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La costruzione della nuova Libia

Nessuno sa davvero se, quando e come il colonnello Gheddafi verrà catturato e nemmeno quali danni effettivi – nel diluvio di parole gonfie di odio e di retorica che ha riversato dai suoi nascondigli contro la nuova Libia – egli sia in grado di procurare nei prossimi giorni.

E’ un fatto certo che, nonostante le battaglie in corso per Sirte e Bani Walid, la Libia abbia girato pagina. E’ un fatto certo che l’Italia abbia fatto bene a non girare la testa dall’altra parte ma sia stata, pur con mille giravolte e contraddizioni, dentro la partita che la geopolitica e i suoi interessi nazionali le assegnavano.

Oggi sarebbe un errore, nell’ansia da prestazione che ha caratterizzato precedenti interventi militari, affrettarsi a dire «mission accomplished»: anzi, la qualità del lavoro e il metodo con cui esso sarà svolto nei prossimi mesi dal CNT e dalla comunità internazionale dirà molto, per un verso del futuro di quel Paese, per l’altro del messaggio inviato dai “vincitori” di oggi alle altre piazze arabe.?

Da un lato infatti, sembra essere scongiurato lo scenario “somalo”, la dissoluzione di un Paese già in sé caratterizzato da un’assoluta fragilità politica ed istituzionale. Dall’altro, essendo evidente come alcune primavere stiano diventando estate ma altre stiano precocemente virando verso l’autunno, il successo della costruzione di una nuova Libia potrebbe influenzare gli eventi nel resto della regione.?

Matti Atthisaari, ex primo ministro e negoziatore di fama, dettò qualche tempo fa alcune regole auree di buon funzionamento delle missioni internazionali. Fra quelle, si diceva innanzitutto che serve in ogni scacchiere un insieme di risorse economiche, intellettuali, politiche da destinare al post-conflitto pari almeno a quelle che si spendono nel conflitto e poi che costituisce un grave errore illudersi che la democrazia si costruisca e si concluda nel giorno delle elezioni.?

Questi due princìpi aurei mi paiono ancora più fondati nel caso della Libia per ragioni che possono sembrare perfino ovvie. Quando si accennava, negli anni d’oro del Colonnello, alla peculiarità nel panorama arabo del modello della Jahmayria, si usava una circonlocuzione per dimenticare la completa assenza di istituzioni, di garanzie democratiche, di pluralismo dell’informazione, di vitalità e di autonomia della società civile: in sintesi, davanti a noi non c’è la missione della “ricostruzione” della Libia ma la sua “costruzione”.

Molte perciò sono le questioni aperte in questa convulsa fase della vita del Paese: come uscire dallo stato di conflitto e avviarsi verso una normale transizione, chi rappresenta il popolo libico e in quali forme questa rappresentanza può essere organizzata, come far ripartire l’economia (non soltanto il traffico dei prodotti petroliferi), come comportarsi con i lealisti del regime e con Gheddafi in persona nel caso della sua cattura.

Il CNT ha elaborato una piattaforma politica, presentata alla Conferenza di Parigi, che pare abbastanza incoraggiante: una road map istituzionale anche ottimisticamente troppo rapida, la continuità dei contratti in essere, la consapevolezza di non dover ripetere gli errori irakeni sulla “de-baathificazione” accelerata di quel poco che rappresenta la vecchia amministrazione.

Credo, anche se non è mai superfluo ricordare le piroette e le scivolate della politica estera berlusconiana e le insanabili contraddizioni fra le componenti della maggioranza, che non sia così decisivo oggi fissare la gerarchia dei vincitori. Il protagonismo francese, elettoralmente utile a Sarkozy ma altrettanto fastidioso per la nostra sensibilità, che ha comunque coperto un vuoto lasciato da altri, può generare attenzione e commenti nell’immediato, ma l’amicizia vera con la nuova Libia si misurerà nella pazienza di chi si metterà a fianco di questo popolo con un progetto di lungo periodo.

Oggi è opportuno chiedere garanzie al CNT per la consegna di Gheddafi al tribunale Penale Internazionale per un processo equo che sfugga la tentazione della resa dei conti interna e sia in linea con le deliberazioni Onu; è opportuno fare tutte le pressioni affinché il movimento islamista armato non approfitti del caos odierno per guadagnare spazi di controllo della nuova Libia; è urgente cercare di tutelare – con lo scongelamento dei beni all’estero – anche i crediti delle piccole e medie aziende italiane (si parla sempre e solo di quelle grandi) che erano là impegnate. E a fronte di queste richieste, è indispensabile offrire bilateralmente e all’interno della missione europea tutto l’aiuto di cui siamo capaci per lo sforzo enorme di “nation building” che attende la Libia: il nostro atteggiamento, in genere meno cattedratico di altri, può essere particolarmente utile a riconquistare la fiducia dei libici. Ci aiuterà in questo anche l’ambasciatore Buccino Grimaldi, che lascia il Quirinale e si reca a Tripoli, segno che la garanzia offerta dal Colle non vale soltanto per le tempeste finanziarie che attraversano l’Europa, ma anche per questa nostra presenza internazionale.

Dato che la memoria politica è una risorsa in via di esaurimento, desidero infine ricordare le previsioni sulle “invasioni bibliche” che ci avrebbero colpito, le “onde migratorie” che Gheddafi ci aiutava ad impedire e che una sua caduta avrebbe riaperto. La realtà ci dice che non avvengono sbarchi da giorni, che nelle ultime settimane di Tripoli i lealisti imbarcavano gratis profughi e migranti come arma anti-europea, gli stessi che taglieggiavano i medesimi disperati fino a pochi mesi prima. La replica dei fatti è sempre molto più dura delle parole della propaganda.

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Due o tre sassolini che mi fanno male

Per la maggioranza dell’opinione pubblica, “globalizzazione” significa che oggi viaggiare costa meno di ieri, che le merci sono prodotte prevalentemente in Asia e sono più economiche, che l’informazione e la rete hanno reso il mondo al tempo stesso più grande (del ristretto mondo di ieri) ma anche più piccolo (cioè più facile da conoscere).
Tutto vero. Ma si tratta di effetti, fra i tanti, della definizione vera della globalizzazione. Che è altra cosa.
La globalizzazione è la fuoriuscita dell’economia dalla sfera di dominio della politica, la sua progressiva autonomizzazione. Sembra una definizione tecnica e priva di conseguenze ma è proprio l’esatto contrario. La globalizzazione non arriva per caso; essa è figlia naturale di fatti e di scelte politiche, due in particolar modo: la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda che ingessava il mondo, e gli accordi di libero commercio del WTO.
Dalla prima delle due date, dal 1989, il prodotto interno lordo del mondo si è moltiplicato per 3, il volume degli scambi commerciali si è moltiplicato per 25, quello degli scambi finanziari addirittura per 80. Già quest’ultimo dato dovrebbe dire molto di quanto sta accadendo, e cioè – all’interno della sfera dell’economia – del golpe della finanza sull’economia reale, del dominio della ricchezza di carta, della ricchezza della matematica su quella dei beni e dei servizi che si possono vedere, toccare, consumare.
L’economia reale – per carità – si è appoggiata molto all’economia finanziaria; le famiglie hanno chiesto denaro in prestito per finanziare mutui immobiliari e consumi privati, le aziende hanno fatto ricorso al mercato borsistico per finanziare nuove idee e investimenti imprenditoriali, gli Stati hanno dilatato il loro debito sovrano per pagare stipendi, costruire infrastrutture, erogare servizi ai cittadini.

Ma c’è dell’altro, purtroppo. Infatti, sul mercato finanziario, solo per ricordare un esempio recente le banche che avevano molti clienti con mutui hanno impacchettato il rischio di quei mutui in nuovi prodotti finanziari a loro volta collocati sul mercato. E altri ancora hanno re-impacchettato quei prodotti “derivati” in altri prodotti, aggiungendoci dentro altri ingredienti, qualche titolo buono e qualche altro meno buono ma ben mescolato e dunque poco riconoscibile. Si è proceduto così, scatola cinese dentro scatola cinese, con un tasso crescente di rischio su quegli investimenti ed un buio altrettanto crescente sul contenuto reale di quel nuovo prodotto. Il seguito è tristemente noto: quando questa fragile impalcatura è crollata rovinosamente e si è scoperto (ma davvero non si sapeva prima?) che si trattava in realtà di carta senza valore, di titoli spazzatura, qualcuno si è interrogato su chi dovesse esercitare il controllo e soprattutto su chi avesse “certificato” quei prodotti.
Ed ecco planare nel mondo di noi terrestri le mitiche agenzie di rating. Le prime tre agenzie americane – Moody’s, Standards and Poor, Fitch – hanno il 90% del mercato, sono possedute da privati e con i propri comunicati decretano la “classificazione” di un bilancio societario, di un debito sovrano, di una emissione di nuovi titoli.
Le stesse agenzie di rating che avevano emesso giudizi di affidabilità su Lehman Brothers o AIG – qualcuno fallito, qualcun altro salvato a suon di miliardi di dollari – sono quelle che da mesi decidono concretamente (poiché influenzano gli investitori) con i propri comunicati sul debito greco o su quello irlandese o adesso su quello italiano se governi e parlamenti devono adottare misure straordinarie. Misure, ovviamente, che per fronteggiare oneri di indebitamento futuro che paghino il nuovo rischio del “mercato” devono nel frattempo tagliare prestazioni reali, salari, pensioni, servizi.
Vi ricordate la definizione della globalizzazione ? L’autonomizzazione dell’economia dalla politica. Dove è finita allora la sovranità ? A chi appartiene ? Al popolo che la esercita nelle forme definite dalla Costituzione o alle analisi dei doppiopetti grigi nascosti dietro le vetrate dei grattacieli di Standard and Poor ? Siamo certi che quelle analisi non servano altre logiche e altri padroni ?
All’annuncio del declassamento del debito americano – un’operazione che costerà circa 200 miliardi di dollari fra minori spese o maggiori tasse per finanziare il costo aggiuntivo del debito – l’economista Paul Krugman ha tuonato sul NYT “E’ una decisione vergognosa non perché l’America sia solida, ma perché queste persone non sono nella posizione di giudicare”.
Din don dan.
Qualcuno si era posto la stessa domanda quando la speculazione aveva attaccato l’economia greca o quella irlandese o quella portoghese ?
Non ho purtroppo il potere di fermare questa giostra ma so che c’è differenza fra l’abbattimento delle frontiere politiche e tecnologiche che consentono nel mondo la libera circolazione di idee, persone, beni, servizi e capitali e questa maionese impazzita che permette a dei simpatici giovanotti di vendere on line algoritmi di rischio scambiati per ricchezza salvo poi fare dei botti a 9 zeri senza assumersi alcuna responsabilità.

Un’altra parolina sul conformismo dominante, sui diti che indicano la luna e…..
Abbiamo talmente criticato la politica economica del governo italiano in questi due anni da diventare rauchi: la crisi negata, la balla che era tutta una questione di ottimismo, l’invito a consumare, l’affermazione che avevamo già la crisi alle spalle, che stavamo meglio di altri. Poi ieri l’altro, il commissariamento per telefono da parte di Stati Uniti, Francia e Germania, con l’odiata Bruxelles a fare da guardiana alla serietà delle nostre promesse, pena il mancato intervento della Banca Centrale Europea ad acquistare i nostri titoli pubblici.
Come Cassandre infelici per il tempo perduto dicamo “noi lo avevamo detto”: la crisi c’era, pioveva e noi non aprivamo l’ombrello. Così abbiamo perso 6 punti di Pil in tre anni, cioè il doppio degli altri, e ne abbiamo recuperato poco meno di due mentre i partner europei stanno ricominciando a crescere. Più rapidi a cadere, noi italiani, più lenti a risalire. Ma nel Paese imperava il bunga bunga, il processo lungo, la prescrizione breve, il minuetto di Scilipoti.
Mentre l’opposizione diceva queste cose – eccome se le diceva, tutti i giorni – i due principali quotidiani italiani dell’establishment moderato hanno dedicato buona parte del mese di maggio a dibattere il tema della ripresa tramite, udite udite, l’abbattimento delle tasse, uno dei tanti specchietti per le allodole buttati dal ministro dell’economia fra un piano Sud e un piano Casa, sicuramente uno specchiettone che avrebbe richiesto qualche decina di miliardi di disponibilità per sostenere lo squilibrio iniziale in attesa dei presunti benefici.
Sono passati solo 60 giorni e le stesse pensose barbe sono passate dalla discussione sull’abbattimento delle tasse a quella sul rischio del default, due temi che implicano scenari economici antitetici ma che vengono trattati con la stessa disinvoltura e – mi permetto – talvolta con la stessa approssimazione.

L’establishment di questo Paese, è evidente, non ha alcuna voglia di andare a votare. Ha scaricato platealmente Berlusconi (dopo che gli ambienti internazionali lo avevano già fatto) ma non si fida dell’alternativa. Così ricomincia a giocare con i governi tecnici, con l’apertura di un nuovo commissariamento della politica che, archiviato Berlusconi, rimetta in moto il meccano dei partiti e delle alleanze. E’ lo stesso film che vedo andare in scena dal 1994. Talvolta il copione sembra riuscire, talvolta meno. C’è sempre un deus ex machina all’orizzonte variamente evocato (oggi Monti o, come spererebbe lui, Montezemolo) e c’è sempre casualmente – con la complicità miope di pezzi di qualunquismo di sinistra – una campagna stampa che improvvisamente attacca il Parlamento, i politici, i loro privilegi. Molte cose vere per carità ma che stranamente diventano di stringente attualità quando serve distrarre l’opinione pubblica dalla vera partita che si sta giocando. In questo teatro delle ombre cinesi, fra una cortina fumogena e un falso bersaglio, mi permetto di far notare il doppiopesismo che accompagna la vicenda del Ministro dell’Economia: il terrore dell’establishment di aprire una fase nuova senza la certezza di governarla ancora una volta obbliga a perdonare comportamenti (mi riferisco alle vicende dell’on Milanese, consigliere del Ministro) che non sarebbero stati perdonati a nessuno. Ma, si sa, l’Italia è in Paese generoso. E tutti hanno qualcosa da farsi perdonare, prima o poi.

Buon riposo.

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Filo diretto

Qui di seguito trovate il link al video del mio filo diretto a Radio Radicale. Una prima parte dedicata alle principali questioni internazionali. Una seconda con le consuete telefonate senza filtro degli ascoltatori con 40 secondi di microfono libero….
A presto

http://www.radioradicale.it/scheda/333368/politica-estera-filodiretto-con-lapo-pistelli

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La follia di Oslo

Ieri sera, poco prima di andare in macchina, l’Unità mi ha chiesto un breve commento sulla follia omicida di Oslo pubblicato poi oggi, sabato 23 luglio. Le notizie ultime mi costringono a cambiarne parte del testo.

Alle vittime, ai ragazzi del summer camp dei giovani laburisti norvegesi va il mio commosso pensiero.

La Norvegia è giustamente considerata fra i Paesi più pacifici, civili e aperti al mondo. E alla causa di un mondo migliore si è sempre dedicata con passione, competenza e generosità. Dalle cause globali degli Obiettivi del Millennio allo sviluppo sostenibile, dal conflitto israelo-palestinese alla difesa della libertà politica e religiosa, (per non menzionare l’importante macchina del premio Nobel) i norvegesi, i laburisti lì al governo – nonostante la geopolitica non li obblighi in alcun modo verso latitudini lontane – si sono sempre spesi sulla base del principio di giustizia e di uguaglianza.

Eppure, proprio una società così aperta e gentile ha covato al suo interno un virus oscuro e letale, un incrocio malefico fra una forma di terrorismo fai-da-te, un atto di follia nello stile del massacro di Columbine. Questa violenza assurda colpisce proprio uno dei governi di riferimento del progressismo europeo e un campo estivo con 700 ragazzi, organizzato dal movimento giovanile del partito, al quale in passato hanno partecipato anche i giovani democratici italiani.

Nelle prime ore, e ancora sulla maggior parte dei quotidiani di oggi, campeggiava la pista jihadista. In fondo, basta essersi spesi nella grande coalizione internazionale contro l’Afghanistan di Osama Bin Laden o essersi offerti per proteggere i civili di Bengasi dalla follia di Gheddafi o, peggio ancora, avere creato una società libera e serena che sa sorridere con le proprie vignette anche delle questioni religiose per entrare nel mirino folle di uno dei tanti gruppuscoli della galassia jihadista. E una sigla sconosciuta si era pure affrettata a rivendicare il massacro.

Con il passaggio delle ore, il quadro si è chiarito nella sua forma più tragica: le vittime non erano né 5, ne 15 ma sono salite (ad ora) a 91 per la maggior parte ragazzi, adolescenti indifesi. Inoltre il volto del male era quello di un ragazzo di 32 anni, biondo, alto, norvegese, l’immagine più lontana dallo stereotipo allevato in questi anni di lotta globale al terrorismo: un estremista dell’ultradestra, sedicente cristiano, islamofobico, un frutto avvelenato di una stagione politica che ha galoppato sulle paure, sui nervi scoperti delle società ricche, sulle ansie da globalizzazione. Una matrice e un movente che rendono priva di senso la sospensione temporanea di Schengen, una misura figlia della legittima paura del momento.

I democratici italiani sono al fianco della Norvegia, del suo governo, delle famiglie oggi colpite da un lutto inaccettabile e sono consapevoli che la maturità di questo grande Paese con la sua piccola popolazione consisterà proprio in questo. Nel non accettare il ricatto del terrorismo, nel non chiudersi nel pacifico mondo del Nord, nel continuare a spendersi per un mondo più giusto, nell’impegnarsi in conflitti lontani quando sono in gioco i più deboli, nel non barattare una minor libertà con una maggior sicurezza.

Anche se, in questo mondo, chi non riconosce né capisce la libertà e la diversità è sempre pronto a colpire vilmente alle spalle.

Lapo Pistelli
Responsabile Esteri e Relazioni Internazionali Partito Democratico

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