Scendo dall’ottovolante dell’informazione dedicata alla terribile strage di Utoya con lo stomaco sottosopra, la convinzione radicata che l’arma della parola si consuma con poco ma lascia danni permanenti, la necessità di connettere cervello e penna prima di mettere in moto la mano.
Il mondo intero ha espresso lo sdegno, il cordoglio, la solidarietà a questo popolo pacifico e globale, che ha costruito una forma esemplare di convivenza civile, praticata con politiche di promozione dello sviluppo nel sud del mondo e adesione sincera alle campagne globali delle organizzazioni internazionali.
Il primo giorno, complici le notizie frammentate, l’emergenza delle ore che passavano e soprattutto una rivendicazione via web, i media mondiali hanno puntato la pista jihadista, lo scontro di civiltà riproposto proditoriamente nella più mite delle società.
Lo shock del norvegese, islamofobo e cristiano, giovane e biondo – da qui la facilità con la quale molte vittime sono cadute nelle mani del carnefice – ha girato di 180 gradi il faro, che ha illuminato con la stessa sicurezza il disagio delle società scandinave, il sessismo intra-familiare, la violenza sottile che promana dalle pagine di Larsson e dagli altri giallisti nordici.
Al terzo giorno, nuovo giro, nuova corsa. Fioriscono sui giornali della destra italiana le analisi che legano funambolicamente i due filoni, cercando di dimostrare che una società aperta, troppo aperta, dunque multiculturale, crea un ambiente così plurale da scatenare pulsioni violente di rifiuto. Non siamo al “se la sono cercata” come si diceva delle ragazze violentate quando indossavano gonne troppo audaci, ma poco ci manca.
Ieri, intervenendo ad una trasmissione radiofonica di successo, l’onorevole Borghezio della Lega ha detto esplicitamente di non condividere il gesto ma di condividere integralmente le motivazioni costringendo il Carroccio a chiedere scusa al governo norvegese.
La società contemporanea è ossessionata in generale dalla paura dell’anonimato, della mediocrità e dalla conseguente ricerca di un’emozione, di una scarica di adrenalina, di una ribalta che riscatti una vita altrimenti all’ombra. Ne sono riprova i contenuti di violenza succhiati in tenera età nei videogiochi, i formati tv del talent show declinati in tutte le salse, i GF, le piattaforme virtuali di socialità, perfino i suicidi e i massacri annunciati (da Columbine ad altri episodi meno conosciuti ed altrettanto cruenti). La motivazione addotta dall’assassino di Oslo («sarò ricordato come il mostro più grande») non sfugge alla regola.
Sarei tentato di dire che la politica c’entra quasi per caso, che qui c’è una psicopatologia grave che cerca una causa da sposare. Sarei tentato, se non fosse che populismi ed estremismi hanno drogato la fonte prima della politica – la parola appunto – intossicando le sorgenti con nemici immaginari, con capri espiatori, con un frasario declinato sempre nella sua forma superlativa.
Si diceva in Italia, trent’anni fa, che dietro ogni violenza politica c’erano sempre dei cattivi maestri.
La diffusione della rete, delle tecnologie di comunicazione ha abbassato la soglia di ingresso nel mercato dei cattivi maestri: chiunque, con poco, può introdurre nel sistema parole, immagini, slogan, capaci di produrre effetti (in)desiderati a distanza globale. Lo sa bene Al Qaeda che utilizzò in modo macabro la rete nei primi anni della guerra in Iraq. Ma esiste sempre un’alternativa, anche per chi produce politica e informazione.
Il governo norvegese – grazie anche per questo – ha chiamato a una manifestazione di massa impressionante, silenziosa e composta, come composti erano i volti dei governanti di quel paese e delle famiglie segnate dal lutto. Ci saranno pure state pulsioni legittime per condannare Andres Breivik al più atroce dei supplizi, ma nessuno ha messo il megafono in mano ad un Borghezio norvegese.
Perché in certe circostanze non è vero che “the show must go on”. Talvolta la giostra si può e si deve fermare.
Pubblicato su Europa il 27 luglio 2011

