E’ stata una grande notte. Confesso di essere un po’ stanchino (come diceva Forrest Gump dopo la sua interminabile corsa), ma la grande svolta americana mi dà l’energia per restare ben sveglio e guardare al futuro con entusiasmo e ottimismo.
Dopo la notte elettorale seguita a Firenze insieme a tanti amici, stamattina presto sono tornato a Roma per una serie di interviste e partecipazioni televisive, ovviamente per commentare la vittoria di Barack Obama.
La domanda più ricorrente è: cosa cambia? Domanda scontata, visto che Obama ha puntato tutto sul “change“, fino all’esultanza della scorsa notte: “Ora il cambiamento è arrivato“. Sono tanti i fattori di cambiamento, non si tratta solo del primo afroamericano alla Casa Bianca. Già ieri – prima del risultato – il New York Times in prima pagina scriveva che “comunque vada a finire, il voto del 4 novembre sarà l’apice di una delle più straordinarie elezioni presidenziali in 232 anni della nostra storia, perché sono tante le pietre miliari raggiunte, i paradigmi sfidati, le passioni sollevate che fanno meritare a questa campagna aggettivi come epocale, di svolta, storica, unica nella vita“. Tutto ciò che ha accompagnato il percorso elettorale è fuori proporzione: dal numero degli iscritti alle liste elettorali alla partecipazione dei giovani fino alle lunghe code fuori dai seggi. E’ stato sfatato il luogo comune della scarsa partecipazione alle elezioni americane.
E’ cambiata anche la geografia elettorale, mostrata dalla mappa degli Stati rossi e blu. Il candidato democratico ha prontamente sottolineato che non ci sono Stati democratici e Stati repubblicani: ci sono gli Stati Uniti d’America. Ma i numeri e i colori dimostrano la forza di Obama, che non vale solo nella sfida principale – la corsa alla Casa Bianca – ma anche nella contesa tutt’altro che secondaria per il Congresso (Camera e Senato). Una vittoria che risponde alla voglia degli elettori americani di uscire dal fallimento della politica estera ed economica di Bush e dal nuovo isolamento internazionale generato dall’amministrazione americana. E il tentativo di successione in groppa all’elefantino si è rivelato debole fin dalla costruzione della candidatura McCain. Due esempi lampanti: la posizione defilata dei membri del governo uscente, per la prima volta nella storia, e la mancata (non richiesta) partecipazione del presidente Bush alla convention repubblicana.
Gli altri cambiamenti si valuteranno nei prossimi mesi. “Il cammino sarà duro“, ammette il presidente neoeletto, che traslocherà alla Casa Bianca il 20 gennaio 2009 ma è già al lavoro. Le conseguenze dirette della svolta politica sono facilmente immaginabili: l’agenda di Obama è diversa da Bush sia nelle politiche interne, l’approccio alla crisi economica in primis, sia negli esteri con la prevedibile rivalutazione del multilateralismo, sia nelle politiche ambientali. Ma sarebbe sciocco non pensare anche all’effetto indiretto della svolta americana, con i possibili contagi su scala internazionale e soprattutto europea. Senza scomodare “l’Ulivo mondiale”, basta pensare all’abbinamento Tahtcher-Reagan, all’era Clinton che ha visto oltre atlantico i governi di Blair, Prodi, Jospin, Schroeder, fino alle più recenti consonanze tra Bush, Berlusconi, Aznar e in qualche modo Putin. La vittoria di Obama ci offre la speranza di poter aprire un ciclo nuovo anche in Europa.

Facebook
Flickr
Current
YouDem
#1 da Roberto Bertoli il 5 novembre 2008 - 20:24
Cita
Se proprio vogliamo tornare a guardare nel “cortile di casa”, credo che, al massimo, potremmo vantare qualche argomento in più per cercare di confutare il confuso e rozzo argomentare (ammesso che meriti questa definizione) dei vari Gasparri, Calderoli, Bossi e compagnia.
Inutile tacere, però, la paura che (ancor più in questo momento) il nostro “bellico” sia disallineato dal resto del mondo (ammesso che l’America meriti di esser definita così).
Sarà il sonno, ma….
#2 da Piera Moscato il 5 novembre 2008 - 21:25
Cita
Caro Lapo,
Spero che tu abbia ragione. Ma anche se il cambiamento non sarà radicale, se la politica estera americana non potrà mutare oltre una certa misura, se fosse vero che è l’America che fa i presidenti, e che non sono i presidenti che fanno l’America, rimane il fatto che questa mattina a Nairobi e in tutto il Kenia tutto un popolo abbia sentito di far parte, attraverso Obama, della storia che conta. E questo non può non commuovere. Forse c’è una speranza anche per l’Africa. E’ davvero grande questo paese se in tempi così bui, di identità spesso costruite artificialmente contro e ferocemente difese nella loro presunta purezza, riesce ad esprimere un presidente che di quel paese rappresenta l’identità reale e dinamica, composita nelle lingue, nelle culture e nelle provenienze. Anche questi, per fortuna, sono gli Stati Uniti. Confidiamo nel contagio!
Piera
#3 da Fabio Cesari il 6 novembre 2008 - 10:30
Cita
carissimo Lapo,
una vittoria a valanga, di portata storica !!
Finalmente un “muso nero al potere” !!!
Dopo speriamo anche di avere un Papa dalla pelle scura !!
Una vittoria incredibile, senza precedenti.
Un richiamo al mondo intero e anche al nostro paese.
La vittoria di un uomo di colore che da noi, verrebbe rinchiuso in un CPT o considerato un pericolo, i suoi figli avrebbero classi differenziate e l’assistenza medica a rischio.
Ha vinto la pacatezza, ha vinto la parola “noi” su la parola “io”.
Nel nostro paese fa gran moda l’apparenza, l’arroganza.
Il più forte vince sul più debole, il disprezzo delle regole, i furbi hanno il sopravvento su chi ha meno opportunità.
Ha vinto la forza del dialogo, l’attenzione alle classi sociali più deboli.
Un richiamo al nostro paese dove le finanziarie si fanno in pochi minuti e le riforme scolastiche, tirando dritti pensando ai tagli da fare e non al futuro delle nuove generazioni, dove si salvano i furbetti del quartierino.
Allora vorrei dire agli italiani: Yes we cane; è stato possibile negli Stati Uniti, se lo vogliamo, sarà possibile anche da noi !!!!!
#4 da Angelo Fazio il 6 novembre 2008 - 10:34
Cita
Credo che tutti quelli della mia generazione e dintorni (a cavallo tra gli anni 50 e 60) si siano tolti un grosso peso sullo stomaco. Finalmente possiamo riconsiderare gli Stati Uniti così come lo sono stati per tanti anni della nostra formazione, un modello di riferimento, su cui apporre una serie interminabile di “distinguo” per la nostra diversità, ma comunque sempre in grado di stupirci per la loro capacità di cambiamento. Nelle immagini che ho visto in televisione, relative alle lunghe file ai seggi elettorali, oppure ai festeggiamenti successivi alla vittoria di Obama, ho riconosciuto gli americani che abbiamo imparato ad apprezzare nella letteratura, nel cinema, nella musica, nel teatro, che hanno il coraggio di fare le cose prima e meglio di noi europei. E quì torna il retro gusto amarognolo della “condanna” di appartenere ad un continente ed a un paese “vecchio” e miope che, di fronte ad una svolta di tale portata (che qualcuno ha definito epocale), dimostra ancora una volta di non poter rappresentare il punto di riferimento per il cambiamento. E’ tornata la speranza nell’ “orfanotrofio europeo”, si sono ritrovate le tracce in America del “babbo” che avevamo perso da tempo.
Angelo
#5 da Emanuele Viviani il 6 novembre 2008 - 19:44
Cita
Spero e credo che le cose cambieranno radicalmente. A partire da una politica estera più consapevole e meno spregiudicata, fino ad un ritrovato ambientalismo che con l’amministrazione Bush non aveva nemmeno visto la luce del sole (gli USA non hanno mai aderito al protocollo di Kyoto), passando (questo forse il punto più delicato, ci vorrebbe Roosvelt) per il risollevamento dell’economia americana e, di conseguenza, di quella mondiale.
Tuttavia credo che una serie di cambiamenti sia già avvenuta all’interno del popolo Americano. Un nero alla casa bianca non era nemmeno pensabile fino a pochi anni fa; un’affluenza così alta (più del 60%) non si vedeva dagli inizi del XX secolo: il “fenomeno” Obama ha coinvolto gran parte dei cittadini, convincendo giovani e disagiati ad iscriversi alle liste elettorali per votare alle “storiche” presidenziali del 2008. Insomma il neopresidente ha già iniziato a sconvolgere alcuni degli stereotipi negativi della società americana (razzismo, bassa affluenza alle urne, ecc…). Congratulazioni anche ai cittadini Americani, che hanno permesso che un “uomo di colore che aumenta le tasse” diventasse inquilino della “White House”, guardando al futuro dell’America e a quello del mondo, senza pensare a questi piccoli inconvenienti. Una bella prova d’altruismo e responsabilità.
Come inizio non mi sembra male.
Emanuele
#6 da Riccardo il 7 novembre 2008 - 01:12
Cita
Che paese incredibile sono gli Stati Uniti… Solo sei mesi fa non molti avrebbero dato qualche chance a Obama, e molti altri sostenevano che se anche avesse vinto le primarie poi non ce l’avrebbe fatta a vincere le elezioni. Il popolo americano ci riserva invece sempre delle sorprese, in questo caso, molto positive!
#7 da Andrea il 7 novembre 2008 - 13:15
Cita
Che bello, che bello, sono felice di questa vittoria, ma non dimentichiamo che anche Obama ha il “sogno americano”, sarà cioè l’America a portare la pace nel mondo!
E questo non un concetto rivoluzionario. Frenerà diverse cose…
ciao ciao
#8 da Osvaldo il 7 novembre 2008 - 20:04
Cita
Caro Lapo, dopo questa incredibile vittoria di un Obama che ho imparato a conoscere anche tramite le tue cronache da Denver, mi sento anche io di dire …che fantastico paese sono gli Stati Uniti!. Pur con tutte le loro contraddizioni, e ne hanno sia all’interno che nella politica estera; anche in questo caso hanno dato il via ad una grande rivoluzione che spero si rifletta anche nel nostro paese.
Ciao
#9 da sofia il 7 novembre 2008 - 23:03
Cita
Obama ha un fascino straordinario, è magnetico. Basta che non si porti dietro la moglie…
#10 da Barbara il 8 novembre 2008 - 16:23
Cita
Ciao Lapo, ho partecipato anche io alla grande serata per Obama…spero veramente che ci sia un cambiamento come questo anche nel nostro paese che si merita molto di più di quello che ha ora!