Dieci anni è durata la caccia a Osama Bin Laden. L’11 settembre 2001, dei miei tre figli, una non era ancora nata, l’altro era piccolissimo e la primogenita andava alle scuole elementari. Eppure, come ha ricordato Barack Obama, le immagini delle Torri Gemelle sono oramai impresse nella memoria collettiva del mondo, non solo in quella nazionale americana. E mi sembra ieri che in quel lunedi pomeriggio tutti si fermarono assistendo in diretta alla catastrofe di New York.

Perciò è comprensibile la grande gioia spontanea degli americani, la soddisfazione di un Presidente Candidato che segna un gol davvero pesante per il suo futuro politico, le felicitazioni del mondo intero.
Sono stati proprio i miei due figli più piccoli a chiedermi se però adesso la sicurezza del mondo sarà migliore o più a rischio. Se Al Qaeda dovrà dimostrare una capacità di reazione incarognendo la propria azione terroristica, proprio ora che le rivolte/rivoluzioni del Maghreb e del Medio Oriente avevano indicato una via alternativa al fondamentalismo armato.
In poche righe mi limito ad indicare un tema di riflessione, già noto a molti, che si staglia però oggi con indiscutibile evidenza. Mi riferisco al Pakistan. E’ lì, in una ignota cittadina vicina ad Islamabad, in un compound fortificato ed esclusivo che i 18 Navy Seals hanno inchiodato l’emiro del terrore.
Il Pakistan è un paese di circa 180 milioni di abitanti. Enorme. Altra categoria rispetto all’Iraq, all’Iran o ad altri Paesi con i quali la cronaca ha già familiarizzato. E’ in quel confine poroso con l’Afghanistan (confine ?) che le tribù pashtun, i servizi pakistani, l’esercito hanno condiviso rilevanti aree grigie che hanno alimentato madrasse fondamentaliste e addestramento di talibani. E’ il Pakistan il Paese passato da Stato pericoloso e canaglia quando Musharraf era noto solo come persecutore di Benhazir Butto a Paese alleato contro il fondamentalismo quando la realpolitik ha cambiato le carte sia a Islamabad che a Washington. E’ il Pakistan il Paese che ha ucciso Benhazir Butto, il Paese in cui il suo partito poi arrivato al governo ha moderato fortemente il proprio profilo riformista. E’ il Pakistan il Paese dove, per il reato di blasfemìa, una giovane donna cattolica attende il suo destino di morte confidando nel sostegno internazionale e dove entrambi gli esponenti politici che si erano pronunciati pubblicamente contro quella legge sono stati uccisi con la complicità delle forze dell’ordine. E’ il Pakistan, rifugio dell’ultimo Bin Laden, the next big thing del dibattito internazionale.
Da noi, in Italia, va in scena un altro film. Uno si aspetterebbe un Premier onnipotente che dice ai suoi alleati e ministri “o si fa come dico io sulla politica estera o ti levo la delega e si va a votare” e invece si assiste ad un Ministro senza Ministero (di che si occupa Umberto Bossi ?) che dice a Berlusconi “o voti la mia mozione o ti mando a casa”. Io penso che come sempre si troverà una quadra, che tutto si ricomporrà indicando al pubblico di centrodestra l’irresponsabilità di un’opposizione che ha invece denunciato l’ennesimo spettacolo di una maggioranza in decomposizione politica. Ma dove sono finiti gli intellettuali e gli editorialisti che crocifiggevano pensosamente il centrosinistra di Prodi ad ogni sua minima incertezza e che assistono silenziosi da mesi ad una politica estera pasticciona e balbettante poiché lacerata fra le relazioni personali di Berlusconi, l’isolazionismo valligiano di Bossi, l’arditismo di La Russa e l’equilibrismo di Frattini ?
Hai ragione a lamentare l’assenza degli “Editorialisti”.
Non sono gli unici a segnare il passo, in verità.
Da queste parti, non ci si meraviglia nemmeno più che i solo 314 Italiani davvero convinti che, grazie all’interessamento del premier, ce l’abbiamo fatta a scansare una pericolosa crisi internazionale con l’Egitto siano addirittura Membri del Parlamento nazionale.
Se non me lo impedisse la considerazione personale che meriti (e che meritano, fortunatamente, anche altri / altre), verrebbe da chiedervi: “Ma come fate a prendere il caffè alla stessa bouvette?”
Tornando a chi “fa opinione”, scrivendo sulla carta stampata, dico solo che l’affetto che ancora mi lega al nome di Giornalista fiorentino che se ne è andato troppo presto (Ennio Macconi), non mi fa porre troppe domande a chi ha organizzato lo spettacolo al Teatro Verdi, venerdì prossimo, per raccogliere fondi per attivare una Borsa di studio per un giovane Giornalista.
Dove si formerà?
Avrà una qualche contiguità con personaggi troppo “illustrati” per essere veri, come colui che usa la carta intestata del fantomatico “Osservatorio permanente giovani – editori”?
Sentirà mai parlare, questo giovane Giornalista che si formerà, di Riccardo Orioles e della sua indomita, diffusa e povera, Scuola di giornalismo che continua a vivere nei terreni difficili delle inchieste che portarono all’uccisione del “suo” Direttore Giuseppe Fava, negli anni de “I SICILIANI”?
Vogliamo continuare a credere che ce la faremo, ma è sempre più faticoso.