Articoli con tag Berlusconi

A proposito della rivoluzione in Libia

Lunedi sera sono stato a Otto e mezzo da Lilli Gruber a discutere di Libia e dintorni. Ho trovato la prima parte della trasmissione su Youtube. Ovviamente per gli appassionati…

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We want sex

Sono sinceramente in imbarazzo.

Ieri sera ho guardato per pochi minuti Porta a Porta (poi ho iniziato a provare un malessere fisico), una puntata dedicata alla scandalo sessuale del sultano che governa il Belpaese.


Bruno Vespa ha dimostrato le sue doti di campione mondiale di “taboo”, quel gioco da tavola in cui si deve fare indovinare una parola segreta ai compagni senza usare una lista di parole elencate nel cartoncino, che pure sarebbero molto utili. Come l’avvoltoio volava in lunghi cerchi concentrici senza mai planare sulla preda. Dopo 5 minuti di introduzione, mio figlio mi ha chiesto di cosa si parlava perché lui non l’aveva ancora capito. Il truce Sallusti e il Ministro Gelmini hanno tuonato sull’operazione di spionaggio compiuta per un anno ad Arcore, anche a danno di capi di stato stranieri, e della generosità del sultano che elargisce denaro a chiunque si trovi in difficoltà. Di sentire la replica di Latorre non ho avuto cuore.
C’è poco da ridere: 50 milioni di italiani guardano, anche distrattamente, la televisione; 5 milioni di quelli leggono uno o più giornali, cercando informazioni e conferma delle loro opinioni.
Ma se volete sapere il prezzo di un pompino – è così che una consigliera regionale della Lombardia si esprime e dunque la cito – o quali sono i travestimenti che sollazzano di più il sultano - da porno infermiera o da porno poliziotta ? – non dovete guardare la tv, ma leggere i giornali.
Io posso leggere anche qualcosa di più, alla Camera: mancano solo le figure, commentiamo con i colleghi, ma ci sono anche le date di nascita e i cellulari.
Dobbiamo fare finta di nulla perché oramai lo sanno tutti ? Dobbiamo fare finta perché il connazionale maschio medio magari prova solo invidia e non imbarazzo ? Dobbiamo esprimere il nostro disprezzo umano per un miliardario anziano che combatte contro il tempo accompagnato da due figure, Fede e Mora, degne di un retro-corte di tardo impero ? Dobbiamo giudicare questo harem di bellezze da calendario che si scambiano messaggi su come spremere più denaro e più fama dal sultano che le tiene sulle ginocchia prima di scegliere la favorita ?
Una sola valutazione. Tutta politica. Non è la prima volta che i leader politici soddisfano la propria esuberanza caratteriale con un mondo parallelo di sentimenti e di sensi. Mitterand ebbe un paio di famiglie, Kennedy amava anche Marylin Monroe, solo per rimanere alle cose note. Nessuno di questi ha mai pensato, fatte pure le debite differenze, di eleggerle al Congresso o di far loro ballare la lap-dance aggrappate al palo della villa. In fondo era sempre Marylin Monroe, non una strip-teaser di Las Vegas.
Qui siamo a Sardanapalo, ad un clima da emirato rivisitato da fumetto. Qui siamo allo sputtanamento di un intero Paese sulle pagine e sugli schermi delle tv di tutto il mondo, senza eccezioni.

Questo non può essere lo standard di un Paese del G8, di una delle democrazia più importanti dell’Occidente, lo standard di un Paese le cui famiglie si battono contro la crisi economica mentre il sultano sceglie fra escort di lavoro ed escort di fatto quale sarà la propria preda notturna.
“Non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni. Sia chiaro che io e i miei figlii siamo vittime e non complici di quanto sta accadendo. Ho parlato varie volte, ho invocato l’aiuto di coloro che gli stanno vicino per fare capire che quello è un uomo malato. Ma loro si sono solo preoccupati di offrire le Vergini al Drago” Così Veronica Lario, il 3 maggio del 2009.
Era già tutto scritto.
Si dimetta il sultano. Se ne vadano tutti quelli che gli hanno retto bordone, lo hanno aiutato, lusingato, compiaciuto, protetto, contestualizzato.
Se ne vadano loro prima che se ne vada la parte del Paese che non lo sopporta più.
Non so se questa è pancia, se è cervello, se è cuore.

E’ ciò che provo oggi. E’ l’imbarazzo di chi non sa come spiegare ai propri figli che fare politica non è quella roba là.
Se ne vada il sultano a dedicarsi ad una vita privata che pare così impegnativa.

E restituisca l’Italia ai suoi legittimi proprietari, noi italiani.

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L’anno che verrà

Il decennio che si chiude fra pochi giorni iniziò con le ansie da “baco del millennio”, l’inconveniente numerico che avrebbe mandato in pappa i sistemi informatici del mondo, proseguì con lo shock delle Torri Gemelle, con la guerra in Afghanistan e in Irak.

Termina con le nostre truppe ancora lì, a Kabul, con i postumi della più grave crisi finanziaria del decennio, con l’Europa – che nel frattempo ha raddoppiato i suoi soci e modificato tre volte i Trattati – che cerca una sua nuova fisionomia politica. E’ stato il decennio del salto di paradigma della globalizzazione, un abbattimento di frontiere economiche, materiali, tecnologiche, immateriali che non ha precedenti nella storia, un salto che ci consegna un’Europa comunque più vecchia e più lenta e le nuove potenze emerse (per carità, aboliamo l’aggettivo “emergenti”).

Un mondo nuovo, ma per davvero, non per vezzo.
Sono cambiate le forme di aggregazione, la socialità in famiglia e con gli amici. Sono profondamente modificate le agenzie di senso tradizionali (la famiglia appunto, la scuola, il luogo in cui si vive) a vantaggio di una grande piazza informatica e mediatica nella quale ciascuno combatte la propria singola battaglia contro la paura dell’anonimato e della solitudine.

L’Italia che entra nel nuovo decennio – che ricorda i 150 anni della sua storia unitariaassomma su di sé segni di dinamismo e di creatività, che ci fanno ancora un Paese amato e stimato nel mondo grande, e segni di preoccupante stagnazione, istituzionale, politica, morale.

So che ogni volta che si tocca questo tasto, c’è il rischio di sentirsi dire che siamo noiosi e catastrofisti, troppo intellettuali e radical chic, poco moderni.

Se mi devo scegliere il personaggio, l’avatar di questa condizione, mi scelgo allora JF Sebastian, il progettista genetico affetto da sindrome di Matusalemme, splendida figura laterale di Blade Runner, circondato dai suoi giocattoli animati, capace di vivere solo a metà il tempo a lui contemporaneo della Los Angeles futura. Come scrivevamo molti anni fa in una rivista dei nostri anni ruggenti, “troppo giovane per i vecchi di oggi, troppo vecchio per i giovani di oggi”.

L’Italia di Berlusconi è una brutta Italia. Incattivita al punto che nessun confronto politico e parlamentare serve davvero a fare uscire un possibile punto di intesa relativo al bene comune. Cinica dopo anni di messaggi sul successo individuale, sulla furbizia come valore prevalente delle relazioni, sulla dissimulazione delle proprie debolezze per non offrire mai all’altro un volto che non sia uno smagliante sorriso. Disillusa sulle proprie possibilità, al punto che cresce il mantra che chi può, salvi se stesso e i propri figli dando loro una prospettiva diversa fuori dal Paese.

L’anno si chiude con un Berlusconi in sella, prigioniero – come ha dimostrato l’alluvionale e imbarazzante conferenza stampa di Natale – di un egotismo che ha raggiunto dimensioni sconosciute, lanciato sul calciomercato che gli deve consentire di conquistare una manciata di deputati, capaci di scongiurare l’ultimatum elettorale della Lega. La politica, ovviamente, sarebbe un’altra cosa, ma questo è ciò che passa il convento della comunicazione pubblica.

Il Partito Democratico non è uscito male dalla prova della mancata sfiducia ma è evidente oggi come quei poteri – che hanno comunque decretato la fine del ciclo berlusconiano – stiano investendo con notevoli pressioni su Casini e il Terzo Polo come garanzia di decente stabilità per gli anni che potrebbero mancare. Come dire “se non l’avete fatto cadere a dicembre, almeno aiutatelo a stare in piedi in modo dignitoso”.

Ed è perciò evidente che la nuova strategia di Bersani, costruire un’alleanza larga che eviti il rischio di ripetere la disastrosa esperienza dei Progressisti del 1994 sconta oggi il nuovo e prezioso protagonismo dell’Udc, che si gode esplicitamente, dopo anni di prove, quel ruolo lungamente desiderato di ago della bilancia dell’equilibrio 2011.
Non ci sono nuovi countdown, dunque. Ma gennaio si preannuncia come ennesima prova del fuoco per comprendere se si andrà ad elezioni anticipate in primavera o se la finestra tecnica elettorale si chiuderà con nuove ammuine, rinviando tutto al 2012.

Noi, se avrete voglia e pazienza, ne continueremo a parlare su queste pagine.


Un augurio di Natale in ritardo.

Per quelli di buon Anno, abbiamo ancora tempo.

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The day after

E’ una giornata strana oggi.
I blindati hanno abbandonato le strade ma il centro di Roma reca ancora le tracce degli scontri avvenuti ieri mentre intanto ricomincia lo shopping natalizio.

Alla Camera si discute il decreto rifiuti in un clima rilassato come se niente fosse accaduto.

Lo spread fra titoli italiani e tedeschi è calato; i mercati finanziari non sono appassionati ai princìpi politici e dunque ogni crisi evitata (comunque sia) e ogni elezione rinviata rasserena gli uomini in grigio e fa bene al nostro debito che al momento si attesta – parola di Draghi – a 1844 miliardi di Euro. In compenso, l’Italia ha la terza più alta pressione fiscale in Europa dopo Danimarca e Svezia (per carità di patria non paragoniamo la qualità dei servizi resi) secondo i dati Ocse di stamani; nell’ultimo anno, dal 43,3%, abbiamo fatto un nuovo passettino avanti fino al 43,5%. Adottando una vecchia propaganda berlusconiana, lavoriamo per lo Stato fino al 7 giugno di ogni anno, poi guadagniamo per noi.

E’ morto Richard Holbrooke, “bulldozer”, “gigante” della diplomazia americana, come lo definiscono i quotidiani di tutto il mondo. Lo avevo incontrato l’ultima volta alla convention di Denver che incoronò Barack Obama, parlando delle ultime novità del processo di integrazione europea.

Assange esce dalle galere britanniche ma è incerto se stia tornando in libertà o stia passando dalla padella alla brace.

A Roma infuria una polemica durissima sulle centinaia di assunzioni nepotiste e politiche compiute da Alemanno (o in nome suo) nelle collassate aziende del trasporto pubblico. L’ultima chicca di giornata è quella del capo della rivolta dei tassisti contro Veltroni, militante della Fiamma Tricolore, ora seduto in un comodo ufficio dell’Atac e promosso coordinatore del circolo Pdl di Monteverde.

Si dice in genere che, a sinistra, si è rivoluzionari a 20 anni, moderati a 30, conservatori a 40, reazionari a 50. Le carriere politiche e le redazioni dei quotidiani offrono decine di esempi. Per quanto mi riguarda, conservatore e reazionario mai, moderato sì, ma il mio itinerario sta esattamente invertendosi dopo 20 anni di impegno politico centrato sul ragionamento, la persuasione, la pazienza della parola e degli argomenti.

I giornali dedicano ampio spazio alla giornata di ieri, alla politica, al retroscena, alla cronaca.
Delle tante analisi, faccio mia – novello Frankenstein – la sintesi dei commenti di Mauro su Repubblica e di Polito sul Riformista.

Berlusconi vince ma non governa. Le elezioni sono più vicine e l’asse Berlusconi Lega è più forte. Ci sarà un’offensiva diplomatica su Casini ma è lecito dubitare dell’esito. Fini ha preso una discreta sberla. Di Pietro una ben peggiore. Il Pd esce non male dalle ultime due settimane; e perciò attaccarlo oggi, con commenti generici sul “non avevate capito niente” (Renzi) o “primarie primarie primarie” (Vendola), sembra a me un errore di posizionamento e di ennesima auto centratura. Resta vero che lo stato incompleto di costruzione di un’alternativa condivisa (ovvero la capacità di indicare una maggioranza alternativa “alla tedesca”, un possibile leader, due opzioni programmatiche oltre il berlusconismo) non ha permesso di convincere gli ultimi deputati incerti (non certo giganti della politica ma comunque deputati) e probabilmente non convincerebbe ancora la maggioranza degli italiani. Chiedere semplicemente l’apertura di una nuova fase non è bastato; è sembrata una crisi al buio, dall’esito incerto. Perciò mi ero adoperato a tentare di indicare una strada netta nei giorni scorsi.
Da qui però riparte il lavoro dell’opposizione, più grande di ieri, più articolata, spero anche meno segnata dai protagonismi individuali. Dire insieme quelle cose in più su maggioranza, leader e programma, che non si era ancora pronti a dire ieri, potrebbe farci trovare più preparati per il redde rationem elettorale che si avvicina.

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