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tanti per cambiare...

Domenica prossima si potrà votare in tutta Italia per decidere chi sarà il prossimo segretario del Partito Democratico.
E’ la tappa finale di un percorso molto lungo che ha visto finora pronunciarsi circa mezzo milione di iscritti e che ora si apre, per la scelta decisiva, a tutti i cittadini dai 16 anni in su, elettori del Pd e simpatizzanti dell’opposizione.
Le votazioni cadono quasi al termine di un calendario sfiancante che ha caratterizzato gli ultimi 24 mesi: le primarie che elessero Veltroni, le elezioni politiche, quelle europee ed amministrative, i referendum, per qualcuno anche le primarie per la scelta dei candidati sindaco.
C’è dunque una comprensibile e condivisa stanchezza. Anche perché da un lato questo ha coinciso con una serie di arretramenti e sconfitte del centrosinistra e dell’altro con un consolidamento della maggioranza di centrodestra e con una crescita smisurata dell’arroganza del suo leader.
Stanchezza, dicevo. Ma, come fenomeno più generale e profondo, sfiducia. Verso la politica, considerata incapace di ascoltare e capire in un tempo di crisi i bisogni veri della comunità e molto impegnata a parlare di se stessa. Verso le istituzioni, spesso inadeguate ad adottare le risposte richieste. Verso la comunicazione che ha rappresentato questo circuito come uno scontro interno al palazzo e alle sue dinamiche.
Sono consapevole dunque della stanchezza e della sfiducia che c’è. Tuttavia ti chiedo di partecipare e di decidere domenica 25 ottobre. Perché ?
Innanzitutto, anche se tutto ciò parrebbe desueto, il Pd è l’unica forza politica dell’arco costituzionale che svolge congressi, fa votare democraticamente i suoi iscritti, si apre ai cittadini. Non vorremmo essere i soli a farlo, ma purtroppo così è. Non si tratta solo – e sarebbe già molto – di adempiere al mandato che la Costituzione ha attribuito ai partiti con l’articolo 49, ma di una scelta di metodo e di valore in un tempo che altrimenti ha ridotto la partecipazione civile ad audience di talk show e le istituzioni al rapporto carismatico fra un leader e il suo popolo. Votare e partecipare è dunque per me un valore democratico. In sé.
Se fossimo in pochi a partecipare domenica 25, il primo a festeggiare non sarebbe il segretario comunque eletto ma Silvio Berlusconi. Che è già pronto a leggere questo scenario come conferma del consenso plebiscitario che si attribuisce continuamente. Esserci il 25, dunque, come accadde due anni fa, è anche testimoniare che questa Italia, degli attacchi a Napolitano e alla Corte, degli imbrogli e delle escort, del silenzio davanti alla crisi, della fuga dei cervelli, delle ronde e dei barconi abbandonati in mare, dei voti blindati di fiducia e delle insolenze televisive, dell’attacco alla scuola e delle strizzate d’occhio ai furbi, questa Italia che solleva una crescente e diffusa preoccupazione in Europa e che fa sorridere di sé nel mondo, non ci piace.
Oggi, questo sentimento non è maggioranza nel Paese e vi sono dubbi sulla capacità del centrosinistra di offrire un progetto credibile e alternativo, ma questo non è il tempo dei puntini sulle i, dei distinguo, delle astensioni punitive. Chi pensa ad un’Italia diversa e migliore, domenica 25 batta un colpo, esca di casa, voti e si faccia sentire.
Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino sono tre ottimi candidati e tre persone per bene. Il dibattito di questi mesi, che in certi momenti è sembrato molto aspro, ha in realtà permesso anche di avvicinare molte posizioni: la laicità della politica o la necessità di un partito forte e radicato non sono più patrimonio di un solo sfidante.
Ma se dunque la scelta fra i candidati non ha quel tono ultimativo, da rottura dietro l’angolo fra duellanti irriducibili, come i retroscena giornalistici suggeriscono, non è nemmeno vero che per il futuro e il profilo del Pd la scelta fra i tre è sostanzialmente indifferente. Le principali differenze emerse hanno riguardato la valutazione degli ultimi due anni, il rapporto fra il partito degli iscritti e i suoi elettori, il rapporto fra Pd ed altre forze di opposizione.
Personalmente desidero un partito che faccia tesoro degli errori commessi ma che non butti via il progetto del Pd arretrandolo sull’identità dei partiti fondatori, che continui ad usare le primarie non avendo paura dei suoi elettori e non chiudendosi nel proprio gruppo dirigente, che coltivi l’ambizione di parlare all’intera società italiana senza salutare con gioia la nascita di nuovi partiti a sinistra e al centro cui secondo alcuni dovremmo delegare il lavoro essendo noi altrimenti inadatti. Insomma il Pd come approdo di una lunga stagione di transizione, non come ennesima notte di una tela di Penelope che non conosce fine.
Perciò ho trovato ingenerose in questi mesi le critiche pesanti rivolte a Walter Veltroni – anche se un capro espiatorio è sempre una giustificazione comoda per le proprie colpe – che prese nell’autunno 2007 un partito al 19% (nei sondaggi) portandolo al 33% con una straordinaria campagna elettorale e contro il quale, invece, cinque minuti dopo cominciò quel gioco di logoramento che è stata la malattia congenita del centrosinistra italiano e che – dopo domenica – non intendiamo ripetere.
Dario Franceschini mi sembra il candidato più adatto per interpretare questo ruolo. Cerco di non essere condizionato da un rapporto di amicizia che mi lega da 25 anni. E’ un uomo nel pieno della sua età e con una notevole esperienza politica, ha dimostrato di essere un buon combattente come capogruppo alla Camera e come leader di una difficile campagna elettorale dopo la sua elezione in primavera, non offre un tranquillo e rassicurante ritorno a modelli passati ma intende proseguire la scommessa del Pd, con la sua insistenza su alcune parole chiave (fiducia, regole, merito, qualità, uguaglianza) ha tracciato in modo semplice i confini di un campo alternativo alla destra dal quale ripartire: speranze contro paure, doveri e responsabilità contro il tutto dovuto, merito contro aiutini, uguaglianza come opportunità per tutti contro società rigide e bloccate, qualità come leva per rilanciare il nostro Paese nella competizione globale.
Abbiamo tutti bisogno di uno slancio nuovo per svegliarci da questo maledetto incantesimo che ha imbambolato il Paese, che ha ridotto il dibattito pubblico alla discussione sul Presidente del Consiglio che coltiva a sua volta in modo ossessivo la divisione del Paese fra chi lo ama e chi trama contro di lui.
Ne abbiamo bisogno per cambiare agenda, parlare d’altro, fare altro: l’uscita dalla crisi aiutando chi non ce la fa, la coesione sociale, la nuova economia legata all’ambiente, le prospettive di chi oggi è studente, il precariato che rende impossibile progettare una vita, la nostra Europa, il ruolo che l’Italia potrebbe svolgere in un mondo in cui il presidente americano ha riportato un filo di speranza.
Sono cosciente che con le parole si può giocare, descrivendo ad aggettivi un mondo fantastico o il suo contrario, che la decisione su una persona si fonda oggi spesso su un legame empatico, su un sorriso e uno sguardo piuttosto che su un’analitica valutazione di un programma, ma sento il bisogno di riportare la scelta politica alla nobiltà delle sue origini, argomentando così che la mia scelta non deriva da un senso di amicizia e di comunanza con Dario di lungo periodo ma dal giudizio personale e sereno di cosa oggi serva al Pd, all’opposizione di centrosinistra, al nostro Paese.
Perciò, ti invito a recarti a votare domenica 25 ottobre dalle 7 alle 20 nel seggio assegnato alla tua sezione elettorale, di scegliere Dario Franceschini come segretario nazionale ed Agostino Fragai, a lui collegato, come segretario regionale della Toscana e di votare anche la lista regionale e nazionale corrispondente chiamata “Democratici con Dario Franceschini”.
Il 25 ottobre, decidi tu. Non buttare via questa occasione.

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