché sono più deboli i suoi avversari, cioè noi. Mentre il Pd è nato da un complicato processo di congressi e fusioni, il PdL è nato da un discorso su un predellino e si è concretizzato con ben maggiore rapidità e senza dispute sulla leadership, completando la transizione del centrodestra italiano in anticipo sul centrosinistra.
In proposito, il sondaggio Ipsos sul Sole 24 ore di due domeniche orsono scolpiva con chiarezza una condizione preoccupante di minorità dell’opposizione in tutti i segmenti sociali italiani, anagrafici, professionali, territoriali. Prendendola con ironia, veniva da citare l’eccezionale Michele Serra che concludeva un suo pezzo invitando a prendere atto che il centrosinistra è culturalmente minoritario e che comunque valeva la pena che questa “minoranza di persone per bene si facesse compagnia” in attesa di tempi migliori.
Secondo altri, e non si tratterebbe di un generico richiamo all’ottimismo, il ciclo berlusconiano è a un passo della sua conclusione. Tutti gli eccessi dell’ultimo semestre – vitalità ormonale, copie dei suoi discorsi vergati su pergamena e regalati ai congressisti del PdL – sarebbero il finale pirotecnico di un periodo che comunque volge alla fine, che esorcizza la crisi non comprendendola, che si è rivelato incapace di qualsiasi riforma di struttura indulgendo sui tasti di sempre (libertà dalle regole, sicurezza e immigrazione, case e condoni come volani della ripresa), puntando sempre – avrebbe detto Verga – alla “roba” del Paese, anche mangiandosi quindici anni di risanamento macroeconomico come in un tragico gioco dell’oca visto che il rapporto debito/Pil è tornato al 120% come nei primi anni 90.
Questo vicolo cieco si rivelerà presto, fra qualche mese, al momento della discussione sul Dpef, il documento che spiega le riforme da fare e le accompagna con l’indicazione delle risorse da spendere. Finita la finanza creativa, finita anche la fase delle riforme fatte con i soldi dei privati (dalle banche, alla sicurezza in outsourcing con le ronde, al “piano casa” con l’aumento fai da te delle cubature), si vedrà se il Paese è pronto ad ascoltare anche un’altra campana, meno squillante, forse troppo seria, però vera.
E qui entra in gioco il Partito Democratico, cioè noi. Ma di questo parliamo domani.

Tags: , , ,