Archivio per marzo 2011

Trincea italiana

Il gioco si sta facendo duro. Si avvicinano le elezioni amministrative. I sondaggi hanno segnalato nelle ultime settimane un calo della maggioranza e, più ancora, un crollo della percezione di credibilità del Presidente del Consiglio.
Non è dunque a caso che gli strateghi della PdL stiano mettendo in campo tutto ciò che serve per cercare di invertire la tendenza. Spigolare fra i fatti e le notizie di questi ultimi giorni è assai istruttivo.

Nella trasmissione “Forum” di pochi giorni fa, un programma assai popolare seguito da un pubblico di gusti semplici, va in scena un siparietto fra una coppia terremotata de l’Aquila. Si discute di un negozio da riaprire, di un amore in crisi. La signora si lancia in una difesa appassionata del Governo, della Protezione Civile, di Berlusconi. Tutto è rinato, tutti hanno la casa con il giardino, l’economia è ripartita. Parte un’onda di protesta sulla rete. Si svela l’arcano: la signora non ha alcun negozio, è casalinga, non è sposata con il presunto compagno, non è terremotata, non è del L’Aquila, ma ha ricevuto 300 euro per recitare un copione scritto dagli autori. Paginate sui giornali, scuse poco imbarazzate di Rita Dalla Chiesa. Ma i giornali sono letti da chi non guarda Forum. E chi guarda Forum non legge i giornali. I due pubblici non comunicano. Così, gli spettatori di Forum non abruzzesi si convinceranno che la signora parlava con cuore sincero e che le denunce dell’opposizione sono figlie del solito pregiudizio.

Stamani, tutti presenti in Aula: Frattini e Ghedini, Verdini e Bossi, la sgarambona Brambilla e l’algida Prestigiacomo, Brunetta e Romani. Scatta il blitz: inversione dell’ordine del giorno per approvare in modo blindato il “processo breve”. Vanno in fumo tutte le balle sulla riforma “epocale” della giustizia pronunciate dal premier e sottoscritte dall’abile e fedele Alfano. L’urgenza è bloccare il processo Mills, anche se questa norma ad hoc manderà in fumo, cioè in prescrizione, altre migliaia di processo per criminali comuni. Nelle stesse ore, Berlusconi è partito per Lampedusa con tutto il circo mediatico al seguito con lo scopo di oscurare nei notiziari quanto si discute e si vota a Roma. Gli spin doctor chiamano questa tecnica defusying, in italiano depistaggio.

Del resto, l’osservatorio di Pavia sui dati tv dice cose semplici e orrende: il tempo dedicato nei notiziari a maggioranza e opposizione ha un rapporto di 30 a 1; in alcune tv, tutto ciò che non è Berlusconi è semplicemente cancellato e rimosso. I talk show della sera sono poca cosa rispetto alla programmazione dell’intera giornata. E’ questa la ragione per cui a Washington, nella classificazione di Freedom House dei sistemi informativi, l’Italia è l’unico Paese dell’Europa continentale definito “parzialmente libero”; è questa la ragione per cui il Parlamento Europeo, a maggioranza centrodestra, ha votato una risoluzione che evidenzia la preoccupazione per la libertà informativa di alcuni Paesi, elencandone sei (Ungheria, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca e Estonia, la cui storia recente è nota, e Italia, Paese fondatore).

L’Italia non è invitata alla pre-Conferenza di Londra sulla Libia. Si vedono Barack Obama, Cameron, Sarkozy, Angela Merkel (che si è astenuta al Consiglio di Sicurezza a New York e non partecipa alla coalizione sulla Libia). L’esclusione dell’Italia – che mette basi e aerei, che ha rapporti speciali con la Libia – è politica, interamente politica. La credibilità internazionale è sotto le scarpe. Noi siamo semplicemente fuori asse, fuori sintonia. Ci siamo ma non ci siamo. Inventiamo assi tedeschi senza che Berlino lo sappia, come quei bambini che dichiarano di essere fidanzati ma confessano che lei non lo sa. Ma il Ministro Frattini, che ha cercato la collaborazione dell’opposizione in Parlamento, che ha scritto assieme a noi la risoluzione approvata in Commissione e poi in Aula, che ha subìto l’enciclopedica risoluzione scritta dalla Lega per digerire la presenza in Libia, scrive sul suo blog che l’opposizione non ha il senso della responsabilità dei momenti gravi, che ha dato vita in Parlamento ad un “teatrino lunare”. Eccesso di zelo di un collaboratore partigiano e poco informato di un ministro indaffarato o cibo precotto per preparare gli elettori alla battaglia elettorale ? Vergogna comunque.

Il Presidente del Consiglio, i principali Presidenti di regione del nord sono stati contestati nelle scorse settimane, durante le celebrazioni del 150° anniversario della Repubblica, dalla gente comune. Ne sono stato diretto testimone. Così come ho visto di persona l’affetto sincero che circonda il Capo dello Stato, che è stato capace di colmare un vuoto di credibilità istituzionale con il proprio comportamento. Temendo il ripetersi delle contestazioni, Berlusconi ha organizzato a Milano all’udienza preliminare del processo Mediatrade un teatrino di piazza – messo in piedi da due sottosegretari – con militanti e gazebo e discorso dal predellino.

E’ un momento avvelenato, è un Paese avvelenato nelle sorgenti del discorso pubblico. Superare il berlusconismo sarà lungo e faticoso. Assai più che superare Berlusconi. Per questo serve coraggio, tanto coraggio, determinazione per uscire da questa lunga notte italiana.

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L’Italia al rovescio

Se un tedesco volasse verso Sud, dotato di un gigantesco grandangolo, attraversando le Alpi e guardando verso il Mare Mediterraneo, il nostro Paese gli apparirebbe più o meno così come lo potete vedere da questa antica stampa. Un ponte su un lago, una protesi di terra che si tende verso l’Africa e alla quale si arriva saltellando su un grande scoglio, la Sicilia, e poi con un ultimo balzo su un sasso che spunta lì vicino, Lampedusa, fino alla meta finale, la Libia.

La carta geografica è sempre la stessa, ma vista al rovescio e con un po’ di effetto tridimensionale fa un certo effetto.
A chi mi chiede perché l’Italia è impegnata in Libia, vorrei mostrare questa stampa. Sulla sinistra i Balcani, davanti a noi l’Africa. Questo è il giardino di casa, dove non possiamo non essere, dove il mondo si aspetta che siamo. Il resto è opzionale, Afghanistan incluso; è un tributo alle nostre alleanze, alle nostre fedeltà tradizionali.
Due secoli fa avrei spinto a guardare anche la parte bassa della carta, dove ci sono le montagne, le Alpi, il nostro confine naturale. Un confine che non impedì ad Annibale di prendere Roma di sorpresa con i 37 elefanti sopravvissuti ad una traversata che ebbe del leggendario, via Spagna e Francia, e che non ha impedito a francesi, austriaci ed altri di compiere scorrerie per secoli nel nostro Paese. Fino a che non abbiamo fatto l’Europa assieme, e quel confine ha smesso di essere una minaccia possibile.

C’è poco entusiasmo verso le missioni internazionali. L’uomo comune si difende dal mondo che irrompe in casa: 4 giorni di apocalisse atomica in Giappone, poi la guerra in Africa, poi le rivolte in Medio Oriente, nel frattempo un paio di manifestazioni per la Costituzione, contro il nucleare e per l’acqua, per la giustizia giusta e, per finire, un Governo che gratta le paure, che evoca rischi di fondamentalismo o di invasioni bibliche. C’è una barriera psicologica che ci crea un limite naturale all’assorbimento dei disagi del mondo.

E c’è l’incertezza sulle finalità della missione. Siamo lì per fermare le violenze sui civili ma siamo lì anche per mandare via Gheddafi, perché ogni ritorno sarebbe l’inizio di una terribile vendetta.

E c’è il rimprovero di doppiopesismo. Perché siamo lì e non anche in altre parti del mondo dove i diritti sono conculcati ? Ha ragione però Vittorio Zucconi quando dice che sarebbe un alibi non curare una malattia sostenendo che intanto nel mondo ce ne sono altre dieci che nessuno debella. E ha ragione chi dice che se non fossimo andati lì, gli stessi pacifisti critici di oggi ci avrebbero detto che non andavamo perché ci tornava comodo un dittatore che garantiva i contratti petroliferi.

Eppure dobbiamo essere lì. Nonostante il Governo che nicchia. Nonostante la Lega e i barconi. Nonostante le gomitate dei francesi. Nonostante siamo andati da molte parti negli ultimi anni non sapendo poi come andare via.

Se Gheddafi retrocede e i ribelli avanzano, questa è una buona notizia. Se sono cessati i bombardamenti e i carri armati restano carbonizzati nel deserto è un bene. La guerra non è iniziata sei giorni fa; era iniziata due settimane prima ed è stato solo il nostro ritardo a renderla oggi più lunga.

Martedi ci sarà la conferenza di Londra per raccordare i suoni sull’endgame. Intanto il domino è passato in un Paese che conta parecchio, per ieri, per oggi e per domani, la Siria. Dopo la fibrillazione della Giordania e la caduta dell’Egitto, si tratta del terzo protagonista che insiste direttamente sul conflitto israelo-palestinese e sul suo destino.
La partita è ben lontana dalla sua fine.

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L’importante è parlare comunque…

Nonostante i proclami contro il nostro Paese, la falsità delle rivolte, il rischio di fondamentalismo fomentato dalla missione in Libia, l’affermazione solenne di votare secondo coscienza, è ovvio che l’on. Sbai, due mesi di valzer nel Fli prima di tornare all’ovile della PdL, ha votato con la sua maggioranza.
Per gli amanti del genere trash tv, vi metto il link alla puntata di Otto e Mezzo che l’eroico Andrea Fangucci ha caricato su youtube.
Buona visione…

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Politica estera in salsa verde

Ieri pomeriggio ho avuto un faccia a faccia con il Presidente della Commissione Esteri della Camera,

il leghista Stefani presso la sede del Corriere della Sera.

Questo è il link. La trasmissione è abbastanza breve ma diciamo, soprattutto, che è istruttiva.

 

 

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