Lapo Pistelli

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Archivio per marzo 28th, 2009

Sentirsi anomali lavorando per tornare a vincere

Inviato da Lapo Pistelli il 28 marzo 2009

Santiago del Cile, a colloqui con il premier britannico Gordon Brown

Santiago del Cile, con il premier britannico Gordon Brown

“La buona notizia è che la nuova amministrazione vuole genuinamente e sinceramente collaborare con voi; la cattiva notizia è che da oggi l’orientamento politico della Casa Bianca non può essere più una scusa per non assumersi responsabilità. Ed ogni volta che una regola viene violata, non bisogna più semplicemente aspettare cosa faranno gli Stati Uniti”. Così Joe Biden, vicepresidente americano, ha chiuso la tavola rotonda di oggi assieme a Lula, Zapatero, Brown, Bachelet ed altri.
La Progressive Governance Conference è oramai una solida realtà, a oltre dieci anni di distanza dai primi esperimenti di Clinton e Blair, e appartenere a questo circuito è davvero una fonte di ispirazione ed anche un’occasione per una miriade di contatti.
Poche annotazioni mentre mi preparo a impacchettare i bagagli e ad affrontare le 15 ore di volo per l’Italia.
E’ inquietante l’abisso di percezione e di stile che separa i leaders progressisti del mondo e il nostro primo ministro. Qui il tempo brucia, è fortissima la consapevolezza che il G20 di Londra deve dare risposte effettive per restaurare la credibilità e la fiducia verso le istituzioni e la capacità della politica di decidere; è netta la certezza che la crisi ha proporzioni inedite: non la prima crisi ciclica finanziaria del tempo globale ma la fine di un’idea parziale e sbagliata della globalizzazione. “In tempi di crisi, dove c’è un disoccupato o un settore della mia comunità che soffre, lì è un dovere che stia la politica” così Gordon Brown. Penso al “se fossi disoccupato non starei con le mani in mano” di berlusconiana memoria.
E’ senza incertezze la convinzione che la politica oggi deve fare un salto globale. Si riflette sulle quattro sfide mondiali che si intrecciano fra loro: l’instabilità finanziaria in un tempo di libera circolazione dei capitali, la sicurezza in un tempo di proliferazione di attori non statali e di aumento delle migrazioni, il cambiamento climatico in un tempo di crisi del modello energetico, la povertà in un tempo in cui le disparità di opportunità fra le persone non sono più accettate e giustificate. I progressisti hanno la responsabilità storica di riformare quelle istituzioni nate nel dopoguerra ma che oggi mostrano l’età e le rughe e lo devono fare in un tempo rapido. Ogni risposta isterica, nazionalistica, populista, aggraverà semplicemente la durata e la portata di questa emergenza.
Salvare il capitalismo da se stesso, uscire finalmente dal complesso di inferiorità che il centrosinistra ha mostrato in questi anni verso l’economia finanziaria, gli hedge funds, smentire l’adagio rassicurante “it’s the economy stupid” riconsegna alla politica un ruolo di guida che adesso va guadagnato sul campo. Mercato e governo si costruiscono e si fondano su principi e valori; i valori devono diventare regole; valori e regole in un mondo globale devono essere globali.
C’e’ anche – non lo dico per dovere di ufficio – curiosità verso il PD italiano, verso il nuovo segretario. Lo accompagno in tutti i bilaterali che mi riesce mettere in piedi, da quelli più facili con i leader dei partiti europei a quelli più complicati ma poi assai gradevoli con i presidente e capi di governo come Gordon Brown, Lula, Michelle Bachelet. La percezione è che la capacità di dialogo sia molto più forte dei contenitori politici che conosciamo: in due giorni di incontri nessuno, dico nessuno dei leader di governo di partito e di governo usa la parola “socialista”, nemmeno quando guida un partito con quel nome: progressisti, centrosinistra, riformisti, democratici. Credo che sia utile recepire questa indicazione per la difficile partita che ci attende con le elezioni del Parlamento Europeo.
Un cormorano appollaiato su questa ringhiera sul Pacifico mi guarda con aria interrogativa e buffa mentre scrivo queste note e mi fa sorridere.
Ecco, sorridere. La destra da sempre usa lo strumento della paura per convincere la gente a votarla; il centrosinistra ha spesso però contrapposto un linguaggio distante, “votaci perché sappiamo ciò che è buono per te”. E invece sento forte il bisogno di rifondare il nostro, il mio impegno politico sul coinvolgimento, sul valore della democrazia non come rituale ma come abitudine praticata quotidianamente, su appartenenze e condivisioni profonde in un tempo in cui la flessibilità raccontata come quotidiana possibilità di scegliere e cambiare ha prodotto pure precarietà e smarrimento, su un atteggiamento personale che spinga le persone a potersi fidare della politica ma anche ad essere con lei esigenti.
Foto ricordo dei leader sul terrazzo e riordino dei biglietti da visita. Torno in Italia e nella mia Firenze dove lunedì (ore 21 al Teatro di Rifredi, Chi vuol essere democratico?clicca qui) cercheremo di mettere in pratica qualche piccola lezione imparata. E giovedì, a Bruxelles, ritorna un vecchio mito personale come Bill Clinton dal quale accompagnerò Dario Franceschini prima che cominci il lungo tunnel della campagna elettorale di giugno.

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