Stamani è morto un altro militare italiano in Afghanistan, vittima dei cosiddetti “ordigni improvvisati” che esplodono al passaggio dei blindati. Un nuovo dolore per il nostro Paese impegnato da oltre nove anni (oltre quattro di più dell’intera seconda guerra mondiale) in un teatro di guerra ostile e complesso.
L’attenzione del mondo è invece orientata ancora sul Mediterraneo, sulla Libia in particolare. Venerdi scorso, ebbi occasione di una lunga conversazione telefonica con una giornalista che si faceva spiegare le implicazioni tecnico-giuridiche relative alla sospensione de facto o sospensione formale o denuncia del trattato italo-libico. Durante la conversazione – e non perché stanco – le dissi che ritenevo con molta franchezza che la questione sarebbe stata rapidamente superata dagli eventi, che di lì a pochi giorni avremmo piuttosto affrontato il tema delle sanzioni, della legittimazione di un intervento umanitario, della relativa concessione delle basi italiane. E che da lì, la sospensione del trattato sarebbe stato un ricordo.
Ci siamo arrivati in meno di tre giorni: Bengasi ha annunciato al mondo la nascita di un governo rivoluzionario provvisorio, la Casa Bianca ha annunciato aiuti agli insorti ed ha invocato sanzioni, la Ue le ha già decise, le Nazioni Unite hanno denunciato Gheddafi al Tribunale dell’Aja per crimini contro l’umanità, il Colonnello ha incaricato gli 007 libici di negoziare con l’opposizione, il mio amico Gaddur – ambasciatore a Roma – ha mollato e si è unito al nuovo governo.
Appaiono a dir poco antiche le parole pronunciate dal governo italiano sull’amico Gheddafi, sul modello libico di democrazia, gli inviti alla prudenza e alla cautela quando tutto era oramai ampiamente compromesso e cambiato. Ma tant’è. Il Ministro degli Esteri, anche oggi, si è affrettato a dire quanto condivideva la linea della comunità internazionale, quanto l’Italia sarebbe stata al fianco degli altri. Tutto vero, tutto giusto, tutto così poco credibile in quanto figlio di una non politica. Una volta, forse, magari m’illudo, la “linea” sulla Libia l’avremmo data noi; oggi la inseguiamo sul filo delle agenzie di stampa.
Oggi, ancora una volta in ritardo di 24 ore, vale quanto abbiamo detto sulle agenzie di stampa ieri. Se un Paese ha, come capita alla Libia adesso, due governi, uno rivoluzionario a Bengasi, uno asserragliato a Tripoli in un bunker, tocca alla comunità internazionale scegliere chi sia l’interlocutore. E noi dovremmo essere già a Bengasi a parlare con la Libia di domani.
Berlusconi attacca il Quirinale e il suo potere pervasivo, il complotto dei giudici di sinistra e della Corte Costituzionale, un mantra psicotico per invitare alla resistenza estrema. Dicono i sondaggi che la fiducia nei suoi confronti è scesa ancora un altro po’. Penso e spero che sia vero. Ma penso al costo allucinante che la credibilità della politica ha pagato in questi anni. E vorrei che anche Roma, dopo Tripoli, girasse pagina presto.
Un abbraccio grande a Piero Fassino che ha vinto le primarie a Torino e che, con il suo carattere serio e la sua infaticabile tenacia, sarà un eccellente sindaco della sua città.




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