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Due o tre sassolini che mi fanno male

Per la maggioranza dell’opinione pubblica, “globalizzazione” significa che oggi viaggiare costa meno di ieri, che le merci sono prodotte prevalentemente in Asia e sono più economiche, che l’informazione e la rete hanno reso il mondo al tempo stesso più grande (del ristretto mondo di ieri) ma anche più piccolo (cioè più facile da conoscere).
Tutto vero. Ma si tratta di effetti, fra i tanti, della definizione vera della globalizzazione. Che è altra cosa.
La globalizzazione è la fuoriuscita dell’economia dalla sfera di dominio della politica, la sua progressiva autonomizzazione. Sembra una definizione tecnica e priva di conseguenze ma è proprio l’esatto contrario. La globalizzazione non arriva per caso; essa è figlia naturale di fatti e di scelte politiche, due in particolar modo: la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda che ingessava il mondo, e gli accordi di libero commercio del WTO.
Dalla prima delle due date, dal 1989, il prodotto interno lordo del mondo si è moltiplicato per 3, il volume degli scambi commerciali si è moltiplicato per 25, quello degli scambi finanziari addirittura per 80. Già quest’ultimo dato dovrebbe dire molto di quanto sta accadendo, e cioè – all’interno della sfera dell’economia – del golpe della finanza sull’economia reale, del dominio della ricchezza di carta, della ricchezza della matematica su quella dei beni e dei servizi che si possono vedere, toccare, consumare.
L’economia reale – per carità – si è appoggiata molto all’economia finanziaria; le famiglie hanno chiesto denaro in prestito per finanziare mutui immobiliari e consumi privati, le aziende hanno fatto ricorso al mercato borsistico per finanziare nuove idee e investimenti imprenditoriali, gli Stati hanno dilatato il loro debito sovrano per pagare stipendi, costruire infrastrutture, erogare servizi ai cittadini.

Ma c’è dell’altro, purtroppo. Infatti, sul mercato finanziario, solo per ricordare un esempio recente le banche che avevano molti clienti con mutui hanno impacchettato il rischio di quei mutui in nuovi prodotti finanziari a loro volta collocati sul mercato. E altri ancora hanno re-impacchettato quei prodotti “derivati” in altri prodotti, aggiungendoci dentro altri ingredienti, qualche titolo buono e qualche altro meno buono ma ben mescolato e dunque poco riconoscibile. Si è proceduto così, scatola cinese dentro scatola cinese, con un tasso crescente di rischio su quegli investimenti ed un buio altrettanto crescente sul contenuto reale di quel nuovo prodotto. Il seguito è tristemente noto: quando questa fragile impalcatura è crollata rovinosamente e si è scoperto (ma davvero non si sapeva prima?) che si trattava in realtà di carta senza valore, di titoli spazzatura, qualcuno si è interrogato su chi dovesse esercitare il controllo e soprattutto su chi avesse “certificato” quei prodotti.
Ed ecco planare nel mondo di noi terrestri le mitiche agenzie di rating. Le prime tre agenzie americane – Moody’s, Standards and Poor, Fitch – hanno il 90% del mercato, sono possedute da privati e con i propri comunicati decretano la “classificazione” di un bilancio societario, di un debito sovrano, di una emissione di nuovi titoli.
Le stesse agenzie di rating che avevano emesso giudizi di affidabilità su Lehman Brothers o AIG – qualcuno fallito, qualcun altro salvato a suon di miliardi di dollari – sono quelle che da mesi decidono concretamente (poiché influenzano gli investitori) con i propri comunicati sul debito greco o su quello irlandese o adesso su quello italiano se governi e parlamenti devono adottare misure straordinarie. Misure, ovviamente, che per fronteggiare oneri di indebitamento futuro che paghino il nuovo rischio del “mercato” devono nel frattempo tagliare prestazioni reali, salari, pensioni, servizi.
Vi ricordate la definizione della globalizzazione ? L’autonomizzazione dell’economia dalla politica. Dove è finita allora la sovranità ? A chi appartiene ? Al popolo che la esercita nelle forme definite dalla Costituzione o alle analisi dei doppiopetti grigi nascosti dietro le vetrate dei grattacieli di Standard and Poor ? Siamo certi che quelle analisi non servano altre logiche e altri padroni ?
All’annuncio del declassamento del debito americano – un’operazione che costerà circa 200 miliardi di dollari fra minori spese o maggiori tasse per finanziare il costo aggiuntivo del debito – l’economista Paul Krugman ha tuonato sul NYT “E’ una decisione vergognosa non perché l’America sia solida, ma perché queste persone non sono nella posizione di giudicare”.
Din don dan.
Qualcuno si era posto la stessa domanda quando la speculazione aveva attaccato l’economia greca o quella irlandese o quella portoghese ?
Non ho purtroppo il potere di fermare questa giostra ma so che c’è differenza fra l’abbattimento delle frontiere politiche e tecnologiche che consentono nel mondo la libera circolazione di idee, persone, beni, servizi e capitali e questa maionese impazzita che permette a dei simpatici giovanotti di vendere on line algoritmi di rischio scambiati per ricchezza salvo poi fare dei botti a 9 zeri senza assumersi alcuna responsabilità.

Un’altra parolina sul conformismo dominante, sui diti che indicano la luna e…..
Abbiamo talmente criticato la politica economica del governo italiano in questi due anni da diventare rauchi: la crisi negata, la balla che era tutta una questione di ottimismo, l’invito a consumare, l’affermazione che avevamo già la crisi alle spalle, che stavamo meglio di altri. Poi ieri l’altro, il commissariamento per telefono da parte di Stati Uniti, Francia e Germania, con l’odiata Bruxelles a fare da guardiana alla serietà delle nostre promesse, pena il mancato intervento della Banca Centrale Europea ad acquistare i nostri titoli pubblici.
Come Cassandre infelici per il tempo perduto dicamo “noi lo avevamo detto”: la crisi c’era, pioveva e noi non aprivamo l’ombrello. Così abbiamo perso 6 punti di Pil in tre anni, cioè il doppio degli altri, e ne abbiamo recuperato poco meno di due mentre i partner europei stanno ricominciando a crescere. Più rapidi a cadere, noi italiani, più lenti a risalire. Ma nel Paese imperava il bunga bunga, il processo lungo, la prescrizione breve, il minuetto di Scilipoti.
Mentre l’opposizione diceva queste cose – eccome se le diceva, tutti i giorni – i due principali quotidiani italiani dell’establishment moderato hanno dedicato buona parte del mese di maggio a dibattere il tema della ripresa tramite, udite udite, l’abbattimento delle tasse, uno dei tanti specchietti per le allodole buttati dal ministro dell’economia fra un piano Sud e un piano Casa, sicuramente uno specchiettone che avrebbe richiesto qualche decina di miliardi di disponibilità per sostenere lo squilibrio iniziale in attesa dei presunti benefici.
Sono passati solo 60 giorni e le stesse pensose barbe sono passate dalla discussione sull’abbattimento delle tasse a quella sul rischio del default, due temi che implicano scenari economici antitetici ma che vengono trattati con la stessa disinvoltura e – mi permetto – talvolta con la stessa approssimazione.

L’establishment di questo Paese, è evidente, non ha alcuna voglia di andare a votare. Ha scaricato platealmente Berlusconi (dopo che gli ambienti internazionali lo avevano già fatto) ma non si fida dell’alternativa. Così ricomincia a giocare con i governi tecnici, con l’apertura di un nuovo commissariamento della politica che, archiviato Berlusconi, rimetta in moto il meccano dei partiti e delle alleanze. E’ lo stesso film che vedo andare in scena dal 1994. Talvolta il copione sembra riuscire, talvolta meno. C’è sempre un deus ex machina all’orizzonte variamente evocato (oggi Monti o, come spererebbe lui, Montezemolo) e c’è sempre casualmente – con la complicità miope di pezzi di qualunquismo di sinistra – una campagna stampa che improvvisamente attacca il Parlamento, i politici, i loro privilegi. Molte cose vere per carità ma che stranamente diventano di stringente attualità quando serve distrarre l’opinione pubblica dalla vera partita che si sta giocando. In questo teatro delle ombre cinesi, fra una cortina fumogena e un falso bersaglio, mi permetto di far notare il doppiopesismo che accompagna la vicenda del Ministro dell’Economia: il terrore dell’establishment di aprire una fase nuova senza la certezza di governarla ancora una volta obbliga a perdonare comportamenti (mi riferisco alle vicende dell’on Milanese, consigliere del Ministro) che non sarebbero stati perdonati a nessuno. Ma, si sa, l’Italia è in Paese generoso. E tutti hanno qualcosa da farsi perdonare, prima o poi.

Buon riposo.

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Filo diretto

Qui di seguito trovate il link al video del mio filo diretto a Radio Radicale. Una prima parte dedicata alle principali questioni internazionali. Una seconda con le consuete telefonate senza filtro degli ascoltatori con 40 secondi di microfono libero….
A presto

http://www.radioradicale.it/scheda/333368/politica-estera-filodiretto-con-lapo-pistelli

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Tolleranti, quindi colpevoli

Scendo dall’ottovolante dell’informazione dedicata alla terribile strage di Utoya con lo stomaco sottosopra, la convinzione radicata che l’arma della parola si consuma con poco ma lascia danni permanenti, la necessità di connettere cervello e penna prima di mettere in moto la mano.
Il mondo intero ha espresso lo sdegno, il cordoglio, la solidarietà a questo popolo pacifico e globale, che ha costruito una forma esemplare di convivenza civile, praticata con politiche di promozione dello sviluppo nel sud del mondo e adesione sincera alle campagne globali delle organizzazioni internazionali.

Il primo giorno, complici le notizie frammentate, l’emergenza delle ore che passavano e soprattutto una rivendicazione via web, i media mondiali hanno puntato la pista jihadista, lo scontro di civiltà riproposto proditoriamente nella più mite delle società.

Lo shock del norvegese, islamofobo e cristiano, giovane e biondo – da qui la facilità con la quale molte vittime sono cadute nelle mani del carnefice – ha girato di 180 gradi il faro, che ha illuminato con la stessa sicurezza il disagio delle società scandinave, il sessismo intra-familiare, la violenza sottile che promana dalle pagine di Larsson e dagli altri giallisti nordici.
Al terzo giorno, nuovo giro, nuova corsa. Fioriscono sui giornali della destra italiana le analisi che legano funambolicamente i due filoni, cercando di dimostrare che una società aperta, troppo aperta, dunque multiculturale, crea un ambiente così plurale da scatenare pulsioni violente di rifiuto. Non siamo al “se la sono cercata” come si diceva delle ragazze violentate quando indossavano gonne troppo audaci, ma poco ci manca.

Ieri, intervenendo ad una trasmissione radiofonica di successo, l’onorevole Borghezio della Lega ha detto esplicitamente di non condividere il gesto ma di condividere integralmente le motivazioni costringendo il Carroccio a chiedere scusa al governo norvegese.

La società contemporanea è ossessionata in generale dalla paura dell’anonimato, della mediocrità e dalla conseguente ricerca di un’emozione, di una scarica di adrenalina, di una ribalta che riscatti una vita altrimenti all’ombra. Ne sono riprova i contenuti di violenza succhiati in tenera età nei videogiochi, i formati tv del talent show declinati in tutte le salse, i GF, le piattaforme virtuali di socialità, perfino i suicidi e i massacri annunciati (da Columbine ad altri episodi meno conosciuti ed altrettanto cruenti). La motivazione addotta dall’assassino di Oslo («sarò ricordato come il mostro più grande») non sfugge alla regola.
Sarei tentato di dire che la politica c’entra quasi per caso, che qui c’è una psicopatologia grave che cerca una causa da sposare. Sarei tentato, se non fosse che populismi ed estremismi hanno drogato la fonte prima della politica – la parola appunto – intossicando le sorgenti con nemici immaginari, con capri espiatori, con un frasario declinato sempre nella sua forma superlativa.

Si diceva in Italia, trent’anni fa, che dietro ogni violenza politica c’erano sempre dei cattivi maestri.
La diffusione della rete, delle tecnologie di comunicazione ha abbassato la soglia di ingresso nel mercato dei cattivi maestri: chiunque, con poco, può introdurre nel sistema parole, immagini, slogan, capaci di produrre effetti (in)desiderati a distanza globale. Lo sa bene Al Qaeda che utilizzò in modo macabro la rete nei primi anni della guerra in Iraq. Ma esiste sempre un’alternativa, anche per chi produce politica e informazione.
Il governo norvegese – grazie anche per questo – ha chiamato a una manifestazione di massa impressionante, silenziosa e composta, come composti erano i volti dei governanti di quel paese e delle famiglie segnate dal lutto. Ci saranno pure state pulsioni legittime per condannare Andres Breivik al più atroce dei supplizi, ma nessuno ha messo il megafono in mano ad un Borghezio norvegese.
Perché in certe circostanze non è vero che “the show must go on”. Talvolta la giostra si può e si deve fermare.

Pubblicato su Europa il 27 luglio 2011

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La scommessa palestinese

L’iniziativa palestinese per il riconoscimento del proprio Stato da parte delle Nazioni Unite, dove a settembre verrà probabilmente presentata una risoluzione al riguardo, è una mossa disperata, figlia dello stallo negoziale, o un abile scacco al re israeliano?

Ogni giro di colloqui con i protagonisti di questa terra tormentata – siano essi i vertici istituzionali o i gruppi negoziali che da vent’anni si incontrano in varie località del mondo – lascia sempre la stessa impressione. Che cioè la diplomazia e il buon senso abbiano trovato da tempo la soluzione al 90% delle questioni sul tavolo: i confini da prendere a riferimento come base del negoziato, gli scambi territoriali necessari, la gestione razionale delle fonti d’acqua, un equilibrio possibile per gestire il diritto al ritorno dei rifugiati fra affermazione del principio e sua realistica applicazione, perfino la condivisione di Gerusalemme, capitale spirituale e politica per due popoli, ma città santa per tre religioni.

Gioco dell’oca
Ciò che manca sempre, si direbbe in gergo, è la volontà politica. L’innesco che permette di risedersi al tavolo e cercare finalmente l’accordo per quella che un dirigente libanese mi definisce come “madre di tutti i problemi e chiave di tutte le soluzioni dell’area”.

Quando Israele sembrava più aperta al compromesso, i palestinesi guidati da Yasser Arafat non sembravano pronti a chiudere l’intesa; quando questi ultimi erano drammaticamente lacerati fra Fatah e Hamas, Israele non riconosceva legittimità reale alla controparte di Ramallah; ora che le due fazioni hanno negoziato un accordo di riconciliazione che mette l’intero mandato nelle mani del presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen, manca il preliminare riconoscimento di Israele, che implicherebbe l’abdicazione politica da parte di Hamas.

Nasce sicuramente da qui, da questo inconcludente gioco dell’oca, la mossa di Abu Mazen di coinvolgere direttamente le Nazioni Unite, di chiedere all’Assemblea generale e al Consiglio di sicurezza quel riconoscimento che – sottolineano i dirigenti palestinesi – altrettanto unilateralmente segnò la nascita di Israele (e prima ancora, in altro contesto, anche quella degli Stati Uniti). È una scommessa che, secondo calcoli non contestati, può già fruttare ad oggi 120 voti favorevoli in Assemblea, anche se da Ramallah si fa sapere che si spera di arrivare persino a 150.

Un successo diplomatico che permetterebbe di guadagnare comunque, anche in caso di veto americano, lo status di paese osservatore presso l’Onu, con il diritto così di adire tutte le sedi e i contesti multilaterali, incluso il Tribunale penale internazionale. Sono lontani i tempi in cui Arafat interveniva alla tribuna di New York con in mano il ramoscello d’ulivo e il mitragliatore, chiedendo alla comunità internazionale di assumersi le proprie responsabilità. Abu Mazen taglierebbe questo traguardo nel pieno rispetto del diritto internazionale. Anzi nella più autorevole delle sedi multilaterali, guadagnando così anche in simpatia nella più vasta opinione pubblica.

Anno elettorale
Ma anche Ramallah sa che le decisioni delle Nazioni Unite non influenzano l’opinione pubblica israeliana, che anzi considera la scarsa comprensione internazionale delle proprie particolari condizioni come una sorta di accanimento politico. L’isolamento diplomatico di Israele, inoltre, renderebbe forse perfino più forte alle prossime elezioni l’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu. Da qui la richiesta e la disponibilità palestinese a riavviare il negoziato bilaterale, anche alla luce dei recenti successi economici conseguiti dal primo ministro palestinese Salam Fayyad, come la crescita della Cisgiordania e la vitalità di una terra definita auto-ironicamente “una occupazione a cinque stelle”.

Il primo ministro israeliano ha chiuso finora ogni spiraglio negoziale, forte dei 55 applausi tributatigli dal Congresso americano e dal veto a denti stretti che l’amministrazione americana gli offrirà alle Nazioni Unite, quale ultimo tributo di amicizia in un anno elettorale.

Questo arroccamento impedisce però a Tel Aviv di valutare fino in fondo gli smottamenti che stanno trasformando il quadro regionale: la Turchia in allontanamento, l’amica-nemica Siria in caduta libera, il Libano in difficoltà e, infine, l’Egitto, nel quale i partiti faranno campagna elettorale parlando anche della Palestina e che nel frattempo ha aperto la frontiera con la striscia di Gaza, vanificando molte delle preoccupazioni israeliane.

Nel medio periodo, per altro, la politica israeliana non è in grado di frenare o arrestare il trend demografico che vede crescere la componente palestinese che vive nelle zone occupate e che la raccogliticcia immigrazione russa non compensa minimamente né in termini di quantità, né di identità.

Anche recentemente il premier israeliano si è detto pronto a riconoscere lo Stato di Palestina, se il presidente palestinese riconoscerà simultaneamente lo “Stato nazionale ebraico”: uno Stato dove gli arabi avranno pieni diritti, ma rinunceranno ad ogni ulteriore rivendicazione. È un ostacolo strumentale che confonde politica e religione, sostiene Abu Mazen mostrando la fotocopia di una nota vergata a mano dal presidente americano Truman nel 1948, che autorizzava il voto americano alle Nazioni Unite in favore del riconoscimento dello Stato di Israele: l’intervento autografo di Truman cancellava il termine “Stato nazionale ebraico” dal testo. Se pensano di esorcizzare il futuro tornando ad un dilemma già risolto dalla Casa Bianca nel 1948, conclude Abu Mazen, provino prima a convincere il presidente americano Barack Obama.

Scelta dell’Italia
A forza di guardare gli eterni duellanti, da ultimo, si rischia di non rendersi conto che dal lato dei sicuri perdenti ci sono sia Stati Uniti sia Unione europea. Entrambi, da soli o nel Quartetto, non sono riusciti ad esercitare una pressione convincente per riportare le parti al negoziato diretto. E anche il recente incontro di Washington si è concluso con un balbettante nulla di fatto.

Così, se la questione venisse affrontata nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, sarebbe altamente probabile una lacerazione secca fra americani ed europei presenti in quella sede; se invece essa giungesse in Assemblea generale, ci sarebbe l’alto rischio che gli stati membri dell’Unione si dividerebbero esprimendo tutte e tre le opzioni di voto: il sì, l’astensione e perfino il no.

Anche se settembre sembra ancora lontano, inoltre, è indispensabile che l’Italia voti, dopo aver cercato il raccordo in sede Ue, tenendo conto della sua storia mediterranea e della sensibilità diffusa dell’intero paese e non della sola maggioranza che pro-tempore la governa. Un voto che ambisse a segnare uno scarto rispetto all’Europa, a marcare un’amicizia speciale con Tel Aviv, a cercare un’approvazione americana – oggi, per altro, nemmeno richiesta perché non necessaria – e che rinunciasse a quell’equilibrio che ha permesso al paese, in anni ben più difficili, di favorire il dialogo fra le parti, costituirebbe un grave errore politico.

Una simile scelta lacererebbe infatti una sensibilità nazionale assai vasta , che ha sempre fondato il sostegno al principio “due popoli, due Stati” sul riconoscimento del diritto di Israele a vivere in pace e in sicurezza e sul simultaneo riconoscimento del diritto dei Palestinesi ad avere un proprio Stato. Si tratterebbe inoltre di un chiaro passo falso davanti al rinnovamento in corso dell’opinione pubblica araba. Quest’ultima voterà prossimamente giudicando i suoi leader anche su questo tema. È dunque lecito aspettarsi dall’Italia una linea improntata all’equilibrio e al dialogo.

Lapo Pistelli è responsabile affari esteri e relazioni internazionali del Partito Democratico.

Pubblicata su Affari Internazionali, newsletter dello IAI

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