Archivio per la categoria Italia

Too little, too slow, too late

Non possiamo che sperare che il vertice europeo raggiunga un’intesa sulle proposte avanzate in questi giorni per affrontare l’emergenza che strangola l’Europa da mesi, ma abbiamo già ora l’inquieta consapevolezza che le decisioni che saranno adottate sono al di sotto del coraggio che richiede questo passaggio storico.
La crisi non è economica, ma innanzitutto politica.

Pavel Sikorsky, una settimana fa, ha affernato a Berlino: “Credo di essere il primo ministro degli esteri polacco della storia a dire questa cosa. Temo la potenza della Germania meno di quanto comincio a temere la sua inattività.” Helmut Schmidt, arringando la platea della Spd dall’alto dei suoi 93 anni, ha invitato a ricordare che ogni surplus tedesco corrisponde al deficit di altri, che questo è il tempo della condivisione della forza e della debolezza, che se l’euro fallisce si distrugge il mercato interno e fallisce quindi anche l’economia tedesca.
Infine, mai come oggi, gli americani, dal Presidente Obama in giù, tifano perché l’Europa faccia il salto di qualità. Mi hanno chiesto a Washington la scorsa settimana: “Che cosa aspettate a trasformare la Banca Centrale Europea in un prestatore di ultima istanza (è ovvia l’analogia dalla loro prospettiva con la Federal Reserve) ? Cosa aspettate ad avere una attività credibile di supervisione europea dei mercati finanziari ? Cosa aspettate a dotarvi degli Stati Uniti d’Europa che si occupino di crescita comune visto che oramai accettate una supervisione esterna sulla disciplina fiscale ?”. In tanti anni, mai successo prima.

La politica europea ha paura perché la crisi ha battuto duramente non solo sui cittadini e sui consumi.
Ungheria, Gran Bretagna, Slovacchia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Danimarca, Grecia, Italia: 9 governi dell’Ue hanno cambiato segno politico in 18 mesi, per sconfitta o per abbandono; 3 nel 2010, 6 nel 2011, 6 centrosinistra, 3 centrodestra.
La buona notizia è stata ovviamente l’ultima caduta della serie.
Sono emersi i limiti strutturali della costruzione europea, non c’è dubbio purtroppo. Si è bloccato il meccanismo di rifinanziamento che da sempre muove l’economia delle nazioni: gli Stati emettono debito, l’economia cresce, le banche fanno girare il denaro e gli investitori sottoscrivono i titoli. Oggi, la crescita è quasi a zero, gli Stati hanno troppo debito e ne emettono di nuovo ma gli investitori scappano o pretendono un interesse ben alto e le banche non fanno più girare il denaro poiché è crollata la fiducia.
Così la costruzione non ha retto all’effetto rimbalzo di una crisi nata negli Stati Uniti. Ma ai limiti istituzionali dell’Europa si è sommata una responsabilità della politica: “too little, too slow, too late”, troppo poco, troppo lentamente, troppo tardi, è stato il risultato dei mesi di guida franco-tedesca. Un Paese come la Grecia che incide per il 2% del Pil europeo ha buttato in crisi di fiducia l’intero continente; decisioni giuste ma tardive sono state prese quando costavano il doppio, suggerimenti considerati irrealistici sono divenuti realtà con un anno di ritardo.
La Germania ha sostanzialmente vinto la partita. I Paesi dell’Europa meridionale hanno accettato un livello senza precedenti di disciplina fiscale, l’inserimento del pareggio di bilancio in costituzione (senza condizioni e tempi, come invece è previsto per la Costituzione tedesca), hanno accettato una supervisione preventiva della propria sovranità in materia di prelievo e di spesa, ingoieranno perfino la possibilità che vengano date indicazioni inemendabili, pur se questo apre un problema vero di ricongiunzione fra sovranità politica e legittimazione democratica.

Se l’emergenza ha dettato le condizioni, è indispensabile allora trarne tutte le conseguenze. Che personalmente riassumo in quattro elementi.
1. Tassa sulle transazioni finanziarie, nuovi meccanismi di supervisione europea dei mercati finanziari, bilancio europeo fondato su risorse proprie sono un menù che può essere realizzato con i Trattati attuali: si tratta non solo di asciugare la macchia di umidità sul muro ma di riparare anche il tubo che perde.
2. Servono politiche economiche comuni coerenti con la comune disciplina fiscale, altrimenti continueremo a pretendere di guidare una macchina che ha solamente il freno ma non contempla l’acceleratore.
3. Temo molto la modifica dei Trattati come possibile vaso di Pandora per traiettorie divergenti, ma se i Trattati devono essere modificati (per fare avanzare l’Europa, per “vendere” l’intesa all’opinione pubblica tedesca e alla sua Corte Costituzionale), si usi un accordo inter-istituzionale per coinvolgere assieme Commissione e Parlamento Europeo rinunciando al solo metodo inter governativo, come suggeriscono Giuliano Amato e Romano Prodi.
4. Si abbia il coraggio di usare l’articolo 48 per avviare una Convenzione Costituente che veda l’autonoma e preventiva iniziativa del Parlamento Europeo come base per una vera e propria cessione di sovranità democratica ad una guida politica europea, capace di riconciliare la frattura che si è aperta oggi.

Ci muove la consapevolezza che ciò che magari viene oggi negato o definito impossibile sarà considerato ragionevole e possibile domani. Come sempre è stato. E pensiamo che il Presidente del Consiglio abbia invece il profilo personale e la cultura politica per farsi interprete di questa idea italiana dell’Europa che vogliamo.
Salvare l’euro, salvare l’Europa richiede coraggio. “Too little, too slow, too late” non serve più.

Tags: , ,

Il giorno della caduta

Stasera, 24 ore dopo lo scaramantico 11-11-11, si chiude l’era Berlusconi. Tre anni fa, dopo la terza vittoria elettorale in 17 anni, molti commentatori e in conseguenza molti dirigenti politici davano per altamente plausibile che il Cavaliere avrebbe terminato la sua esperienza politica traslocando al Colle più alto, al Quirinale. Un anno fa, quando cominciarono a deflagrare gli scandali privati e le incompetenze pubbliche del suo maldestro governo, molti commentatori e in conseguenza molti dirigenti politici davano per altamente plausibile che l’epoca di Berlusconi sarebbe finita con le modalità del “Caimano” di Nanni Moretti, scontro sociale, auto bruciate e un regime rinchiuso nella ridotta del bunker. Non è andata né in un modo né nell’altro. Fallisce miseramente, nell’ignominia internazionale diffusa, un’esperienza fallimentare di populismo al governo, di uomo solo al comando, di conformismo culturale diffuso nella Rai, nelle categorie, in alcuni salotti buoni del Paese. Fallisce senza possibilità di rivincita. Fallisce nella esplosione di un partito che non è mai stato partito, e che vede oggi la balcanizzazione delle sue correnti, gli scambi di insulti fra il neo-coraggioso Frattini e gli arditi dell’ex An. Fallisce nei musi lunghi delle “orfanelle”, le deputate giovani e belle premiate dal leader con un seggio alla Camera. Fallisce nella corsa ai distinguo, prima privati, oggi pubblici, dei suoi dirigenti. Ma regge la democrazia parlamentare italiana che, nonostante due anni di discrediti e accuse, di battute e di denunce, ha prodotto una settimana orsono quel magico numero, 308, che ha decretato la fine del Governo. Non il Caimano dunque, ma una sconfitta parlamentare. Quella sconfitta si sovrappone alla sfiducia espressa da mesi dai mercati e dall’Europa, dagli Stati Uniti e dalla tardivamente risvegliata business community italiana. Ma è arrivata dopo una lunga guerra parlamentare che ha costretto alle dimissioni e sfiduciato sottosegretari e ministri inquisiti, che ha riunificato in una due opposizioni parlamentari (Pd e Udc con terzo polo), che ha lavorato sulle fratture della Pdl fino a favorirne lo sfarinamento. Il Pd non è esente da errori e da comportamenti individuali sbagliati ma questo epilogo non sarebbe stato possibile senza le mozioni di sfiducia e gli assalti sugli emendamenti, senza le manifestazioni di piazza e la tessitura di alleanze interne e internazionali. Il Pd ha dimostrato di essere, alla prova dei fatti, un partito solido e responsabile, articolato al suo interno ma quanto meno più solido e responsabile di molte altre forze politiche e delle giravolte viste in questi anni. Per questo, stasera, come molti di voi, mi prenderò 10 minuti per stappare una buona bottiglia brindando alla pagina che si gira definitivamente. Da domani, siamo pronti a sostenere, senza distinguo, la nascita di un governo di emergenza che nasce sotto l’alta vigilanza del Capo dello Stato. Se lo spread fra i titoli italiani e quelli tedeschi cala di 120 punti in due giorni, questo dice da sé quanto grande fosse il discredito del governo uscente e quanto necessario il cambio di queste ore. Le forze politiche devono saper dimostrare generosità nei momenti decisivi. Per questa ragione, non ci saranno da parte nostra assalti alla poltrona. Siamo convinti che serva stringere i denti per alcuni mesi per riavviare la macchina democratica, per mettere mano a riforme importanti, non a pannicelli caldi. C’è stato un tempo in cui l’alto debito italiano era prevalentemente in mano a banche e famiglie italiane; era cioè un debito che lo Stato aveva con sé stesso, sotto altra forma. Noi prestavamo allo Stato le risorse per pagarci in stipendi e servizi. Nel mercato di oggi non è più così: il debito italiano è per oltre il 50% in mani non italiane, ma di banche e di fondi europei e non; se vogliamo che esso sia rinnovato alla sua scadenza, ascoltare l’Europa è un passo necessario. Non è possibile – è solo un esempio fra i molti possibili – e nemmeno giusto che un tedesco lavori qualche anno in più per pagare la pensione a un italiano che lavora qualche anno in meno. Se condividiamo le risorse per la crescita e per fare fronte ai debiti, deve venire il tempo in cui condividiamo anche le regole del gioco della distribuzione della ricchezza. E questo vale per tutti, dai deputati ai disoccupati. Il Partito Democratico si assume così la propria responsabilità. Gli altri tirino le loro somme e si assumano le loro.

Stasera si brinda. Da domani si torna al lavoro, perché prima di tutto viene l’Italia.

Tags: , , ,

La Palestina alle Nazioni Unite

L’Italia è un grande Paese ma il Premier è oramai un paria della comunità internazionale. Capi di Stato e di governo fuggono gli incontri bilaterali, le conferenze stampa congiunte e le foto ricordo poiché è sempre in agguato il colpo di scena, il commento impronunciabile confidato magari al telefono con un sodale di vita notturna. Silvio Berlusconi è, più che un leader in scadenza, un leader scaduto. Ed è finita anche la favola del premier che da del tu al mondo alle Nazioni Unite: non più discorsi letti in inglese fonetico (cioè secondo pronuncia senza capirne il significato), non più servizi taroccati nei tg Rai che montano immagini di platee gremite e consenzienti accanto a quelle del Berlusconi sul podio. Il Primo Ministro italiano non sarà a New York, nonostante il Mediterraneo sia al centro di alcune decisioni.

Noi democratici diciamo la nostra sulla più rilevante di queste.

Il 20 settembre, salvo colpi di scena, il Presidente dell’ANP depositerà una risoluzione richiedente il riconoscimento dello Stato di Palestina e pronuncerà un discorso due giorni dopo. Se la risoluzione venisse depositata al Consiglio di Sicurezza per tentare il riconoscimento pieno, essa avrebbe bisogno di almeno nove voti favorevoli e nessun voto contrario da parte dei membri con diritto di veto, uno scenario reso già oggi impossibile dall’annunciato veto Usa. Se invece la risoluzione verrà depositata all’Assemblea, essa richiederà il sì di 129 Paesi, corrispondenti ai due terzi dei componenti. In tal caso, l’OLP passerebbe da “osservatore permanente” a “Stato non membro” (come è oggi il Vaticano), un riconoscimento che impegnerebbe solamente i Paesi che si sono pronunciati a favore ma non gli altri. Questo nuovo rango conferirebbe ai palestinesi una maggiore forza negoziale e permetterebbe loro di riconoscere la giurisdizione della Corte Penale Internazionale, potendo così sollevare davanti ad essa singoli casi del contenzioso con Israele.

Durante l’estate tutte le parti hanno tessuto iniziative frenetiche, i palestinesi per guadagnarsi consensi, gli israeliani per sottrarli, gli americani e gli europei per proporre soluzioni alternative, una risoluzione dal contenuto articolato che fissi una nuova base negoziale o un impegno al negoziato diretto immediato che eviti il voto o una proposta di “upgrade” che elevi lo status a qualcosa di meno di “Stato non membro”.

Da anni, il negoziato è in completo stallo. Che si sia scelto il metodo del confidence building per seguire le tappe della “road map”, che si sia dato alle parti un tempo e dei compiti per casa per raggiungere l’obiettivo come avvenuto ad Annapolis, fatto è che la politica degli insediamenti è proseguita, nessun punto sensibile (ruolo di Gerusalemme, diritto al ritorno, fonti d’acqua, confini) è stato affrontato. I Paesi occidentali portano tutti una responsabilità e se oggi si levano le preoccupazioni, in entrambi gli scenari, su cosa potrebbe accadere “il giorno dopo”, è giusto ricordare che queste sono figlie delle inerzie del “giorno prima”.

Abu Mazen gioca il tutto per tutto: settembre 2011 era la data limite per la fine dei negoziati secondo il Quartetto, ma da due anni non esiste alcun negoziato; la Cisgiordania governata da Fayyad è un biglietto da visita che vuole dimostrare sul campo la capacità di governo di un’autorità rispetto ad un popolo che abita un territorio, cioè i tre elementi costitutivi tipici di uno Stato; la primavera araba ha dato slancio alle richieste palestinesi; la scelta definitiva della diplomazia come luogo del confronto ha allargato le simpatie internazionali consentendo probabilmente di avere già i voti necessari in Assemblea.

Israele vive il tempo del suo maggior isolamento politico e diplomatico. Da sempre abbastanza indifferente alle risoluzioni Onu che ha spesso non rispettato, Tel Aviv non ha previsto i mutamenti regionali che sono accaduti nell’ultimo anno, ha visto allontanarsi i due amici di sempre – Egitto e Turchia – fino alla quasi rottura delle relazioni, registra un crescente criticismo contro il proprio Premier Netanyahu ad opera della sinistra laburista ma anche di Khadima (“l’inerzia è stata un disastro diplomatico senza precedenti” nelle parole della Livni).

Israele fronteggia oggi il dilemma storico, non componibile se non con la pace. Esso rivendica il ruolo di unica democrazia dell’area e non nasconde il proprio scetticismo sulla possibilità che i vicini evolvano verso quel traguardo; dall’altro esso si sente casa naturale, “focolare” del popolo ebraico. Nel momento della nascita, all’Onu, la proposta di nome giunta sul tavolo di Truman recava la dizione “Jewish National State”, ma essa fu corretta a mano dal Presidente americano in “State of Israel”: il carattere territoriale e democratico del nuovo Stato doveva prevalere sulla natura religiosa, nonostante la tragedia della Shoah. La realtà dei fatti ci dice oggi che è impossibile conciliare a lungo le due aspirazioni: le tendenze demografiche, a seguito dell’occupazione israeliana, portano un costante aumento della popolazione palestinese e un rattrappimento di quella ebraica, non compensata dall’immigrazione di ebrei russi. Al di là dei giochi di parole di Netanyahu sullo “Stato ebraico di Israele”, l’unica condizione per mantenere le due caratteristiche è una pace fondata sui confini del 1967, con gli scambi necessari. Fuori da questo c’è solo la negazione del tempo che passa, l’aspettativa di una leadership americana più “amica”, la speranza di una involuzione del contesto regionale che costringa il mondo ad occuparsi di nuovo della eccezionalità di Israele e dunque della sua sicurezza.

Perciò Stati Uniti ed Europa sono oggi nel gruppo dei sicuri perdenti di un negoziato che non riparte.

La Casa Bianca, costretta dall’antico rapporto di amicizia con Israele, ha annunciato il suo veto a denti stretti: si indebolisce così la simpatia guadagnata da Obama nelle piazze arabe e si dimostra insufficiente la pressione diplomatica esercitata finora.

Un’Europa già debole si accinge a dividersi dagli Stati Uniti, dividendosi ancor più con l’opzione della “tripla”, Paesi favorevoli, astenuti e contrari. L’Italia è davanti ad un clamoroso passo falso se non torna indietro in tempo dall’annunciato voto contrario promesso da Berlusconi a Netanyahu.

Noi siamo da sempre “equivicini”: una forte amicizia con Israele e altrettali forti motivazioni per sostenere l’aspirazione palestinese al compimento del principio “due popoli due Stati”. L’Italia ha una posizione-Paese, consolidata nel corso dei decenni, che non può essere schiacciata da una posizione-Governo in una scelta che non ha carattere contingente. L’Italia ha un interesse nazionale che le viene dalla collocazione geo-politica nel Mediterraneo e che non le consente di giocare con i sentimenti profondi di opinioni pubbliche che si sono rimesse in movimento e che guardano a noi per vedere se siamo davvero in grado di capire e di aiutare un nuovo corso.

Ci sono dunque, per noi democratici, tutte le ragioni per sostenere un voto favorevole, condiviso con alcuni partner europei, consapevoli certo che solo il ritorno al negoziato diretto potrà poi risolvere le questioni aperte, comunque vada il voto.

Ma sarà il governo e non il Partito Democratico ad alzare la mano all’Assemblea. E allora chiediamo a chi lo rappresenterà di avere almeno un atteggiamento equilibrato e lungimirante, corrispondente all’intero Paese. Un voto di astensione non accontenterà le due opzioni più marcate ma permetterà all’Italia di rientrare nel solco dell’Unione Europea e di non graffiare gratuitamente il ruolo che il nostro Paese deve giocare nel Mediterraneo.

La situazione è già grave. Non facciamoci del male inutilmente.

Articolo pubblicato in versione ridotta sull’Unità di oggi e on line su www.nuovitaliani.it e sul sito del Pd

Tags: , , ,

Due o tre sassolini che mi fanno male

Per la maggioranza dell’opinione pubblica, “globalizzazione” significa che oggi viaggiare costa meno di ieri, che le merci sono prodotte prevalentemente in Asia e sono più economiche, che l’informazione e la rete hanno reso il mondo al tempo stesso più grande (del ristretto mondo di ieri) ma anche più piccolo (cioè più facile da conoscere).
Tutto vero. Ma si tratta di effetti, fra i tanti, della definizione vera della globalizzazione. Che è altra cosa.
La globalizzazione è la fuoriuscita dell’economia dalla sfera di dominio della politica, la sua progressiva autonomizzazione. Sembra una definizione tecnica e priva di conseguenze ma è proprio l’esatto contrario. La globalizzazione non arriva per caso; essa è figlia naturale di fatti e di scelte politiche, due in particolar modo: la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda che ingessava il mondo, e gli accordi di libero commercio del WTO.
Dalla prima delle due date, dal 1989, il prodotto interno lordo del mondo si è moltiplicato per 3, il volume degli scambi commerciali si è moltiplicato per 25, quello degli scambi finanziari addirittura per 80. Già quest’ultimo dato dovrebbe dire molto di quanto sta accadendo, e cioè – all’interno della sfera dell’economia – del golpe della finanza sull’economia reale, del dominio della ricchezza di carta, della ricchezza della matematica su quella dei beni e dei servizi che si possono vedere, toccare, consumare.
L’economia reale – per carità – si è appoggiata molto all’economia finanziaria; le famiglie hanno chiesto denaro in prestito per finanziare mutui immobiliari e consumi privati, le aziende hanno fatto ricorso al mercato borsistico per finanziare nuove idee e investimenti imprenditoriali, gli Stati hanno dilatato il loro debito sovrano per pagare stipendi, costruire infrastrutture, erogare servizi ai cittadini.

Ma c’è dell’altro, purtroppo. Infatti, sul mercato finanziario, solo per ricordare un esempio recente le banche che avevano molti clienti con mutui hanno impacchettato il rischio di quei mutui in nuovi prodotti finanziari a loro volta collocati sul mercato. E altri ancora hanno re-impacchettato quei prodotti “derivati” in altri prodotti, aggiungendoci dentro altri ingredienti, qualche titolo buono e qualche altro meno buono ma ben mescolato e dunque poco riconoscibile. Si è proceduto così, scatola cinese dentro scatola cinese, con un tasso crescente di rischio su quegli investimenti ed un buio altrettanto crescente sul contenuto reale di quel nuovo prodotto. Il seguito è tristemente noto: quando questa fragile impalcatura è crollata rovinosamente e si è scoperto (ma davvero non si sapeva prima?) che si trattava in realtà di carta senza valore, di titoli spazzatura, qualcuno si è interrogato su chi dovesse esercitare il controllo e soprattutto su chi avesse “certificato” quei prodotti.
Ed ecco planare nel mondo di noi terrestri le mitiche agenzie di rating. Le prime tre agenzie americane – Moody’s, Standards and Poor, Fitch – hanno il 90% del mercato, sono possedute da privati e con i propri comunicati decretano la “classificazione” di un bilancio societario, di un debito sovrano, di una emissione di nuovi titoli.
Le stesse agenzie di rating che avevano emesso giudizi di affidabilità su Lehman Brothers o AIG – qualcuno fallito, qualcun altro salvato a suon di miliardi di dollari – sono quelle che da mesi decidono concretamente (poiché influenzano gli investitori) con i propri comunicati sul debito greco o su quello irlandese o adesso su quello italiano se governi e parlamenti devono adottare misure straordinarie. Misure, ovviamente, che per fronteggiare oneri di indebitamento futuro che paghino il nuovo rischio del “mercato” devono nel frattempo tagliare prestazioni reali, salari, pensioni, servizi.
Vi ricordate la definizione della globalizzazione ? L’autonomizzazione dell’economia dalla politica. Dove è finita allora la sovranità ? A chi appartiene ? Al popolo che la esercita nelle forme definite dalla Costituzione o alle analisi dei doppiopetti grigi nascosti dietro le vetrate dei grattacieli di Standard and Poor ? Siamo certi che quelle analisi non servano altre logiche e altri padroni ?
All’annuncio del declassamento del debito americano – un’operazione che costerà circa 200 miliardi di dollari fra minori spese o maggiori tasse per finanziare il costo aggiuntivo del debito – l’economista Paul Krugman ha tuonato sul NYT “E’ una decisione vergognosa non perché l’America sia solida, ma perché queste persone non sono nella posizione di giudicare”.
Din don dan.
Qualcuno si era posto la stessa domanda quando la speculazione aveva attaccato l’economia greca o quella irlandese o quella portoghese ?
Non ho purtroppo il potere di fermare questa giostra ma so che c’è differenza fra l’abbattimento delle frontiere politiche e tecnologiche che consentono nel mondo la libera circolazione di idee, persone, beni, servizi e capitali e questa maionese impazzita che permette a dei simpatici giovanotti di vendere on line algoritmi di rischio scambiati per ricchezza salvo poi fare dei botti a 9 zeri senza assumersi alcuna responsabilità.

Un’altra parolina sul conformismo dominante, sui diti che indicano la luna e…..
Abbiamo talmente criticato la politica economica del governo italiano in questi due anni da diventare rauchi: la crisi negata, la balla che era tutta una questione di ottimismo, l’invito a consumare, l’affermazione che avevamo già la crisi alle spalle, che stavamo meglio di altri. Poi ieri l’altro, il commissariamento per telefono da parte di Stati Uniti, Francia e Germania, con l’odiata Bruxelles a fare da guardiana alla serietà delle nostre promesse, pena il mancato intervento della Banca Centrale Europea ad acquistare i nostri titoli pubblici.
Come Cassandre infelici per il tempo perduto dicamo “noi lo avevamo detto”: la crisi c’era, pioveva e noi non aprivamo l’ombrello. Così abbiamo perso 6 punti di Pil in tre anni, cioè il doppio degli altri, e ne abbiamo recuperato poco meno di due mentre i partner europei stanno ricominciando a crescere. Più rapidi a cadere, noi italiani, più lenti a risalire. Ma nel Paese imperava il bunga bunga, il processo lungo, la prescrizione breve, il minuetto di Scilipoti.
Mentre l’opposizione diceva queste cose – eccome se le diceva, tutti i giorni – i due principali quotidiani italiani dell’establishment moderato hanno dedicato buona parte del mese di maggio a dibattere il tema della ripresa tramite, udite udite, l’abbattimento delle tasse, uno dei tanti specchietti per le allodole buttati dal ministro dell’economia fra un piano Sud e un piano Casa, sicuramente uno specchiettone che avrebbe richiesto qualche decina di miliardi di disponibilità per sostenere lo squilibrio iniziale in attesa dei presunti benefici.
Sono passati solo 60 giorni e le stesse pensose barbe sono passate dalla discussione sull’abbattimento delle tasse a quella sul rischio del default, due temi che implicano scenari economici antitetici ma che vengono trattati con la stessa disinvoltura e – mi permetto – talvolta con la stessa approssimazione.

L’establishment di questo Paese, è evidente, non ha alcuna voglia di andare a votare. Ha scaricato platealmente Berlusconi (dopo che gli ambienti internazionali lo avevano già fatto) ma non si fida dell’alternativa. Così ricomincia a giocare con i governi tecnici, con l’apertura di un nuovo commissariamento della politica che, archiviato Berlusconi, rimetta in moto il meccano dei partiti e delle alleanze. E’ lo stesso film che vedo andare in scena dal 1994. Talvolta il copione sembra riuscire, talvolta meno. C’è sempre un deus ex machina all’orizzonte variamente evocato (oggi Monti o, come spererebbe lui, Montezemolo) e c’è sempre casualmente – con la complicità miope di pezzi di qualunquismo di sinistra – una campagna stampa che improvvisamente attacca il Parlamento, i politici, i loro privilegi. Molte cose vere per carità ma che stranamente diventano di stringente attualità quando serve distrarre l’opinione pubblica dalla vera partita che si sta giocando. In questo teatro delle ombre cinesi, fra una cortina fumogena e un falso bersaglio, mi permetto di far notare il doppiopesismo che accompagna la vicenda del Ministro dell’Economia: il terrore dell’establishment di aprire una fase nuova senza la certezza di governarla ancora una volta obbliga a perdonare comportamenti (mi riferisco alle vicende dell’on Milanese, consigliere del Ministro) che non sarebbero stati perdonati a nessuno. Ma, si sa, l’Italia è in Paese generoso. E tutti hanno qualcosa da farsi perdonare, prima o poi.

Buon riposo.

Tags: , , , , ,