E’ molto che non parliamo di Afghanistan e quando lo facciamo è per commentare o commemorare un soldato caduto. Come mi è toccato fare con il caporalmaggiore Sanna.
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L’ultimo lutto
gen 19
Et voilà…
gen 18
Solo per la curva sud dei tifosi…
Mi scuso per il black out del sito. Post scritto giov 2
La fortuna è cieca ma i fulmini sanno mirare benissino.
Alla Camera Berlusconi sbarra tutto fino al 13, al Senato tenta di ricattare il mondo universitario.
Ma Anna Finocchiaro ha ben agito per stoppare il giocattolo. Ecco la sua dichiarazione alla fine della capigruppo.
“Lo slittamento della discussione sul ddl Gelmini è una nostra vittoria. E’ stata una capigruppo molto complicata e molto dura però alla fine siamo riusciti a ottenere la calendarizzazione del provvedimento dopo il voto di fiducia. Se il presidente Berlusconi e il suo governo non avranno la fiducia allora non se ne discuterà più″.
Nelle ultime ore la Gelmini ha tentato nuovamente di mettere l’università sotto ricatto. Ha raccontato le solite balle prontamente rilanciate dall’establishment mediatico-accademico. Secondo la nota del ministero senza l’approvazione della legge si perderebbero i fondi per i concorsi da associato. E’ falso, poiché quei fondi sono già stanziati nella legge di stabilità che verrà approvata la prossima settimana. Come si ricorderà, questo fu il risultato della nostra battaglia ai primi di ottobre, quando riuscimmo a imporre l’anticipazione dei finanziamenti rispetto alla discussione del ddl.
Inoltre, con incredibile faccia tosta, la Gelmini paventa il rischio di un vuoto normativo sui concorsi che proprio lei ha creato al fine di piegare il mondo accademico. Infatti, con la legge n. 1 del 2009 furono introdotte nuove norme concorsuali annunciate come miracolose ma stranamente valide solo fino al 31 dicembre di questo anno. Il collega Bachelet con un emendamento ha cercato di ristabilire la continuità legislativa confermando le vecchie norme fino all’approvazione delle nuove, ma non c’è stato niente da fare. Comunque, il problema non esiste, poiché se anche il governo si dovesse dimettere – e sarebbe la più bella notizia – potrà introdurre norme transitorie nel prossimo decreto mille proroghe che rientra ampiamente nell’ordinaria amministrazione, come dimostra un analogo precedente del governo Prodi. E’ desolante il comportamento della Gelmini che arriva a strumentalizzare le aspettative dei giovani ricercatori per i suoi interessi politici.
Al contrario, sarebbe stato da irresponsabili approvare la legge prima della mozione di sfiducia, poiché in assenza del governo si sarebbe creata davvero una grave paralisi del sistema universitario. Come ricorderete l’attuazione del ddl richiede l’emanazione di ben 47 decreti del ministero o del governo e certamente questa imponente massa normativa non rientra nell’ordinaria amministrazione. Gli atenei quindi si sarebbero trovati in mezzo al guado non potendo più utilizzare la gran parte delle vecchie norme e non potendo neppure fare riferimento alle nuove. Ma questa infausta situazione è stata evitata dall’opposizione del Pd.
Ora ci possiamo concentrare sul problema principale che consiste nel mandare a casa Berlusconi. A tutti gli studenti, ai ricercatori e ai professori che si sono mobilitati contro il ddl rinnovo l’invito a partecipare alla grande manifestazione popolare, Con l’Italia che vuole cambiare, organizzata dal Pd per sabato 11 dicembre a San Giovanni.
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Nelle immagini ufficiali, da un decennio, il Presidente del Consiglio ostenta doppiopetti rigidi come corazze e predilige cravatte blu a pois bianchi che, per un certo periodo, erano divenute perfino divise spontanee indossate dall’esercito dei suoi cloni parlamentari.
Eppure una delle espressioni del gergo comune recita “cambia una certa cosa come le cravatte” per alludere ad una mobilità estrema delle scelte.
Berlusconi porta sempre le stesse cravatte ma ha un intero guardaroba di consiglieri che ne condizionano le scelte politiche o, meglio, che sono più o meno vicini al cuore del capo a seconda che il loro consigliare sia a lui gradito.
Il guardaroba contempla alcune stelle fisse come il fedele Bonaiuti o il silenzioso e infaticabile Letta – che nei momenti di affettuosa solitudine viene proposto come il vero capo del governo e il possibile candidato al Quirinale. Ne hanno fatto parte nel corso degli anni personaggi di demoniaco talento come Giuliano Ferrara, capace di affondare i denti nelle debolezze dei suoi avversari ma anche di dare consigli spiazzanti per rinfrescare il movimentismo del suo capo, o il solido e amico di lunga data Fedele Confalonieri, che ne conosce intimamente limiti e debolezze delle quali parla con una libertà non consentita ad altri.

In questa fase declinante dell’imperatore, la war room della PdL è frequentata da personaggi più tristi, più prevedibili e meno brillanti: il contorto ma imperturbabile Ghedini, i tre coordinatori (mi ricordano le iene del Re Leone di Disney) Cicchitto, Verdini, La Russa, dalle inguardabili biografie politiche, lo schiaffeggiabile Capezzone, tutta gente che comunica, con il linguaggio del corpo, la filosofia del bunker assediato e che suscita, anche a non essere maoisti, una sincera antipatia. Gente, insomma, con la quale non condividere nemmeno due ore di treno, meno che mai una vacanza in tenda.
Non mi dilungo sulla corte dei giornalisti a contratto, delle mazze ferrate di Libero e del Giornale, autentici pozzi di risentimento politico dei quali il capo finge di non sapere niente ostentando un sovrano distacco fra sé e la carta stampata.
Direttamente, con le visite alla reggia di Palazzo Grazioli, indirettamente, alimentando un dibattito pubblico su tv e giornali, i consiglieri tirano la giacca rigida di Berlusconi di qua e di là, riferiscono proprie opinioni elevate a sentimento comune, gossip elevati a fatti della vita.
Questo lungo countdown che porta il Paese all’esame del 14 dicembre diviene così un tormentato monologo interiore che, in omaggio all’era della comunicazione, diventa però un ininterrotto contorcimento pubblico fatto di alti e bassi, sterzate, accelerate e frenate.
Il dubbio con il quale si conclude questa settimana – o inizia un lungo fine settimana – ruota attorno alla possibilità di anticipare il voto di sfiducia con una crisi gestita da Berlusconi.
Crisi pilotata ? Crisi al buio ? Crisi con cambio di maggioranza ? Crisi con reincarico al medesimo Berlusconi ? Non liquidiamo la questione come un residuo della prima repubblica.
La crisi preventiva è la richiesta che, in tempi e con toni diversi, sia Casini che Fini hanno rivolto al premier. Per fare che ? Giocare un tiro mancino al premier, levandogli palazzo Chigi e scudo giudiziario in un sol colpo, per poi far saltare su un incidente qualsiasi la formazione di un governo bis ? Dimostrare che solo questo atto di umiltà e di riconoscimento della sovranità parlamentare può invece giustificare una corsa in aiuto in un momento di emergenza nazionale ?
Fidarsi, non fidarsi. Le parole dei talk show che molte volte ho richiamato in questi giorni raccontano una discussione dura ma sincera che ha sollevato in me il dubbio sulla bontà della strategia democratica di sponda con il terzo polo. Ma gli atteggiamenti del corpo, la realtà dei rapporti fra persone nella vita quotidiana dell’aula testimoniano una frattura incomponibile, una rabbia e un rancore fra colleghi che rende assai difficile ipotizzare un rilancio di quella storia comune.
Il Presidente Napolitano ha dimostrato finora una conduzione salda ed esigente del bene comune del Paese. Fidarsi, non fidarsi. Silvio Berlusconi ha raccontato in mille salse la propria versione della crisi del 94, la sensazione di tradimento patita con l’incarico a Dini senza garanzie formali sulla durata del suo successore. Il Presidente ha richiamato quotidianamente le forze politiche al senso di responsabilità, ha fatto capire di non ritenere le elezioni una soluzione buona sempre e comunque, ha stretto la briglia sulla leggerezza con la quale il Governo approva copertine di provvedimenti ancora da scrivere, ha chiesto all’opposizione di arrivare al punto con idee chiare e maggioranze eventuali non equivoche. Ogni due mesi, le aste dei titolo di Stati sollevano una domanda non solo economica sul futuro del Paese: quale è il tasso di interesse capace di rassicurare gli investitori internazionali sulla tenuta dell’Italia ? quanto grande deve essere lo spread, la distanza dal tasso dei titoli tedeschi, per misurare la distanza di aspettativa relativa alla medesima tenuta ? Che incidenza ha dunque il diverso spread sul debito pubblico scaricato sulla prossima generazione. Ecco dove la chiacchiera politica incrocia la vita reale di una comunità.
Fidarsi, non fidarsi ? Aprire la crisi senza garanzie o andare al muro contro muro ? Fidarsi della faccia feroce di Bossi che chiede le elezioni o ascoltare i consiglieri che sospettano un inizio di sganciamento della Lega ?
Giorni difficili per il Premier. Giorni più difficili per un Paese che sopporta la decomposizione di un quadro politico avvitato su se stesso, distante dalle preoccupazioni del cittadino medio, diverso dal volto del capo oramai trasformato nella maschera grottesca del suo tramonto.


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