Gelsomini a Tunisi, ma sangue, un fiume di sangue a Tripoli.
La battaglia per la democrazia non è un pranzo di gala, nemmeno sulla sponda sud del “mare nostrum”. Le immagini che filtrano dalla Libia sono atroci ma assumono una potenza narrativa inaudita e scuotono così le capitali occidentali facendo iniziare il necessario dibattito sul “che fare” per interrompere la violenza.


Gheddafi non è Ben Alì e nemmeno Moubarak; è semmai Saddam o Hitler, asserragliato nel bunker con i fedelissimi, pronto a sfidare il proprio popolo fino all’ultimo uomo.
La Libia aveva sorpreso, ancor più di altri Paesi, osservatori e analisti: Paese di immigrazione e non di emigrazione, Paese dal reddito pro-capite elevato e dalla popolazione contenuta, Paese dalla leadership più longeva in assoluto.
E invece la dissoluzione rapidissima dello “Stato” – la fuga degli ambasciatori, le diserzioni dei militari, la rottura del patto tribale, le scorrerie dei mercenari – profilano un rischio di “failed State”, una nuova Somalia a 60 km dalle coste italiane, uno scenario che la comunità internazionale non può permettersi.
In questo quadro, anche le polemiche sul Trattato di Amicizia Italia Libia, vanno ridimensionate alla luce della realtà: il Trattato è sospeso dai fatti, non c’è niente da costruire e nessuno da finanziare, la sua denuncia unilaterale da parte nostra potrebbe ora solo mandare un messaggio al popolo in rivolta per far capire che l’amicizia era con il popolo, non con il suo leader.
Il governo ha ammesso le sue difficoltà, ha balbettato sui propri errori e ritardi e ha chiesto il coinvolgimento dell’opposizione nella gestione delle conseguenze della rivolta. Siamo pronti a fare la nostra parte – abbiamo detto – a condividere le scelte, non a mettere le toppe ai buchi già fatti.
Credo che sia sbagliato oggi lanciare un allarme a senso unico sul rischio invasione. Sbagliato poiché non vi è alcuna analisi fattuale che spieghi il rimbalzo dei numeri – 200.000, 300.000, 500.000 – una cifra che richiederebbe un ponte navale della Quinta Flotta americana, non i barconi malandati che si avventurano nel Canale di Sicilia.
Sbagliato perché il messaggio politico rivela un’asimmetria e un pregiudizio nei confronti della riva nord dell’Africa. Quando cadde il muro di Berlino nel 1989, l’Europa salutò in modo corale l’avvento di una stagione di libertà, poi gestì con sangue freddo l’arrivo di un numero enorme di rifugiati che si spostavano via terra, poi aiutò a ricostruire i sistemi statuali, istituzionali, economici che favorirono il rientro nelle madrepatrie e l’inclusione di quei Paesi nell’Unione Europea.
Nel Mediterraneo, l’allarme immigrati (ma sono immigrati o rifugiati politici eventualmente ?), congedata frettolosamente la gioia per la libertà, rivela che pesi e misure sono diversi. E invece sarebbe questo il momento di ingaggiare le comunità di lavoratori magrebini presenti nel Paese per aiutare, comprendere e integrare, sarebbe questo il momento di esercitare un peso che non c’è più in Europa, sarebbe questo il momento per offrire una mano straordinario alle nuove generazioni e alle nuove leadership che si costruiranno laggiù.
Gelsomini a Tunisi, militari al Cairo, concessioni preventive ad Algeri, Amman, Rhyad, sangue a Tripoli. Fermare le violenze, assumendosi le responsabilità che la comunità internazionale deciderà nelle prossime settimane, aiutare la democrazia a nascere evitando il fallimento dello Stato libico. E’ questa l’agenda ineludibile che ci attende.