A seguito dei provvedimenti della magistratura fiorentina, il capogruppo del Partito Democratico a Palazzo Vecchio ha sollecitato il partito ad aprire una riflessione non reticente sul tema del rapporto fra etica e impegno politico, sui possibili conflitti di interesse che sorgono nell’amministrazione della cosa pubblica, in una parola sulla esistenza o meno di una “questione morale” interna al Pd fiorentino. In questi ultimi due giorni hanno preso la parola alcuni protagonisti della vita cittadina, il sindaco per annunciare un nuovo piano strutturale “trasparente e chiaro” e per isolare le mele marce, l’ex sindaco per ridimensionare la portata dell’indagine (“non vedo mani sulla città, ma alcuni casi isolati”), il presidente della provincia per sottolineare come “la filiera del controllo non avesse funzionato” ma anche per “evitare generalizzazioni e strumentalizzazioni”. Il direttore della cronaca fiorentina della Nazione, proprio stamani, ha invitato il Pd a non fare finta di nulla, a interrogarsi seriamente sulla vicenda e sulla stagione politica che l’ha prodotta.
Il tempo nel quale siamo chiamati a questa riflessione non è dei migliori se si pensa per un attimo alle storie e storiacce che arrivano dalla Campania, dalla Puglia e, ultima ma non ultima, dalla regione Lazio. Sono storie di debolezze e di mediocrità umane che hanno regalato al Presidente del Consiglio argomenti per depistare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle proprie più rilevanti questioni, hanno offerto alla falange dei suoi dichiaratori da tg occasioni per offrire solidarietà pelose agli esponenti del Pd coinvolti, hanno inflitto al popolo del centrosinistra motivazioni ulteriori per alimentare un carico già pesante di sfiducia, di rabbia, talvolta di rassegnazione.
Tuttavia, in assenza di sedi politiche proprie dove svolgere questa analisi e da sempre scettico sul fatto che i giornali siano la sede migliore dove scambiarsi opinioni, svolgo anche io in forma di riflessione aperta il tema lanciato da Bonifazi e ripreso dalla Nazione. E non è facile perché lo spunto nasce dai presunti comportamenti di persone che abbiamo conosciuto e stimato in tanti (e ai quali auguro ovviamente, prima per se stessi e poi per tutti noi, di poter spiegare o quantomeno ridurre il carico delle accuse) e poi perché il rischio di scivolare o nella difesa ad oltranza o nella comoda individuazione di un capro espiatorio può prendere la mano.
Se dovessi violentare la mia naturale inclinazione alla complessità e dovessi rispondere in modo secco alla domanda “c’è una questione morale nel Pd a Firenze ?”, la mia risposta è “no”. Faccio politica dai banchi del liceo e ho avuto tempo per vedere, in altre stagioni, l’accumularsi di fortune anomale, gli stili di vita cambiati senza ragione, il potere che chiama il potere per riconoscere, prima ancora di leggere un’intercettazione, che dietro quei segnali o quei fatti si annidava l’abuso di una posizione istituzionale, lo smarrimento di una passione politica originaria quando non un vero e proprio sistema collaudato di rapporti fra politica e affari. Non credo di sbagliarmi se dico che tutto questo a Firenze non c’è. Che c’è invece una militanza sana nei circoli e nelle istituzioni che ci consente di essere fiduciosi sullo stato di salute complessivo della casa democratica.
Ma so che non basta cavarsela così. E allora provo ad andare oltre. Perché se volessimo dare all’etichetta “questione morale” una definizione così generosa da coprire pure l’esercizio di un potere che non teme alternanza e che è convinta di far sempre da sé, allora il discorso a Firenze, nei comuni più piccoli, in altre zone della Toscana (come con diversi colori in altre parti di Italia) può arricchirsi di sfumature ulteriori.
E’ ovvio che l’alternanza la fanno gli elettori, che chi governa spera di continuare a farlo, che io lavoro personalmente perché il Pd continui a vincere e governare nelle aree in cui ha forte insediamento, ma la democrazia funziona meglio se l’elastico è teso, se chi governa sente il fiato sul collo dell’opposizione, se l’opposizione ha reali possibilità di alternanza. Ogni volta in cui la competizione non è effettiva o il consociativismo fra interessi fa abbracciare i due contendenti sul ring, la democrazia si infiacchisce e la casa di vetro delle istituzioni diventa inesorabilmente più opaca. E’ una legge scritta della politologia più che un dibattito sulla nostra città.
A Firenze – se ci si pensa bene – da una quindicina di anni (un periodo lungo se paragonato con le stagioni politiche alternate e talora convulse della storia locale repubblicana) il centrosinistra si è fatto da solo governo e opposizione, non avendo trovato nell’opposizione istituzionale l’interlocutore di cui sopra.
Così, spesso, pure la stampa si è trovata a dare conto più dei dibattiti interni alle coalizioni e al partito di maggioranza relativa che al confronto fra maggioranza e minoranza. Anche oggi, perfino le scelte di radicale discontinuità, in materia urbanistica e infrastrutturale, che la nuova amministrazione di Palazzo Vecchio persegue avvengono nella continuità del partito che le sostiene, spesso nel silenzio di chi fece quelle precedenti, e nel comprensibile imbarazzo di alcuni amministratori che hanno votato sia quelle di prima che quelle di ora. Ma questo aprirebbe un dibattito diverso sulla natura dei partiti contemporanei e sulle logiche di funzionamento interno.
Firenze, inoltre, assomma una caratteristica supplementare, figlia sì della condizione egemone del centrosinistra ma anche della ridotta dimensione demografica e della ricca presenza di una pluralità di forme associative (dal no-profit solidale alla tante volte evocata massoneria). Avviene cioè, a causa di questa stratificazione, che la classe dirigente cittadina, l’elite del potere istituzionale, economico, professionale, si riduca – azzardo – ad un paio di centinaia di persone le quali, nella concretezza di una giornata a caso, si possono trovare nella condizione di svolgere la loro attività imprenditoriale o professionale, di avere una medesima sensibilità politica che li mette in fila ad un gazebo, di incontrare altri come lui nel tavolo di concertazione con le categorie o in alcuni ristoranti a la page, nella cena in piazza di questo o quel comitato di quartiere, di partecipare alle prime del Maggio musicale, di ricevere sollecitazioni per sponsorizzare un evento dell’estate fiorentina o un team sportivo in difficoltà, di frequentare la tribuna dello stadio. Questa condizione può essere letta come un privilegio da valorizzare poiché facilita la formazione del senso di squadra, ma anche come un intreccio che, volenti o nolenti, diventa “accrocchio”, una concertazione permanente nel mondo dell’amministrazione, della medicina, dell’imprenditoria, nella quale è più difficile ricordarsi sempre della distinzione fra interesse pubblico e privato, fra funzione rappresentativa e frequentazione informale.
E’ chiaro che questo non ha niente a che vedere con eventuali responsabilità penali, con passaggi di denaro, con azioni che configurino addirittura i reati “associativi” che oggi vengono contestati, ma se penso in generale al mio partito o ai partiti che l’hanno preceduto, constato che le porte girevoli fra ruoli istituzionali e ruoli nelle società a partecipazione pubblica, funzionariato partitico sostituito con ruoli di staff nelle istituzioni o nei mondi economici più direttamente collegati alla politica sono stati considerati fino ad oggi fisiologici. E quando Bonifazi ci sollecita in senso più generale ai conflitti di interesse latenti, credo che indirettamente si riferisca anche a questo.
Se la riflessione del Pd, e non per un’emozione momentanea, volesse spingersi fino a recidere tutte queste forme di contiguità che da molti anni costruiscono percorsi e carriere ad incastro, allora ci sarebbe da prepararsi ad una rivoluzione da far tremare le vene.
Si tratterebbe di una rivoluzione di metodo e di sostanza nella costruzione dei gruppi dirigenti politici ed amministrativi, che non ha niente a che vedere con l’abitudine corrente, a ciclo finito, di sostituire i miei ai tuoi invocando il rinnovamento a parole perpetuando però nella sostanza la stessa prassi.
La domanda posta dal capogruppo di Palazzo Vecchio e riproposta dalla Nazione ha dunque bisogno di una sede vera in cui essere sviluppata; richiede che tutti noi non ci ripariamo dietro formule generiche di fiducia nelle persone e nell’operato della magistratura; non consente a nessuno – specie in un tempo di ripartenza del progetto democratico – di cavarsela con un dibattito di circostanza che individui qualche capro espiatorio e che permetta così di passare la nottata.
Se Partito Democratico deve essere, questo nodo prima o poi va sciolto.
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#1 da marco il 30 ottobre 2009 - 22:32
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niente da dire. solo sottolineare che condivido tutto, dalla prima all’ultima riga. grazie.
#2 da lapo il 30 ottobre 2009 - 22:34
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sono online proprio adesso e ti ringrazio.
#3 da Fabiola il 31 ottobre 2009 - 15:40
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Grazie per lo spunto di riflessione. E’ vero…urge una rivoluzione di metodo e di sostanza. Condivido in pieno le tue conclusioni, puntuale e giusto richiamo in un “tempo cruciale” di ripartenza del progetto democratico.Impegnarsi per tutto questo pregiudicherebbe in positivo il futuro.
#4 da peppe il 5 novembre 2009 - 00:20
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Caro Lapo,
bisogna cominciare a combattere il modus operandi massone che avvolge la città, denunciando pubblicamente e evitando il sostegno a chi si è mostrato evidentemente complice della gestione opaca della cosa pubblica. Si cominci a mostrare ostilità verso primari, professori, architetti che operano abusando del loro potere e contro l’interesse generale. Indipendentemente da questioni penali. Se ci si attacca alle questioni penali, si finisce con dell’utri e ghedini.
credo che tu abbia perso alle primarie proprio perché sostenuto (e quindi associato) a troppi di questi luridoni.
saluti
p.
#5 da luca il 5 novembre 2009 - 10:26
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Peppe, a parte che oramai quella è storia passata, sei proprio sicuro ?
Se erano luridoni potenti forse andava in un altro modo…
Io ricordo altri sostegni in quei mondi lì. Comunque ora si avanti. Almeno io spero che si vincano le regionali con gente in gamba e poi ci si occupi con calma del Pd perchè di tutte queste elezioni ogni due mesi mi sono proprio rotto.
luca
#6 da online il 9 novembre 2009 - 22:40
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c’è l’accrocchio, c’è poco da fare.