Archivio per la categoria Firenze

Filo diretto

Qui di seguito trovate il link al video del mio filo diretto a Radio Radicale. Una prima parte dedicata alle principali questioni internazionali. Una seconda con le consuete telefonate senza filtro degli ascoltatori con 40 secondi di microfono libero….
A presto

http://www.radioradicale.it/scheda/333368/politica-estera-filodiretto-con-lapo-pistelli

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“Dal dolore per le primarie perse alla mia nuova vita da giramondo”

La Nazione di Firenze

Lapo Pistelli è il responsabile nazionale esteri del Pd

Firenze, 5 giugno 2011 – DIECI anni in politica estera, ora per Lapo Pistelli la nomina a responsabile esteri del Pd. Lo troviamo di corsa al telefono. Sta rientrando da Fiumicino.
Onorevole, settimana impegnativa?
«Densa. Ho incontrato il presidente palestinese Abu Mazen e il prossimo leader cinese Xi Jinping, e torno dal consiglio Italia-Stati Uniti presieduto da Sergio Marchionne».
E la prossima settimana?
«Prima sono in Israele e Palestina e poi un periodo un po’ più lungo fra Canada e Stati Uniti».
Com’è occuparsi oggi di politica estera per l’Italia?
«Complicato. Per molti anni Berlusconi aveva quasi convinto gli italiani che la politica estera era ciò che gli riusciva meglio. Che lui dava del tu al mondo».
E invece?
«Il bilancio è una tragica serie di gaffe e barzellette, la politica del cu-cu e una domanda ricorrente negli ultimi mesi ‘what is bunga bunga?’»
Lei di solito cosa risponde?
«Allargo le braccia e racconto un’altra Italia quella che il mondo ama davvero e che oggi è rappresentata in modo straordinario dal presidente Napolitano».
E’ tutto davvero così difficile?
«L’Italia ha da semnpre tre assi di politica estera. Quello atlantico con Obama è la cosa più facile il presidente americano per un democratico raramente sbaglia. Poi c’è l’asse europeo dove soffriamo una contraddizione. Nel mondo globale non esiste un futuro senza l’Europa eppure il messaggio conservatore populista tende a rinchiuderci nei confini nazionali e a considerare l’Europa un problema burocratico. Il terzo asse è il mediterraneo, il nostro giardino di casa, e questi mesi di primavera araba sono stati finora una stagione straordinaria. Ho viaggiato molto per Tunisia, Egitto, per il golfo, per cercare relazioni con la nuova politica».
E le ha trovate?
«Ci sono partiti che escono dalla clandestinità e giovani blogger. Un momento che ridà valore a parole antiche come libertà e dignità».
Si è occupato anche della Libia, della guerra?
«Il regime di Tripoli si sta sgretolando giorno dopo giorno e la buona notizia è che la Libia non sarà un nuovo Afghanistan. Però adesso è tempo di aprire un negoziato che permetta di trovare una soluzione per Gheddafi e per mantenere la Libia unita.
Lei si occupa di politica estera da anni.
«Sì, era anche il mio campo di studi. Me ne sono occupato in vari ruoli»
Questo è il più importante.
«Certo è che guidare per il primo partito italiano, dopo le Amministrative, sia nella politica estera che nelle relazioni con i partiti internazionali è un grande onore e una grande responsabilità.
Rimpianti per le primarie perdute a Firenze?
«Ogni sconfitta in politica è un grande dolore anche perchè mi ero candidato a Firenze per amore e non per carriera, ma la politica è fatta di vittorie e di sconfitte. Roma è la città dove si fa la politica estera e Firenze doveva scegliere un solo sindaco».

Pa.Fi.

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Silvio Banzai !!!

Magari un blog potesse spostare dei voti. Magari dovessimo rispettare il silenzio elettorale poiché altrimenti…
Ma facciamo finta che sia così e rispettiamo il sabato degli elettori (in realtà ci godremo il nostro sabato).
Auguri a Pisapia, auguri a De Magistris (sic), auguri ai candidati del centrosinistra a Cagliari, a Trieste, in tutti i ballottaggi di domenica.
La settimana che si chiude – speriamo di non sbagliarci – è stato il più lungo ed estenuato hara-kiri politico da parte del centrodestra che un militante democratico potesse desiderare. So che una persona normale non fa l’esegesi quotidiana dei giornali, delle dichiarazioni alle agenzie, dei telegiornali, dei talk show…
Faccio un ripassino delle rasoiate più gustose degli ultimi giorni.
Martedi alla Camera. Un Vietnam. Il governo va sotto cinque volte, sulle carceri, sul federalismo, sul testamento biologico. I Responsabili non si fanno vedere. Quelli appena nominati al Governo perché avevano da fare. Quelli non nominati perché non erano stati nominati. Il pomeriggio il Governo si arrende e rinvia a dopo i ballottaggi.

Porta a Porta. Un flop di ascolti innanzitutto. 100.000 persone in più della puntata della settimana precedente dedicata alle diete, quelle puntate precotte che si registrano e si mandano quando salta una serata. Inizio con aplomb, poi la trasformazione nell’incredibile Hulk. La crisi economica non c’è, l’Istat si sbaglia, gli italiani spendono “dieci miliardi l’anno in cosmetici”, una follia, detta da un uomo anziano di 74 anni che si tinge i capelli e il cuoio capelluto di nerofumo e che ha permanentemente il cerone, una follia la scelta della categoria di consumi cui fare riferimento. La Lega: “a Bologna gli abbiamo dato il candidato perché intanto non si poteva vincere”, “con Bossi lasceremo assieme”; vivi apprezzamenti da via Bellerio che replica gelida “Berlusconi pensi a se stesso”. L’Udc è un partito di poltronari e “gli avevamo offerto ben 11 posti di Ministro ma non sono stati sufficienti”; vivi apprezzamenti di Casini e di tutti i pidiellini come Alemanno o Formigoni che si sbracciano da mesi per cercare di ricucire con i centristi. I nostri candidati perdono perché “spesso non erano adeguati, non è colpa mia”; vivi apprezzamenti specie da coloro che sono ancora impegnati nei ballottaggi.

Sallusti, lo zio Fester del Giornale, annuncia in un’intervista a Vanity Fair che la Moratti è debole, che non vincerà, che ha sbagliato strategia. Nota del redattore: la strategia era stata suggerita quotidianamente proprio dal Giornale di Sallusti. I topi, se proprio non abbandonano la nave, si prendono qualche passeggiata in libertà.

Chiusura della campagna della Moratti a Milano. I quotidiani svelano che sono arrivati in città qualche centinaio di ragazzi dal Pdl del Sud. Devono riempire le iniziative del centrodestra per evitare i vuoti in sala. Tre giorni: aereo pagato, pulman per trasferimento in città con cartello “Berlusconi”, pensione completa in hotel centrale. Ieri, all’ultimo minuto, Gigi D’Alessio dà forfait al concerto di chiusura. Si sente attaccato dalla Lega, si sente (ben svegliato !) strumentalizzato. Gli astanti si consolano – non scherzo – con Moratti e altre comparse che cantano sul palco “O mia bela Madunina”…
Il G8 di Deauville. Gli staff di Sarkozy e della Markel hanno l’ordine di non far fare alcuno scatto fotografico assieme al primo ministro italiano. Che coglie alle spalle il presidente americano e per due minuti gli parla della “quasi dittatura dei giudici di sinistra”. Obama gelido, non replica, non annuisce, non un muscolo della faccia si muove, a differenza di quanto ha fatto stasera incontrando Napolitano a Varsavia. Una paranoia continuata: di tutto poteva parlare in quei due minuti, della Libia, del discorso del presidente americano sul medio oriente e sulle rivoluzioni arabe, su Marchionne e il rimborso anticipato del debito Chrysler, perfino della vittoria del Milan. No, dei giudici comunisti. Forse hanno ragione gli americani a diffidare dell’Italia nel caso di Amanda Knox o i brasiliani a non rilasciare Battisti.

Pensierino finale: da dieci giorni si sono perse le tracce di Daniela Santanchè. Deve essere tenuta sotto sequestro in attesa di qualche miracolo. Appunto. Miracolo a Milano. Ma il miracolo, stavolta, potrebbe essere un altro.

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Braccio di ferro

Nell’estate 2006, quando esplose la guerra in Libano a seguito delle operazioni militari israeliane, il governo italiano con Massimo D’Alema – alla guida della Farnesina – assunse una forte iniziativa che portò in pochi giorni al varo della missione Unifil, a comando italiano e con la piena partecipazione dell’Unione Europea. Si trattò di un indubbio successo diplomatico che fu esplicitamente riconosciuto dall’amministrazione americana (a guida repubblicana) e di un’azione che ha aiutato concretamente sul terreno a non peggiorare uno scacchiere già in precario equilibrio.

Nella crisi libica di questi giorni, gli osservatori sono divisi sulla valutazione della strategia della Casa Bianca, se siamo cioè davanti ad una conduzione incerta del giovane Presidente o se invece la sollecitazione all’Europa ad assumersi una responsabilità piena sia la semplice applicazione di un nuovo approccio multilaterale che l’Europa, per altro, ha lungamente invocato.
E’ ovvio che personalmente propendo per la seconda ipotesi.

Non mi ha perciò sorpreso in principio il protagonismo francese di questi primi giorni. Che sia, secondo una lettura “petrolifera”, per guadagnare posizioni nel dopo Gheddafi, che sia, secondo una lettura “psicologica” per rimediare alle goffaggini mostrate nella crisi tunisina, che sia, secondo una lettura “domestica”, una tappa della lunga volata per la riconferma all’Eliseo, la Francia ha cercato di riempire un vuoto, di assumere una leadership. E’ stata favorita in questo dal suo essere comunque Paese mediterraneo; è stata favorita dal vuoto lasciato dalla Germania di Angela Merkel. Che si provi simpatia o antipatia per i cugini d’Oltralpe, la politica estera in questo tempo si gioca più sull’iniziativa che sul posizionamento statico.

Sull’altro piatto della bilancia pesa invece ed è altrettanto incontestabile che il cosiddetto “air and space control” e la catena di comando della Nato sia un valore aggiunto insostituibile per l’efficacia di qualsiasi azione militare così come è evidente che l’esperienza accumulata dalla Nato in precedenti crisi fornirebbe una soluzione migliore dell’attuale comando provvisorio anglo-franco-americano sotto il coordinamento degli Stati Uniti.

Da qui il braccio di ferro delle ultime 36 ore, con la Francia a fare la melina per mantenere una posizione preminente e l’Italia a minacciare la ritorsione suprema di negare la disponibilità delle basi.

Che sia chiaro. L’obiettivo di una linea di comando Nato è assolutamente condivisibile, come ha richiamato il Presidente Napolitano, con la doppia e non banale cautela di ottenere il consenso dei partner più riluttanti come Germania e Turchia e quello dei Paesi non Nato coinvolti come il Qatar. E, a conferma della personale valutazione sulla politica della Casa Bianca, non sono sorpreso che Obama si stia adoperando per persuadere sia la Turchia che il Qatar su questo traguardo.

Ma deve essere altrettanto chiaro che il governo deve correggere immediatamente il balletto di quest’inizio settimana, il balletto di chi partecipa alla missione ma è dispiaciuto per Gheddafi, di chi giura che non bombarderemo mai ma poi manda in tv il Ministro della Difesa a spiegare come i nostri caccia sono i soli capace di distruggere i radar libici – come ? con i consigli ? con le parole ? – di chi pare ancora tentato di scambiare un pattugliamento navale per sanzionare l’embargo con uno per respingere i profughi.
Alla schedina sì, ma nelle missioni internazionali un Paese normale non può puntare sull’1 X 2.

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