Archivio per febbraio 2011

Ultime dal fronte

Stamani è morto un altro militare italiano in Afghanistan, vittima dei cosiddetti “ordigni improvvisati” che esplodono al passaggio dei blindati. Un nuovo dolore per il nostro Paese impegnato da oltre nove anni (oltre quattro di più dell’intera seconda guerra mondiale) in un teatro di guerra ostile e complesso.

L’attenzione del mondo è invece orientata ancora sul Mediterraneo, sulla Libia in particolare. Venerdi scorso, ebbi occasione di una lunga conversazione telefonica con una giornalista che si faceva spiegare le implicazioni tecnico-giuridiche relative alla sospensione de facto o sospensione formale o denuncia del trattato italo-libico. Durante la conversazione – e non perché stanco – le dissi che ritenevo con molta franchezza che la questione sarebbe stata rapidamente superata dagli eventi, che di lì a pochi giorni avremmo piuttosto affrontato il tema delle sanzioni, della legittimazione di un intervento umanitario, della relativa concessione delle basi italiane. E che da lì, la sospensione del trattato sarebbe stato un ricordo.
Ci siamo arrivati in meno di tre giorni: Bengasi ha annunciato al mondo la nascita di un governo rivoluzionario provvisorio, la Casa Bianca ha annunciato aiuti agli insorti ed ha invocato sanzioni, la Ue le ha già decise, le Nazioni Unite hanno denunciato Gheddafi al Tribunale dell’Aja per crimini contro l’umanità, il Colonnello ha incaricato gli 007 libici di negoziare con l’opposizione, il mio amico Gaddur – ambasciatore a Roma – ha mollato e si è unito al nuovo governo.

Appaiono a dir poco antiche le parole pronunciate dal governo italiano sull’amico Gheddafi, sul modello libico di democrazia, gli inviti alla prudenza e alla cautela quando tutto era oramai ampiamente compromesso e cambiato. Ma tant’è. Il Ministro degli Esteri, anche oggi, si è affrettato a dire quanto condivideva la linea della comunità internazionale, quanto l’Italia sarebbe stata al fianco degli altri. Tutto vero, tutto giusto, tutto così poco credibile in quanto figlio di una non politica. Una volta, forse, magari m’illudo, la “linea” sulla Libia l’avremmo data noi; oggi la inseguiamo sul filo delle agenzie di stampa.
Oggi, ancora una volta in ritardo di 24 ore, vale quanto abbiamo detto sulle agenzie di stampa ieri. Se un Paese ha, come capita alla Libia adesso, due governi, uno rivoluzionario a Bengasi, uno asserragliato a Tripoli in un bunker, tocca alla comunità internazionale scegliere chi sia l’interlocutore. E noi dovremmo essere già a Bengasi a parlare con la Libia di domani.

Berlusconi attacca il Quirinale e il suo potere pervasivo, il complotto dei giudici di sinistra e della Corte Costituzionale, un mantra psicotico per invitare alla resistenza estrema. Dicono i sondaggi che la fiducia nei suoi confronti è scesa ancora un altro po’. Penso e spero che sia vero. Ma penso al costo allucinante che la credibilità della politica ha pagato in questi anni. E vorrei che anche Roma, dopo Tripoli, girasse pagina presto.

Un abbraccio grande a Piero Fassino che ha vinto le primarie a Torino e che, con il suo carattere serio e la sua infaticabile tenacia, sarà un eccellente sindaco della sua città.

Tags: , ,

Il patriarca della Mela

Due giorni fa, giovedi 24 febbraio, ha compiuto 56 anni e in tanti dicono e temono che sia stato il suo ultimo compleanno. Perché Steve Jobs, il mago della Apple, il vero guru della rivoluzione digitale, combatte da qualche anno un cancro al pancreas che ne ha minato gravemente la salute. Ne voglio scrivere oggi, un sabato freddo ma assolato qui a Roma, perché mi sono turbinati contemporaneamente in testa alcuni pensieri che indirettamente lo richiamavano.

Da un lato pensavo che le rivolte in Nord Africa, rivolte 2.0, come le abbiamo chiamate pochi giorni fa a un seminario, non sarebbero state possibili senza l’ultima generazione di smart-phone e la diffusione di piattaforme di social network. Dall’altro, leggevo stamani dell’ultimo giro di esternazioni del cavalier Bunga Bunga e lo confrontavo con quel giovane Presidente, quello “abbronzato”, che pochi giorni fa era a pranzo in California con tutti “i cavalieri della tavola virtuale” a discutere di innovazione e lavoro.
Ed è così che ho pensato a quest’uomo che ha cambiato radicalmente il modo di vivere del mondo negli ultimi 30 anni, una cavalcata visionaria che vale la pena rievocare.
1977 – nasce l’Apple, il primo personal computer, ovvero – per i più giovani – un computer di dimensioni accettabili, da tenere sulla scrivania di casa, dotato dei primi programmi di scrittura, catalogazione e calcolo, un hardware e un software che sottraeva l’oggetto computer dalla categoria sacrale degli Hal 9000.
1983 – Steve Jobs inventa, acquisendola dalla Xerox, un’interfaccia grafica che trasforma i comandi fondamentali di un computer in piccole icone disposte sullo schermo come una scrivania, un’idea che si impone rapidamente in tutte le aziende costruttrici e che lo porta l’anno dopo nel 1984 a lanciare la Macintosh, con il primo pc dotato di serie con il mouse.
Il capitalismo americano è noto come capitalismo dei manager; né quello di stile familiare all’italiana, né quello della fedeltà a vita all’azienda in versione nipponica, ma un modello guidato da manager strapagati come allenatori di successo e piegato alle aspettative di remunerazione degli azionisti. Così, dopo una stagione di bilanci meno ricchi, Steve Jobs è allontanato dalla sua stessa azienda, una storia esemplare sulla cecità ed idiozia di questo modello. Il genio non si ferma e, mentre è fuori, dà vita a due aziende di software, la NeXT e – questa assai più conosciuta dal grande pubblico – la Pixar che produce il primo e più grande successo di animazione al computer, Toy Story.

1996 – Jobs rientra in azienda dopo 11 anni e due anni dopo lancia sul mercato l’iMac, il primo computer di massa, dal design accattivante, trasparente e colorato, il primo ad abbandonare la porta per floppy disk e ad avere il lettore cd.
1999 – Ancora un oggetto di culto, l’iBook, la versione portatile dell’iMac, un portatile dalla bellezza e dalla leggerezza inconfondibile.
2001 – Dopo aver sviluppato un nuovo software in collaborazione con la Unix, Steve Jobs immette sul mercato un lettore mp3 che entra di slancio al MoMa di New York per il suo design inconfondibile: l’iPod.

2003 – Arriva il primo negozio online di musica che sovverte le tradizionali regole del mercato discografico, spaesato fra cd tradizionali e downloading pirata: iTunes.
2007 – Ecco la nuova generazione degli smart-phones, i telefonini intelligenti, lettori di musica, macchine fotografiche, navigatori in rete, uffici portatili. Nessun dubbio che il più ricercato sia l’iPhone. Dopo un solo anno, le applicazioni disponibili in rete, gratuite e onerose, sono circa 400.000 con oltre 10 miliardi di download.
2010 – Oltre il personal computer, per citare Jobs, nasce il “post-pc”, che rivoluziona ancora il mercato delle applicazioni, in particolar modo, quelle dell’informazione: è la tavoletta delle meraviglie, l’iPad, di cui solo nel 2010 vengono venduti 15 milioni di esemplari.
Poco più di due anni fa, un’azione della Apple valeva 90 dollari. Il giorno del compleanno di Steve Jobs quel valore era schizzato a 357 dollari.
L’innovazione nel mondo contemporaneo è sempre più legata alla continuità e alla mole di investimenti destinati alla ricerca e sempre meno dipendente dall’intuizione individuale, dal genio leonardiano.
Esistono pochissime eccezioni. E quando ce le troviamo davanti è giusto riconoscerle. Il “patriarca della Mela” è una di queste.
Solo ora, se siete arrivati qui, prendetevi 14 minuti e 35 secondi e ascoltatevi uno dei più straordinari e ispirati discorsi di questa epoca, il discorso integrale di Steve Jobs ai neolaureati di Stanford, l’Università americana per la quale anche io ho l’onore di insegnare un corso sulla politica estera.
E buona domenica.

Tags: , ,

Gelsomini a Tunisi, sangue a Tripoli

Gelsomini a Tunisi, ma sangue, un fiume di sangue a Tripoli.
La battaglia per la democrazia non è un pranzo di gala, nemmeno sulla sponda sud del “mare nostrum”. Le immagini che filtrano dalla Libia sono atroci ma assumono una potenza narrativa inaudita e scuotono così le capitali occidentali facendo iniziare il necessario dibattito sul “che fare” per interrompere la violenza.


Gheddafi non è Ben Alì e nemmeno Moubarak; è semmai Saddam o Hitler, asserragliato nel bunker con i fedelissimi, pronto a sfidare il proprio popolo fino all’ultimo uomo.
La Libia aveva sorpreso, ancor più di altri Paesi, osservatori e analisti: Paese di immigrazione e non di emigrazione, Paese dal reddito pro-capite elevato e dalla popolazione contenuta, Paese dalla leadership più longeva in assoluto.
E invece la dissoluzione rapidissima dello “Stato” – la fuga degli ambasciatori, le diserzioni dei militari, la rottura del patto tribale, le scorrerie dei mercenari – profilano un rischio di “failed State”, una nuova Somalia a 60 km dalle coste italiane, uno scenario che la comunità internazionale non può permettersi.
In questo quadro, anche le polemiche sul Trattato di Amicizia Italia Libia, vanno ridimensionate alla luce della realtà: il Trattato è sospeso dai fatti, non c’è niente da costruire e nessuno da finanziare, la sua denuncia unilaterale da parte nostra potrebbe ora solo mandare un messaggio al popolo in rivolta per far capire che l’amicizia era con il popolo, non con il suo leader.
Il governo ha ammesso le sue difficoltà, ha balbettato sui propri errori e ritardi e ha chiesto il coinvolgimento dell’opposizione nella gestione delle conseguenze della rivolta. Siamo pronti a fare la nostra parte – abbiamo detto – a condividere le scelte, non a mettere le toppe ai buchi già fatti.
Credo che sia sbagliato oggi lanciare un allarme a senso unico sul rischio invasione. Sbagliato poiché non vi è alcuna analisi fattuale che spieghi il rimbalzo dei numeri – 200.000, 300.000, 500.000 – una cifra che richiederebbe un ponte navale della Quinta Flotta americana, non i barconi malandati che si avventurano nel Canale di Sicilia.
Sbagliato perché il messaggio politico rivela un’asimmetria e un pregiudizio nei confronti della riva nord dell’Africa. Quando cadde il muro di Berlino nel 1989, l’Europa salutò in modo corale l’avvento di una stagione di libertà, poi gestì con sangue freddo l’arrivo di un numero enorme di rifugiati che si spostavano via terra, poi aiutò a ricostruire i sistemi statuali, istituzionali, economici che favorirono il rientro nelle madrepatrie e l’inclusione di quei Paesi nell’Unione Europea.
Nel Mediterraneo, l’allarme immigrati (ma sono immigrati o rifugiati politici eventualmente ?), congedata frettolosamente la gioia per la libertà, rivela che pesi e misure sono diversi. E invece sarebbe questo il momento di ingaggiare le comunità di lavoratori magrebini presenti nel Paese per aiutare, comprendere e integrare, sarebbe questo il momento di esercitare un peso che non c’è più in Europa, sarebbe questo il momento per offrire una mano straordinario alle nuove generazioni e alle nuove leadership che si costruiranno laggiù.
Gelsomini a Tunisi, militari al Cairo, concessioni preventive ad Algeri, Amman, Rhyad, sangue a Tripoli. Fermare le violenze, assumendosi le responsabilità che la comunità internazionale deciderà nelle prossime settimane, aiutare la democrazia a nascere evitando il fallimento dello Stato libico. E’ questa l’agenda ineludibile che ci attende.

Tags: , , ,

A proposito della rivoluzione in Libia

Lunedi sera sono stato a Otto e mezzo da Lilli Gruber a discutere di Libia e dintorni. Ho trovato la prima parte della trasmissione su Youtube. Ovviamente per gli appassionati…

Tags: , , ,