Monthly Archives: dicembre 2011

Too little, too slow, too late

Too little, too slow, too late

Non possiamo che sperare che il vertice europeo raggiunga un’intesa sulle proposte avanzate in questi giorni per affrontare l’emergenza che strangola l’Europa da mesi, ma abbiamo già ora l’inquieta consapevolezza che le decisioni che saranno adottate sono al di sotto del coraggio che richiede questo passaggio storico.
La crisi non è economica, ma innanzitutto politica.

Pavel Sikorsky, una settimana fa, ha affernato a Berlino: “Credo di essere il primo ministro degli esteri polacco della storia a dire questa cosa. Temo la potenza della Germania meno di quanto comincio a temere la sua inattività.” Helmut Schmidt, arringando la platea della Spd dall’alto dei suoi 93 anni, ha invitato a ricordare che ogni surplus tedesco corrisponde al deficit di altri, che questo è il tempo della condivisione della forza e della debolezza, che se l’euro fallisce si distrugge il mercato interno e fallisce quindi anche l’economia tedesca.
Infine, mai come oggi, gli americani, dal Presidente Obama in giù, tifano perché l’Europa faccia il salto di qualità. Mi hanno chiesto a Washington la scorsa settimana: “Che cosa aspettate a trasformare la Banca Centrale Europea in un prestatore di ultima istanza (è ovvia l’analogia dalla loro prospettiva con la Federal Reserve) ? Cosa aspettate ad avere una attività credibile di supervisione europea dei mercati finanziari ? Cosa aspettate a dotarvi degli Stati Uniti d’Europa che si occupino di crescita comune visto che oramai accettate una supervisione esterna sulla disciplina fiscale ?”. In tanti anni, mai successo prima.

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Per chi suona la campana europea

Per chi suona la campana europea

 

Quest’oggi metterò un secondo pezzo sull’Unione Europea, mentre è riunito il Consiglio Europeo. Questo è uscito da qualche tempo su un’altra rivista ma mi pare un buon prologo generale per la discussione odierna.

In un bellissimo testo dedicato alla “malinconia” dell’Europa, Tommaso Padoa Schioppa notava, con la leggerezza riservata in genere ai dettagli, come nei libri, nei saggi, nelle riviste specializzate, l’Europa fosse prevalentemente il racconto, la spiegazione di una storia di grande successo e come, per contrasto, quotidiani e periodici si dedicassero invece al medesimo tema per sottolinearne i passi falsi, gli errori, i ritardi.

Da un lato, dunque, la prospettiva di una grande impresa esaminata con il respiro del tempo e ammirata ovunque nel mondo; dall’altro l’ansia da crisi perpetua, giudicata freneticamente con un cronometro, capace purtroppo di produrre un senso comune di ripiegamento.

L’ultima volta che l’ho incontrato – al Consiglio Italia-Stati Uniti a New York – al tempo delle prime difficoltà della Grecia, il tema si ripropose: i commentatori americani evidenziavano l’inadeguatezza e i ritardi di Bruxelles mentre Padoa Schioppa, gentilmente ma in modo fermo, spiegava la relativa prontezza con la quale nascevano le nuove regole di governance economica, dovendosi appunto modificare norme, strumenti istituzionali affinché la nuova cosa fosse destinata a durare anziché essere la solita maionese impazzita degli annunci da conferenza stampa destinati ad essere superati da nuovi annunci.

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